FRANCESCA BERTUZZI (A CURA).
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ESTATE IN GIALLO: SETTE AUTORI, SETTE STORIE, SETTE CASI DA RISOLVERE. 
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2015. Newton Compton Editori, ROMA.
ISBN 978-88-541-5657-9.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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NOTIZIE SUGLI AUTORI: Francesca Bertuzzi, Diana Lama, Giulio Leoni, Massimo Lugli, Silvia Montemurro, Paolo Roversi, Marcello Simoni.
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1. Francesca Bertuzzi  nata a Roma nel 1981. A 22 anni ha conseguito il master biennale in "Teoria e Tecnica della Narrazione" alla Scuola Holden di Torino. Ha seguito un laboratorio di regia diretto da Marco Bellocchio e Marco Mller. Ha diretto e montato il backstage del film Vallanzasca - Gli angeli del male di Michele Placido e attualmente sta lavorando a due sceneggiature cinematografiche con produzioni internazionali. Con la Newton Compton ha pubblicato Il carnefice,
che ha riscosso un grande successo, vincendo anche il premio letteratura e cinema Roberto Rossellini 2011, Il sacrilegio e La Belva.
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2. Diana Lama vive a Napoli,  medico specialista in Chirurgia del cuore e grossi vasi e lavora come ricercatrice universitaria. I suoi romanzi (Rossi come lei, Premio Alberto Tedeschi; Solo tra ragazze; La sirena sotto le alghe; Il circo delle maraviglie) sono tradotti in Francia, Germania, Russia e Canada. Ha pubblicato molti racconti, alcuni dei quali sono stati tradotti in USA e Gran Bretagna. Di
recente una sua short story  stata pubblicata sul prestigioso "Ellery Queen Mystery Magazine".  fondatrice e presidente di Napolinoir, l'associazione dei giallisti napoletani, e creatrice del Premio
letterario per ragazzi ParoleinGiallo. Per saperne di pi, www.dianalama.com e www.napolinoir.com.
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3. Giulio Leoni  nato a Roma. Ha insegnato nelle scuole superiori e per alcuni anni "Teoria e Tecniche della scrittura creativa" presso la Sapienza di Roma. Accanto a questa sua attivit, l'interesse per la narrativa lo ha portato a realizzare una serie di romanzi e racconti del mistero per lo pi ambientati in epoche passate e basati su suggestivi enigmi storici, come nel ciclo dedicato alle avventure investigative di Dante Alighieri. Alla produzione maggiore, nella quale si  cimentato con i giallo, l'avventura, la fantascienza e l'orrore, esplorando pressoch tutto il campo del fantastico,
affianca una serie di romanzi per ragazzi. Le sue opere sono state tradotte in una trentina di Paesi. Il suo sito  www.giulioleoni.it.
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4. Massimo Lugli  nato a Roma nel 1955. Inviato speciale di "la Repubblica", si occupa di cronaca nera da quasi 40 anni. Ha pubblicato Roma Maledetta e, per la Newton Compton, La legge di Lupo solitario, L'istinto del Lupo (terzo classificato al Premio Strega 2009 e vincitore del concorso "Controstregati"), Il Carezzevole, L'adepto, Il guardiano, Gioco perverso e La lama del rasoio, oltre ad alcuni racconti apparsi su riviste lette arie. Cintura nera di karate e istruttore di tai ki kung,  un appassionato praticante, fin dall'infanzia, di arti marziali che compaiono molto spesso nei suoi romanzi.
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5. Silvia Montemurro  nata a Chiavenna la notte di San Lorenzo del 1987. Si  laureata nel 2011 con una tesi in Criminologia, riguardante l'assassinio di suor Maria Laura Mainetti. Ha partecipato nel
2010-2011 alla 14esima edizione del corso RAI - Script Fiction per sceneggiatori. Ha scritto diversi romanzi ancora inediti, uno dei quali ha ottenuto nel 2011 il secondo posto al Premio Malerba, e ha
pubblicato un racconto su "Watt 3,14", fanzine curata da Ifix e Oblique Studio. Nel 2013 la Newton Compton ha pubblicato il suo romanzo d'esordio, L'inferno avr i tuoi occhi, segnalato dal comitato di lettura del Premio Calvino 2012.
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6. Paolo Roversi, scrittore, giornalista e sceneggiatore, vive a Milano. Ha scritto otto romanzi tradotti in quattro lingue.  ideatore e direttore del NebbiaGialla Suzzara Noir festival e del portale
MilanoNera. Enrico Radeschi, protagonista del racconto presente in questa antologia, compare nei suoi romanzi La marcia di Radeschi, La mano sinistra del diavolo, Niente baci alla francese e L'uomo della
pianura, tutti pubblicati da Mursia. Il suo ultimo romanzo  L'ira funesta (Rizzoli, 2013). Il suo sito  www.paoloroversi.me.
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7. Marcello Simoni  nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo, lavora come bibliotecario. Proprio questa professione lo porta a concepire un'idea di narrativa popolare che leghi i moduli del thriller alla storia, all'avventura e alla ricerca di antichi manoscritti. Nasce cos Il mercante di libri maledetti (Newton Compton 2011), romanzo bestseller che ha venduto oltre 500.000 copie, ha vinto il
60esimo Premio Bancarella,  stato selezionato al Premio Fiesole 2012 e finalista al Premio Emilio Salgari 2012. Con la Newton Compton ha pubblicato anche La biblioteca perduta dell'alchimista, I sotterranei
della cattedrale e Rex Deus, romanzo a puntate in versione ebook, pubblicato anche in edizione cartacea con il titolo L'isola dei monaci senza nome. I suoi romanzi vengono pubblicati in 15 Paesi.
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INDICE.
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1. Francesca Bertuzzi, Quando da piccolo picchiavo i cani.
2. Diana Lama, Giochi d'estate.
3. Giulio Leoni, A mezzanotte sul ponte scialuppe.
4. Massimo Lugli, Ruggine.
5. Silvia Montemurro, Weekend maledetto.
6. Paolo Roversi, Il killer di piazzale Dateo.
7. Marcello Simoni, L'enigma del violino.
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Fine Indice.
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1. QUANDO DA PICCOLO PICCHIAVO I CANI
di Francesca Bertuzzi.

Grazie ad Alessio Romano e al suo romanzo Paradise for All che ha ispirato questo racconto.
Quando da piccolo picchiavo i cani  un omaggio a lui e al suo lavoro.

Dopo i cani
Migliaia di luci illuminano la notte di Shanghai mentre la citt continua a vivere. Le strade sono
serpenti che si muovono all'infinito. Tzu  in una camera d'albergo nel cuore del Bund.
Aspetta immobile, educatamente seduta, dritta e paziente, che il suo prossimo uomo finisca di
farsi la doccia.  come un rituale che ha imparato a conoscere. Quell'attesa fa parte del lavoro. Tutti,
nessuno escluso, entrano sotto la doccia e si preparano in una sorta di strano battesimo. Si preparano
per diventare clienti.
Tzu  bella e giovane. Sa che questi sono gli unici vantaggi che la vita le ha messo in tasca, e si
 detta che li avrebbe sfruttati. Ha visto sua madre vivere con onore e con l'onore forgiarsi una bella
bara di compensato. Un solo giorno libero al mese. Dormiva dove lavorava. Niente ferie. Niente
aumenti. Nessun diritto. Allora Tzu decise che dell'onore poteva fare anche a meno. Quello di cui non
voleva assolutamente privarsi erano le emozioni. Le piaceva anche quell'attesa, sentir montare la
tensione prima di una performance.
Sua madre era solo stanca, stanca e rassegnata. La Cina l'aveva sconfitta, Tzu l'avrebbe vissuta.
Sarebbe diventata parte della citt. Come una di quelle macchine in fila lungo le strade, lei avrebbe
avuto una destinazione.
La doccia batte forte il corpo dell'uomo. L'uomo viene dall'Italia. Per Tzu l'Italia  un sogno.
Anche Andrea veniva dall'Italia, da Venezia. Import-export di vini, azienda con sede a
Shanghai. Lei era un regalo di benvenuto da parte del suo socio.
Quella sera di due mesi prima si era vestita di latex e si era truccata molto. Il corpetto le
fasciava i due piccoli seni bianchi in un modo che a lei pareva irresistibile. I tacchi erano alti, forse
troppo, perch quando lui era entrato nella camera lei tremava in un equilibrio precario. Gli aveva
sorriso e aveva caricato lo sguardo di malizia. A volte esagera nelle espressioni,  vero. Bisogna essere
credibili, ma gli occidentali hanno altri codici che lei prova a rendere credibili sul suo volto, anche se
ancora non si pu dire esperta. Andrea quando l'aveva vista si era quasi spaventato. Le aveva subito
detto che non era il tipo, non voleva i suoi servizi. Niente di personale. Ma personale lo , sempre. Tzu
c'era rimasta male e si era sentita a disagio, rifiutata, una brutta sensazione. Senza volerlo aveva messo
su il broncio e lui doveva aver capito. Si era avvicinato, si era scusato, l'aveva consolata e invitata a
cenare con lui, in camera, come con una ragazza vera. Avevano ordinato hamburger e Coca-Cola e,
mentre aspettavano che il cibo arrivasse, lui aveva iniziato a farle domande personali. Da dove veniva,
che musica le piaceva... anche se durante la conversazione lo sguardo di Andrea cadeva sempre pi
spesso sullo scollo del corpetto. Lui arrossiva e si scusava. Tzu non era riuscita a trattenersi a lungo e
dopo un po' aveva cominciato a ridere e a prenderlo in giro. Era abituata a farsi guardare, a lasciare che
gli occhi, prima delle mani, le facessero quello che il cliente voleva. Ma con Andrea si sentiva in
subbuglio e quell'emozione si tradiva in piccole risate acute.
Andrea aveva stabilito che non potevano continuare cos: o lei indossava qualcosa di pi
"comodo", o lui non avrebbe avuto modo di dire nulla d'intelligente per tutta la serata. Dalla valigia
aveva tirato fuori una maglietta di una squadra di calcio e un paio di pantaloncini. Avevano l'odore del
bucato fresco. Lei era andata a cambiarsi in bagno e, come per una strana magia, tornata in stanza non
aveva pi provato a fare le espressioni maliziose o a tenere i toni seduttivi di una conversazione con un
cliente.
La cena era arrivata e si erano messi sul letto a mangiare, a ridere e a scherzare. Tzu aveva
capito che Andrea amava profondamente la Cina e quello che rappresentava. Lui ci vedeva il futuro, la
risposta per il domani. Lei aveva solo diciannove anni e l'esperienza, come la cultura, le facevano
difetto, per pensava che Andrea della Cina non sapesse poi molto. Tzu avrebbe dato ogni cosa per
andare via da l. In un posto, qualunque posto, dove avesse almeno una chance di essere libera, ma non
aveva detto nulla. Si era limitata a sorridere e ad annuire. In fondo le piaceva dimenticare la realt e
immaginare la sua Cina come una terra di sogni e opportunit, invece di vedere la dura concretezza di
una terra lavorata da braccia schiave.
Braccia di madre.
Braccia di padre.
Non le sue.
Dopo aver mangiato tutto, avevano continuato a parlare. Lei gli aveva fatto molti complimenti
per il suo ottimo cinese e lui si era mostrato orgoglioso. Tzu si era incantata sentendolo parlare di
Venezia, fino a quando nel suo immaginario le parole erano diventate fotografie e poi intere sequenze.
Dentro di lei aveva preso vita una citt dalle delicate tinte pastello, con le vie d'acqua e i gradini dei
palazzi che si inabissavano sotto lo specchio di superfici liquide. Aveva immaginato il Ponte dei
Sospiri e le emozioni degli uomini che lo attraversavano diretti verso il giudizio degli inquisitori.
Quelle storie aprivano sipari su mondi e passati differenti, a lei alieni. Di racconto in racconto, Venezia
si modificava e diventava ora una citt luminosa e brillante sotto i riflessi acquatici del sole, ora un
lugubre mondo di leggende spaventose.
Poi, a un certo punto, qualcosa in Andrea era cambiato. Lo sguardo e i sorrisi, il tono era
diventato sempre pi basso, e Tzu si era improvvisamente scoperta intimidita ed emozionata in maniera
nuova. Infine si era ricordata chi fosse esattamente e cosa ci facesse in quella camera: anche se quello
di Andrea non era lo sguardo tipico di un cliente, lei non era cos ingenua da non riconoscere il
desiderio negli occhi di un uomo. Quando Andrea si era alzato e le aveva detto che avrebbe voluto fare
una doccia, Tzu aveva capito che cosa voleva dire.
Non appena aveva sentito lo scroscio dell'acqua, si era alzata e rimessa le scarpe. La divisa da
calcetto non aveva voluto toglierla, le piaceva la parte di lei che faceva rivivere. Il suo volto
guadagnava importanza ora che il corpo era coperto, gli occhi divenivano i protagonisti, catturando
l'attenzione.
Si era appoggiata alla superficie liscia della porta del bagno e aveva posato le labbra sul legno
laccato. Aveva chiuso gli occhi come quando da bambina faceva le prove per imparare a baciare, con il
cuore che le batteva forte e, quando si era ritratta, aveva sentito qualcosa staccarsi da lei e restare l. Poi
era uscita dalla stanza e dall'albergo e aveva camminato lungo i moli del Bund. L'alba era arrivata a
colorare la sua Shanghai, e lei per la prima volta si era innamorata. Poco prima di alzarsi dalla panchina
su cui aveva visto nascere il nuovo giorno aveva capito di aver violato il suo codice professionale: un
cliente non va mai lasciato senza trattamento. Che ti piaccia o ti dia repulsione, se hai ricevuto il
pagamento il lavoro va portato a termine.
Ma Andrea le sarebbe mancato troppo, le sarebbe mancato troppo non fare l'amore... Se non
conosci qualcosa, non ne puoi soffrire l'assenza e lei non voleva avere il cuore spezzato. Per questo era
uscita dalla stanza, per questo aveva rinunciato a quell'emozione. Per il momento, si era detta, solo per
il momento.
Allora aveva capito quale sarebbe stata la sua destinazione, doveva solo risparmiare abbastanza
per un biglietto aereo che le facesse sognare e poi concretizzare Venezia sotto i piedi.
Quindi, ora, seduta sul letto in attesa del cliente, Tzu sorride stretta nelle spalle. L'acqua della
doccia interrompe la sua litania e Tzu ritorna al presente e slitta sulle vie saponose del futuro. Domani.
L'ha prenotata per domani, poche ore e lo rivedr. Ha chiesto di lei, voleva soltanto lei. L'agenzia 
stata chiara, si deve tenere libera. Immagina che questa volta Andrea la porter a cena fuori, in un
ristorante per occidentali, magari anche al cinema. Forse alla fine della serata le dar un bacio per
salutarla, solo un bacio. Quando sar pronta, sar lei ad andare da lui... ancora un po' e avr
abbastanza soldi per volare verso Venezia.
Si sistema i lunghi capelli neri, passa gli indici sotto gli occhi a correggere il trucco. Si
accomoda sul letto. Accavalla le gambe e stende un braccio lungo il copriletto intonso. Semisdraiata,
pronta a tutto, come la vogliono, come dev'essere nel Bund.  l che vanno tutti gli uomini d'affari
occidentali, quindi l tutto costa di pi. Anche lei costa di pi.
Il cliente esce dal bagno. Si  rivestito. Tzu pensa che sia strano, ma sorride, si passa la lingua
sul labbro superiore glassandosela di lucidalabbra alla fragola.  un bell'uomo, per quel che ne capisce
lei.  alto e biondo. Ha gli occhi di un blu molto intenso e questa  una cosa a cui ancora non si 
abituata. Resta sempre stupita di fronte agli occhi azzurri, una strana magia del DNA occidentale.
Tzu si sta sforzando di mantenere la posizione plastica che ha assunto, ma l'uomo non la guarda
nemmeno. Ha preso il cellulare dalla tasca della giacca elegante. Il telefonino  smontato. Ha posato sul
tavolo la batteria e la scheda SIM.
A Tzu inizia a far male il braccio su cui poggia tutto il peso. L'uomo mormora qualcosa nella
sua lingua e annuisce. Tzu non lo capisce ma annuisce di rimando, anche se lui sembra essersi
dimenticato di averla prenotata, come l'avesse scambiata per un arredo della stanza.
L'uomo si dirige verso l'enorme armadio a muro e ne tira fuori una sacca che lancia sul letto
accanto a lei. La raggiunge, e Tzu prova a sorridergli con pi convinzione, ma sembra diventata
trasparente. Allora decide di agire, si solleva dal braccio indolenzito e si alza in piedi. Oscilla sui tacchi
e ancheggia esageratamente fino a lui. Fa scorrere l'indice sulla colonna vertebrale del cliente che si 
chinato sulla sacca e l'ha aperta. Finalmente l'uomo si accorge di lei. La guarda, sembra sorpreso, poi
le si mette di fronte e le osserva il corpo con un'espressione pi concentrata che eccitata, le passa le
mani sulla pelle bianca. La fa girare e la studia. Tzu  orgogliosa della sua pelle perfetta e compatta, 
porcellana pura. Non ha mai preso un raggio di sole, lei ci sta molto attenta, non ha neanche una
cicatrice. Tzu  convinta che sia stata la sua pelle ad averle fatto guadagnare un posto nell'olimpo del Bund.
L'uomo la spoglia, ma senza cura o desiderio, la spoglia come le bambine spogliano le bambole
che hanno appena ricevuto, solo per vedere come sono fatte sotto. Tzu resta in piedi senza pi nulla
addosso. Si sforza di sorridere ma  una situazione nuova e pi che altro sta cercando di capire cosa
deve fare per adattarsi.
L'uomo tira fuori dalla sacca delle corde e Tzu si morde un labbro. Sa che ci sono tante
variabili nel suo lavoro ma finora  stata piuttosto fortunata, qualche stranezza le  capitata, com'
ovvio che sia, ma le corde le farebbero arrossare la pelle. Le corde potrebbero provocare escoriazioni.
Le corde la potrebbero deprezzare.
Tzu arretra di un passo e dice che preferirebbe di no. L'uomo si volta, sorride e le risponde in
italiano. Semplicemente non parlano la stessa lingua. Tzu indica le corde e alza la mano rivolgendogli
il palmo, la scuote. L'uomo si china di nuovo, fruga nella sacca, mette via le corde e ne tira fuori strisce
di seta. Tzu annuisce. Lo pu fare, la seta non dovrebbe lasciarle segni. Si sente sollevata e ora  anche
un po' emozionata. Non  mai stata legata, non le dispiace l'idea. Il suo lavoro a volte  fatto di
momenti noiosi, di semplici routine, anche se cambiano gli uomini spesso le serate sembrano repliche
su repliche delle stesse scene. Questa  una novit e una sfida, e Tzu non vede l'ora di affrontarla.
Con un cenno l'uomo la invita a stendersi. Lei obbedisce. Guarda il volto del suo cliente,
sembra un principe dei cartoni animati. Tzu sorride e allunga un braccio verso di lui. L'uomo scuote la testa e la fa girare a pancia in gi. Le prende i polsi e glieli lega  dietro la schiena, poi la fa mettere di nuovo supina. Cos sta scomoda, sente i pugni piantati sulla colonna  vertebrale, pazienza. Sorride.
L'uomo le accarezza il corpo con il palmo della mano, Tzu chiude gli occhi e sente il fisico rispondere al tocco inarcandosi a dovere. I nervi le si risvegliano attenti. Le dita di lui scorrono sulla
pelle bianca, raggiungono le caviglie e legano anche quelle, l'una stretta all'altra. Tzu pensa che sta stringendo troppo, cos anche la seta potrebbe lasciarle segni. Mugola, ma lui non sembra farci caso.
Il cliente fa passare un'altra corda in mezzo alle caviglie di Tzu e l'assicura alla cornice del letto. Poi ancora un'altra corda a stringere le cosce della ragazza fra di loro. A Tzu non  molto chiaro
come pensa di fare, visto che cos legata le  impossibile aprire le gambe, ma lui sembra determinato, i gesti sono sicuri. Di certo non  la prima volta che fa una cosa del genere. Tzu  curiosa ora, vuole
sapere che le far quando avr finito.
L'uomo la guarda e lei fa una delle espressioni che  convinta piacciano agli occidentali, ma forse si  sbagliata. L'uomo non mostra reazioni e la osserva  inespressivo. Dalla sacca estrae un altro
nastro di raso. Il lembo di stoffa la tocca appena, l'uomo lo fa scivolare lungo il ventre e risale i seni.
Tzu sorride e non perch deve. Stringe gli occhi e sente il corpo concentrato solo sul viaggio del nastro che si ferma sulla clavicola. Il cliente la fa mettere seduta e le lega le braccia al torace. Molto strette, forse troppo. Ora  costretta a respirare piano. Ma Tzu pensa che anche questo ha un qualcosa di esperto. Ha sentito raccontare da una collega che alcuni uomini si fanno strozzare per godere di pi. Ha
sentito dire che la sensazione di soffocamento sollecita alcune terminazioni nervose e questo rende l'amplesso ancora pi violento. Tzu pensa che forse l'uomo le vuole far provare quel genere di
orgasmo. Si strofina sulle lenzuola e stringe le ginocchia. Si morde le labbra e la bocca si riempie ancora del sapore industriale del lucidalabbra.
L'uomo ha un'incertezza,  affannato. Si siede sul letto accanto a lei e le parla in italiano.
Sembra che si rivolga a lei, ma Tzu non lo capisce e lui piano piano si arrabbia. Qualcosa non va, Tzu non riesce a spiegarsi cosa stia succedendo, se ha sbagliato non sa dove. Prova a muoversi per liberare
le braccia, cos potr toccarlo e provare a calmarlo, ma a ogni strattone la seta si stringe sempre di pi.
Iniziano a farle male le spalle. Lui urla sempre pi forte e d colpi al materasso. Tzu sposta le gambe per non essere colpita. Quando si muove, i nastri la stringono, anche quello intorno al petto. Le fa male.
Prendere fiato le fa sentire il peso di un macigno addosso.
L'uomo si picchia la testa con i palmi delle mani. Tzu sgrana gli occhi e mette a fuoco una situazione in cui non dovrebbe trovarsi. All'improvviso non vorrebbe essere immobilizzata. Si pente di
essersi fatta legare. Non le piace per niente. Vuole recuperare un po' di controllo, allora geme simulando un orgasmo, prova a eccitarlo.
L'uomo si volta e la osserva. Gli occhi non restano fissi su un punto, ma lui sembra calmarsi, piega le labbra in quello che Tzu interpreta come un sorriso. Il cliente le tocca la testa, l'accarezza
dolcemente, poi le d due pacche sulla fronte come se fosse il suo cagnolino. Non lo sa neanche lei perch, ma le scappa una specie di guaito. L'uomo sorride, stavolta ne  certa. Sembra commosso, gli
occhi gli si sono velati di lacrime e danno l'impressione di essere ancora pi chiari. Ora l'uomo  felice e Tzu si sente meglio, sollevata. Si era agitata troppo. Doveva solo indovinare cosa piacesse al cliente, da l in poi il lavoro sar in discesa, ne  certa. Si rassicura, se continua su quella linea, lui avr ci che vuole e prima di rendersene conto lei star gi camminando fra i  negozi del Bund o, meglio ancora, sar gi domani e rivedr Andrea. Ora ha solo un po' paura, magari fra  poco le sembrer eccitante anche questo momento. Passer tutto velocemente.
L'uomo alleggerisce il letto dal suo peso. Tzu lo vede di schiena adesso. A lei sembra giovane, ha le spalle larghe,  alto, ha un fisico asciutto. Se rimane calma, se non perde il controllo, potrebbe
anche divertirsi. Vede il profilo del cliente, che si  voltato leggermente a suo favore e, con la coda dell'occhio, guarda il suo corpo immobilizzato. Il cliente apre  l'armadio e con calma sfila tutte le stampelle dal sostegno di legno. Le grucce tintinnano sguaiatamente. Tzu non capisce.
Quando ha finito di spogliare l'asta, l'uomo ci si aggrappa con tutte e due le mani e la tira a s a ripetizione, con forza. Le vene del collo gli si gonfiano, sta diventando paonazzo.
Tzu sente il sudore farsi strada da sotto la pelle, aprirle i pori e bagnarla. Dalla cassa toracica compressa il cuore prova a farsi spazio a ogni battito. Il corpo, prima ancora della testa, avverte il
pericolo.
L'asta si stacca, sar lunga un metro. L'uomo fa un paio di passi indietro e ne sonda la consistenza facendosela atterrare sul palmo della mano. Tzu riconosce la paura prendere concretezza e
impossessarsi del suo corpo messo fuori gioco da quattro stupide strisce di seta...
Il cliente adesso la guarda bene, come non aveva ancora fatto finora, eppure non le sembra cattivo. Lo sguardo non  rabbioso. In realt le sembra tanto triste, quasi sul punto di piangere.
Come un'abitudine, pi che per strategia, Tzu sorride. Ragiona: non le far del male, non pu.
Sono in uno dei pi prestigiosi hotel del Bund, sono nel cuore della citt.  solo scena. Vuole sentire il potere ma in realt non ha nessuna intenzione di farle male. Se avesse voluto, l'avrebbe imbavagliata.
Non pu farla urlare. Non nel Bund.
L'asta si solleva sopra di lei, all'altezza dello stomaco. Il bastone vibra nelle mani dell'uomo che tremano. Dagli occhi del cliente non smettono di uscire lacrime.  triste, tristissimo. Tzu rinuncia a
ragionare, rinuncia alla logica. Gli chiede di smetterla, vuole essere slegata. Ora basta, ha paura, per favore, basta. Ma alle orecchie dell'uomo arrivano solo i versi deboli di un animale sconfitto.
Nella testa di Tzu, o forse anche nella realt, il bastone che l'uomo stringe nelle mani resta l immobile, fermo nel momento.
Tzu infatti ha il tempo di immaginarsi con indosso un vestito per bene, mentre sfila dalla borsa il biglietto per il check-in, prende l'aereo e guarda fuori dal finestrino Shangai che allunga le sue dita di fumi incontrollati nel tentativo di afferrare il velivolo per catturarla di nuovo. Ma il fumo si disperde prima di poterla raggiungere e l'aereo vola determinato, come lo  stata lei, verso il futuro. Pu vedere Andrea tenerle la mano nelle vie strette fra le acque mosse dei canali, portarla sul Ponte dei Sospiri, accarezzarle i capelli, afferrarle il volto, socchiudere gli occhi. Finalmente Tzu potr provare l'emozione che non si era concessa.
Ma il tempo non si  fermato. Tzu lo capisce dalle nocche del cliente che si sbiancano nella presa. Il bastone non trema pi.


Prima delle persone.
"Lo dicono loro, "senza uscita". Io e te scappiamo per un po'... Sai, Claudio, io lo so cosa c' che non va, e so come si guarisce dal mio male. Sei con me?".
"Che eroe, che eroe mio padre", penso.
"Sono con te!".
Mia madre non dice nulla quando a dicembre io e mio padre le comunichiamo, sulla soglia di casa, con le valige ai piedi, che stiamo partendo e non sappiamo quando torneremo. Nulla.
Sto per saltare a pie' pari la quarta elementare per salvare mio padre. Mia madre mi accarezza il viso con una mano, mentre con l'altra prende il libretto degli assegni che lui le passa.
Mio padre la saluta dicendo: "Divertiti tesoro, e comprati dei vestiti da favola. Quando torniamo, io e questo ometto, ti portiamo a ballare". Il suo tono   simile alla melodia delle favole da
raccontare ai bambini, storie che sa non si avvereranno. Mia madre sorride, ma non sembra buona.
Mio padre carica le valige in macchina e mi porta in aeroporto. Poi saliamo su un aereo enorme.
Tutto senza una parola, senza avermi detto dove stiamo andando a sconfiggere "il male", solo con quella sfida scavata nelle nuove rughe che sono comparse quando il dottore lo ha convocato nel suo studio pochi giorni fa.
"Le sue condizioni sono critiche. Vorrei parlarle da solo". Il tono del medico  grave, lo sguardo  serio e professionale.
"No. Mia moglie e mio figlio restano. Li voglio qui".
Io salgo in grembo a mia madre.
"Anche il bambino?".
Mio padre mi guarda e io guardo mio padre, poi lui torna a voltarsi verso il medico e aspetta.
"D'accordo. Le sue condizioni sono gravi... dalle analisi di accertamento  emerso quello che temevamo.  un linfoma".
Pugile ballerino, il medico. Con tecnica collaudata, velocemente, dopo un diretto di assestamento, sferra un jab sotto il mento di mio padre, muovendo veloce le gambe sul ring.
Mi volto verso mia madre. Con la schiena appoggiata alla sua pancia, sento chiaramente qualcosa che le si muove nello stomaco. Sento il suo cuore che, all'improvviso, batte pi lento, ma con pi forza, fino a mangiarsi tutti gli altri rumori nella stanza. Lei  immobile, con i sottili capelli biondi raccolti e tirati in uno chignon di quelli che usano le ballerine, i fini lineamenti di natura aristocratica,
gli occhi azzurri dritti sul dottore, bellissima.
Ma eccolo che riprende. Approfitta dello stordimento dell'avversario per disorientarlo. Gli gira intorno. Che ballerino!
"Dalla TAC risulta che ci sono delle macchie. Sono metastasi. Sono diffuse, professor Santangeli, possiamo solo metterla a suo agio".
Gancio sotto il gomito, di sinistro. Ha aperto uno spiraglio nella guardia di mio padre. E insiste
con il sinistro. Ancora un gancio.  un massacro, signori, un vero massacro.
"A mio agio? Che intende? Che dobbiamo fare?".
Avanza contro l'avversario ancora stordito, alza la guardia. Sta per colpire di nuovo.
"Non possiamo fare nulla, non a questo stadio. Non  curabile, mi dispiace".
Sferra un attacco frontale. Colpisce rapido al naso e ancora in punta di mento. L'equilibrio di mio padre vacilla.
"Lei sa dirmi, dottore, quanto mi resta?", la voce trema.
Il medico abbassa lo sguardo sulla scrivania, poi lo porta lentamente fino al volto immutato di
mia madre, passando su di me senza vedermi. Si gode gli occhi ghiacciati di lei, per poi piantare i suoi in quelli di mio padre.
"Da quello che vedo nelle sue lastre, professor Santangeli... Mario... non pi di sei mesi".
Una finta e si butta con tutto il peso del corpo in un diretto destro. Lo prende in piena faccia...
eppure... Ma cosa fa? Resta in piedi? Signori, che spirito! Che incassatore questo Santangeli!  in piedi! Va alle corde, afferra il soprabito, mi prende per mano ed esce dallo studio.
Arriviamo su un'isola, e io non capisco dove siamo. Parlano un dialetto incomprensibile, alieno, che io non mi sforzo di capire. Mi impegno invece a seguire le gambe di mio padre che cammina a passi enormi.
Ha affittato una casa bellissima, in cima a una scogliera. Tutto il secondo piano non ha pareti, solo lastre di vetro da cui si vede quanto  grande il mare.
Mio padre  ricco. Mio padre  un uomo di potere. Mio padre  ancora vivo. Ha vinto tutto nella vita. Tutto.
Continuer a vincere, io lo so.
Di giorno andiamo al mare. Lui si intrattiene con qualche pescatore e si capiscono parlando ognuno la propria lingua, anche se mio padre ogni tanto si fa ripetere le cose un paio di volte.
Quando il tempo lo permette, usciamo in barca e restiamo in mare il pi possibile. Peschiamo,
in silenzio, e mio padre assume un'aria cos intensa che accentua le rughe nuove, quelle che non avevo visto prima del colloquio con il dottore. Altre volte sorride assorto. Ha anche assunto una ragazza che viene tre volte a settimana a fare i lavori che a casa fa Amelia. Rif i letti, lava i vestiti e la casa,
cucina, ma  molto pi bella di Amelia, pi giovane. E quando si muove  tutta allegra, e sorride sempre. Si chiama Redenta. Mi piace tanto Redenta.
Nel nuovo silenzio di questa strana intimit solitaria sono passati quattro dei sei mesi rimasti a mio padre, e io e lui passeggiamo sulla spiaggia. Mi ha svegliato presto, nel buio. Siamo andati a
camminare sulla riva verso l'alba.
Finalmente mi parla.
"Sai, non me la sento la morte. Siamo gi arrivati ben oltre quello che diceva il dottore. A quest'ora dovrei stare gi molto male, per io non mi sento male", si batte un pugno contro il petto.
"Ma se invece dovessi iniziare ad avere qualche sintomo, uno di questi giorni", mi posa la mano gigante sulla spalla e in un attimo sento tutto il suo potere, "non ti spaventare. Restami accanto. Ho
bisogno di un piccolo comandante come te. Lo sconfiggeremo. Insieme.  per questo che ho voluto te.
Tua madre, lei non  un soldato, la amo molto ma non ha la forza che serve qui, ora. Tu ce la farai. Ti conosco, tu sei come me, vero figliolo?".
La sua mano mi tira per farmi voltare fin quando non ci troviamo uno di fronte all'altro. Mio padre si piega sulle ginocchia e mi prende il volto fra le mani studiandomi, cercando di rintracciare in me quella forza che ci serve disperatamente. Ho le lacrime agli occhi ma devo dimostrare che non piango e allora non pianger. "Certo che ti resto accanto. Le sconfiggeremo! Una metastasi dietro l'altra. Ricordo la TAC alla perfezione, so dove si nascondono. Le elimineremo come fanno i Pacman.
Le mangeremo una a una e guadagneremo centinaia, migliaia di punti, fino a vincere una nuova vita".
"S, generale!".
E la mano mi lascia. Torniamo a camminare, uno al fianco dell'altro, solenni e nuovi nei ruoli che ci siamo impegnati a interpretare.
Davanti a noi l'enorme testa del sole inizia a sorgere africana. Ho addosso tutto quel discorso e la lontana paura che potremmo non vincere, e la sensazione che mio padre mi abbia appena trasmesso
un po' dello spirito dell'eroe che , qualche passo davanti a me. Mentre cammina verso un sole colossale e bollente, la sua figura si staglia in controluce. Un giorno avr le sue spalle larghe, un giorno
sar forte come lui, un giorno sar un uomo come mio padre, e questa  l'alba di quel giorno.
Al nostro ritorno, la casa  invasa dall'odore del caff. Redenta, che alla fine del terzo mese si  trasferita da noi a tempo pieno, ci viene incontro.
"Ci sono visite, professore", sorride.
Entrando in salone, vedo mia madre sul divano, elegantemente seduta nel suo tailleur grigio scuro, con i capelli raccolti. Si gira verso di me e sorride come  solita sorridere, con le labbra rivolte
all'ingi. Sempre bellissima. Le vado incontro a passi pacati e l'abbraccio, come un uomo.
Mio padre  sorpreso. Si siede di fronte a lei. Redenta porta un vassoio con la mia colazione e un caff anche per mio padre. Mia madre ha gi la sua tazzina sul tavolo basso su cui ha poggiato appena le ginocchia. Redenta sfila di fronte a mia madre, che le rivolge uno sguardo solo quando entra nel suo campo visivo. La osserva con quei suoi occhi indecifrabili che immediatamente ti fanno sentire
umiliato. Il sorriso di Redenta si smorza e lei scompare velocemente dietro la porta.
"Ho parlato con il dottor Martini".
Mio padre la interrompe con un gesto. Mi guarda. Lo guardo.
"Non puoi mandarmi via. Ho promesso. Insieme".
L'ho solo pensato, ma sono sicuro che lui ha sentito. Fa un cenno con la testa come per rispondermi di s, poi sposta lo sguardo sull'immobilit da ritratto di mia madre e si alza. Si dirige verso l'angolo bar in legno scuro, ma continua a guardare mia madre. In effetti ha qualcosa oggi, qualcosa di potente.
Gira intorno al mobile.
"Sai, Claudio, cosa bisogna fare in queste situazioni?", accenna un sorriso.
La mia espressione deve essere alquanto stordita.
"Bisogna viziarsi!".
Intanto guarda lei, non me.
"Non  troppo presto per un drink?"
"Cara Sofia, lo so che sono le nove di mattina, ma mica pu uccidermi, giusto?".
Mia madre arriccia il naso in un moto di rapido disprezzo, poi torna marmorea nella sua inespressivit.
"Trovo volgare lo humor nero".
Mio padre sorride, non ancora piegato.
Si gira verso di me.
"E per coccolarsi come si deve...".
Tira fuori un bicchiere di quelli massicci, con una bolla d'aria prigioniera nel fondo, e lo posa sul bancone insieme a delle bottiglie, vetro contro vetro.
"Sessantacinque grammi di salsa Worcester, centoventi grammi di succo di pomodoro, ottanta grammi della migliore vodka ghiacciata che puoi trovare sul mercato... Ma il segreto, in un Bloody Mary,  un pizzico di sale, uno di pepe, una spruzzata di tabasco, e  un gambo di sedano".
Mescola il cocktail con il sedano mentre torna verso di noi.
"Ora dimmi, cara. Dimmi, Sofia", il suo tono diventa all'improvviso pesante, drammatico, privo di ironia cos come il suo volto, che torna a essere segnato da ombre scure. "Il dottor Martini, cosa ti ha detto?".
La mia attenzione  rapita dal liquido denso e rosso che mio padre sta mandando gi, il resto mi sembra lontano e fuori dalla realt.
"Ho una bella notizia...".
C' un che di agonistico nel volto di mia madre. La bocca le si piega leggermente verso il basso, come un lieve sorriso dei suoi, ma con qualcosa in pi. Sdegno.
"Non eri tu il moribondo, ma un altro paziente del dottor Martini, il quale ti manda le sue pi sentite scuse".
Quella frase  una fiera scura che esce dalla bocca di mia madre per saltare al collo di mio padre.
 una bella notizia, ma lui non sembra viverla con gioia, sembra deluso. Ma  un attimo, sorride, alza il bicchiere.
"Allora bisogna festeggiare".
Svuota il bicchiere ed esce dalla stanza.
Mia madre mi guarda, il mento alto, la postura impettita come se fosse su un podio in attesa della medaglia d'oro. I suoi occhi lampeggiano in un moto di orgoglio freddo.
Dovrei essere felice ma,  strano, non lo sono. Mi dispiace per mio padre e penso solo a come si sono detti le cose, a come mia madre lo abbia... piegato.
"No mamma, non dovevi schiacciarlo, non cos. Non di fronte a me".
Lei si alza dal divano nella sua rigida bellezza, il corpo slanciato, i polpacci spigolati dalla danza, e se ne va.
Le cose vanno come prima, anche se qualcosa della freddezza di mia madre si  sprigionato e ha cinto in assedio l'enorme villa in cui viviamo. Lei trascorre il tempo in giro per associazioni benefiche
e la sera sorseggia un bicchiere del vino pi scuro che esiste di fronte all'enorme camino, leggendo i quotidiani. Mio padre torna ogni tanto, quando meno me l'aspetto, ma qualcosa di vile che non riesco a
catturare si muove viscido nella sua ombra.
Passano gli anni, ne passano quattro, freddi e austeri. Senza gioia.
Fino a quando, una sera, mio padre rientra tardi da uno dei suoi viaggi e la trova in piedi, e anch'io sono sveglio, ma non apro gli occhi, resto accucciato sulla poltrona accanto al divano.
"Ciao Sofia".
"Mario".
"Sofia, ti devo parlare".
"...".
"Non posso pi. Semplicemente non posso. Questa finzione che siamo... non ce la faccio".
"Come si chiama?"
"Chi?"
"Ne avrai un'altra, forse due?"
"Non fare scenate".
"Non ne ho la bench minima intenzione. In effetti non mi interessa. Vuoi andartene? Vattene!
Per sia chiaro che ti porti dietro Claudio. Io non ci resto a badare a tuo figlio".
"Sofia,  anche tuo figlio, e il mio lavoro non mi consente di crescere in modo adeguato un bambino. Non  il caso".
"Non era il caso neanche portarlo a vederti morire di cancro ai polmoni, ma te lo sei trascinato dietro. Ora ha dodici anni, io ne ho trentaquattro e mi resta poco tempo per trovarmene un altro".
"Che dici, Sofia? Sei una donna bellissima...".
"Zitto! So che donna sono, e nessuno mi vorr se oltre al difetto fisico che ho, mi porto dietro un adolescente".
"Quale difetto? Quale adolescente? Io, mamma?".
"Io c'ho messo anni prima di accorgermene. Sai fingere benissimo, Sofia. Quando se ne accorger avrai gi l'anello al dito, non temere. Gli uomini vogliono sempre credere di essere bravi sotto le lenzuola".
Sento mia madre alleggerire il divano dal suo peso, i suoi tacchi ammortizzati dal tappeto compiere cinque passi, poi il suono di uno schiaffo violento e di nuovo i tacchi, due passi calmi sul tappeto, altri perentori sul marmo bianco, mentre si allontana.
Il giorno dopo, quando mi sveglio, mia madre si sta facendo portare dei bagagli di fronte alla porta. Amelia  molto seria nel suo andirivieni con valige di diverse forme. Lei legge un quotidiano di
fronte al suo caff amaro.
"Dove andiamo?"
"Dove vado, Claudio... dove vado. La mamma non sta tanto bene, e per un pochino te la dovrai cavare da solo. Sto divorziando da tuo padre che ci ha abbandonati. Devo riflettere. Parto oggi. Non so quando mi sentir meglio. Ma quando mi sentir meglio, torner".
"Mamma, rester solo? Come far?"
"Non drammatizzare, ti prego. Ho gi l'emicrania stamattina, sii buono. Nella villa accanto abita Anna che  una mia cara amica. Se hai la febbre o altro, lei ti mander un medico. Per il resto
riceverai settemila euro al mese, cos potrai mangiare, vestirti e andare in taxi a scuola. Amelia viene con me. Ho assunto una signora che lavorer in casa. Non devi preoccuparti di nulla".
Chiude il quotidiano e mi guarda, con i capelli sciolti e la riga geometrica da una parte. La bocca le sorride all'ingi. Si alza e va verso la porta.
"E pap?".
Si gira trionfante, la bocca sempre pi piegata in quello strano sorriso.
"Claudio, tuo padre non torner.  un vigliacco!".
Ed esce. Esce anche Amelia, e l'enorme porta di casa si chiude.
Sono solo.
Sento l'eco di mia madre e del suo freddo, l'eco del motore della macchina che fugge via. Li sento per ore, di fronte alla porta. Finalmente suona il campanello. Tonfo al cuore. "Sono tornati?".
Alla porta un uomo vestito da fattorino tiene in braccio un enorme cucciolo di cane con un fiocco blu intorno al collo. Mi passa il cane. Mi passa una lettera. Mi chiede di firmare un foglio. Poso il cane,
firmo, e l'uomo va via.
Ciao Claudio, lo so che non  un buon momento, lo so che ora non capisci perch io e tua madre non ti siamo vicini, ma le cose sono complicate, capirai un giorno. Lui  un cucciolo di bullmastiff, puro. Te ne occuperai tu, se vorrai, ma so che lo vuoi, lo hai sempre voluto un cane. Verr un
addestratore tre volte a settimana. Fallo abituare a dormire fuori. Un abbraccio, pap.
Il cane sta cagando sul tappeto persiano di mia madre con aria beata. Poi mi raggiunge e mi annusa, lo prendo in braccio.
"Lupin, io e te saremo inseparabili. Non ti abbandoner mai".
Lo stringo, e finalmente piango.
L'addestratore  molto violento con Lupin. Non capisce che  troppo piccolo e lo punisce sempre con il giornale, lo strozza con un collare a cappio, gli urla contro cose umilianti, allora io lo licenzio. La donna che ha assunto mia madre non  per niente simile a Redenta, sembra una nonna mancata. Ogni volta che mi guarda, le sopracciglia le si piegano in una smorfia di piet.
E da quando se ne sono andati via i miei genitori mi sono accorto che il mio viso si sta deformando. Rapidamente. Mentre mi guardo allo specchio, vedo il naso crescere, diventare bozzuto.
L'ovale del volto mi si allunga, come se qualcuno stesse modellando delle caricature direttamente sul mio viso. Come fosse fatto di plastilina.
E la nonna mancata mi guarda, mi cerca, mi spia... sono il suo fenomeno da baraccone. Si aggira per la casa cercandomi, sono il freak dietro la tenda del circo. I suoi occhietti giudicano il mio
volto orrendo. La licenzio. So di essere brutto, ma non dovrebbe guardarmi. Non deve guardarmi.
Nessuno dovrebbe guardare questa faccia. Non mi fa stare bene. Solo con Lupin sto bene.
Anche a scuola tutti mi osservano. Mi sento orribile. Sono orribile. La mia bruttezza  un macigno. Allora a scuola ci vado poco, solo quando non posso farne a meno. Esco unicamente per comprarmi i vestiti. Da quando ho licenziato la nonna mancata non ho molte alternative: non so fare la lavatrice, quindi ogni volta che gli abiti si sporcano devo comperarne altri. Ma non vorrei uscire. Non voglio che vedano la mia faccia. Non voglio che vedano la mia deformit. Voglio stare con Lupin. Ma Lupin mi sembra triste. Forse gli manca la mamma. E magari vorrebbe un fratellino, degli amici. Il giardino  cos grande.
Vado al canile, Lupin ha gi nove mesi ed  grossissimo. Prendo una femmina di pastore maremmano, non pura, di tre anni. Prendo anche un cagnetto piccolo e brutto perch senn lo uccidono, dice la signorina che mi porta in giro per le gabbie. Prendo altri cani. Prendo tutti quelli che riesco a salvare. Si sentono soli nelle gabbie sporche e io devo fare qualcosa perch non si sentano cos abbandonati.
Torno a casa e li libero. Sono sette. Lupin li annusa, scodinzola, ma loro restano immobili, impauriti. Poi, in un momento, senza ragione, iniziano a sciogliere il gruppetto e a ispezionare i cinque ettari del giardino. Quello che doveva essere abbattuto comincia a piangere. Non la smette pi. Provo a consolarlo ma non smette. Suonano alla porta.
"Ciao Claudio".
"Ciao Anna".
"Ho sentito un cane abbaiare e...".
"Ti d fastidio?".
Mi guarda con piet, come a scuola, come ovunque. Non devi compatirmi. Sono solo deforme.
Mi passa una mano dolce sulla guancia. Come fa a non farle schifo?
"No, tesoro. Adoro i cani. Vuoi farmeli vedere?".
Che bella carezza, che bella sensazione.
"Certo, vieni".
La casa  piena dei miei vestiti sporchi di zampe di cane, di peli, di cibo che si decompone abbandonato in ogni angolo, fango e chiazze di pip di Lupin che mi sono stancato di pulire. Non gliel'ho saputo insegnare che deve farla fuori. Lei passa guardando con un tantino di meraviglia, ma non sono affari suoi. Non chiede e non dice nulla. Sa gi tutto quello che deve sapere. Alle conclusioni ci arriver da sola. La porto in giardino. Fischio perch in giro non vedo nessuno. Da un mucchio di cespugli compaiono tutti i miei cani, capitanati da Lupin, che sfreccia verso di me e mi fa le feste.
"Prego Lupin,  giusto che tu abbia degli amici".
"Ma sono una banda".
"Lupin era cos solo. Ho pensato che volesse una famiglia".
Anna mi posa una mano sulla testa e la lascia scivolare in un'altra carezza. "Oh Anna...".
Resta un po'. Mi prepara un t. Parliamo, ma inizio a sentirmi a disagio. Sento la mia faccia fare espressioni grottesche, deformi, anche se non muovo un muscolo. Finisce il t, e finiscono anche gli argomenti. Anna sorride. Mi d una carezza. Esce. Guardo Lupin leccare ripetutamente il muso del
mezzo pastore maremmano femmina.
Lupin  l'unico che pu dormire sul letto, e difende la sua posizione ringhiando a chiunque provi ad annusare la trapunta. Dormiamo abbracciati. A lui non importa quanto io sia brutto. Lupin mi vuole bene e io ne voglio a lui. Siamo inseparabili.  passata una settimana dalla visita di Anna, e io ho voglia di rivederla. Era venuta perch aveva sentito abbaiare il cagnetto. Prendo il pastore maremmano, dopo Lupin  quella che ha la voce pi grossa, la lego a un albero e le tiro un sasso sul muso. Guaisce.
Prendo un altro sasso e la minaccio di nuovo. Inizia ad abbaiarmi contro, con una certa violenza. Con questo giochino la faccio abbaiare per cinque o sei minuti e anche gli altri si uniscono al coro. Una vera cagnara. Suonano alla porta. Slego il maremmano, che inizia a leccarmi la mano, e vado ad aprire.
"Ciao Anna, scusa. I cani hanno fatto rumore, vero?"
"Non preoccuparti. Venivo a vedere se qui  tutto a posto".
"Credo di s".
Insieme a lei stavolta c' anche il marito che dice: "Vado a dare un'occhiata al giardino e, se ti va, Anna, ci prepari una cenetta a tutti e tre?".
Anna sorride teneramente mostrando i denti.
"Non c' cibo in casa".
Il maremmano continua a leccarmi la mano. La scanso.
"Vado a prendere il necessario da noi. Torno subito".
Prepara una cena buona e calda, con le verdure, la carne e anche il gelato. Ci mettiamo di fronte al camino e giochiamo a Scarabeo. Mi addormento sul divano. Mi risveglio nel mio letto che  gi giorno, Lupin  accanto a me.
Mi sento solo.
Sono solo.
Anna ha messo un po' in ordine e ha provato a dare una pulita in giro.
Decido di restare di fronte al camino a fare un ritratto di Lupin. Il pastore maremmano oggi mi gira alla larga, ma mi perdoner. Fuori piove forte. Si sentono anche i tuoni.
Mi perdo nei miei pensieri e, non so come, mi trovo a rimuginare sulla sera in cui ho fatto finta di dormire e tutto si  sfasciato. Ripenso alle parole di mia madre, prima che scomparisse lasciando qui tutto il suo freddo: "Tuo padre  un vigliacco!".
E mi viene in mente quando, tornati dall'isola, nella sua ombra non ho pi smesso di vedere la vilt... Ci penso, ci penso intensamente a cosa ha perso mio padre il giorno in cui mia madre ha detto:
"Non eri tu il moribondo".
Poi all'improvviso mi viene in mente, e tutto diventa pi chiaro. Mio padre, l'incassatore Santangeli, non  un eroe, non lo  mai stato, ma per tutto il tempo era quello che sospettavo, che intuivo... un coniglio. Un vigliacco colossale che, pur sapendo nel dettaglio che oltre a essere terribilmente dolorosa, la fase terminale di un cancro  tremenda anche per chi ti deve assistere, invece di affrontarla con coraggio,  scappato. E si  trascinato dietro me, a otto anni, spacciandosi per un eroe. Quando ha capito che sarebbe arrivata presto la degenerazione, mi ha portato sulla spiaggia, e solennemente mi ha chiesto di rimanergli accanto nei momenti pi terribili, facendola apparire una lotta. Claudio, il piccolo comandante di otto anni, che con il suo fioretto di plastica combatte la morte.
Avrei prima visto mio padre piegarsi, poi l'avrei visto morire, e sarei rimasto solo con la coscienza di non essere stato un buon comandante, di non essere stato all'altezza, di aver perso la
battaglia pi importante della mia vita. Sarebbe stata colpa mia e mia soltanto. Una colpa che mi avrebbe mangiucchiato millimetro per millimetro, lentamente, annientandomi negli anni.
"Figlio di puttana!".
Dopo aver avuto la salvezza in tasca, dopo essersi calmato, mi ha abbandonato. Ha abbandonato il ricordo pi schiacciante di quanto  stato in grado di degradarsi. E ora chiss dov' a far finta di essere forte come una roccia.
Ho fatto proprio un bel disegno. Lupin  un cane bellissimo.
Suonano alla porta e vado ad aprire. Anna ha un sorriso triste. Mi accarezza la testa e mi dice che ha parlato con la mia mamma. Le ha detto che anche se sono in gamba, non me la sto cavando proprio come si deve, e che forse non sto nemmeno troppo bene. Anna sorride e mi accarezza ancora la testa. Come ho fatto io con il maremmano dopo averle tirato i sassi.
"Che ti ha detto allora, mamma? Torna?".
Anna incassa le mie parole come se le avessi dato una bastonata.
Poi riapre gli occhi e tira ancora di pi quel sorriso malinconico che la fa sembrare ancora pi triste di quanto non sarebbe se non sorridesse affatto.
"Torner. Certo che torner, ma ha bisogno di un po' di tempo ancora. Per mi ha chiesto la cortesia di portarti dal dottore a farti controllare, perch, sai, tutti ci dobbiamo far visitare di tanto in
tanto".
"Non sto male. Mi sento bene".
"Per a volte non si sta male solo nel corpo... anche qui pu far male", la delicata, amorevole mano di Anna  premuta contro il petto.
Mi porta fuori, poi nella sua macchina che sa di nuovo. Mette una musica sottile, classica, e non mi parla.
Anche se non me lo pu dire, l'ho sentito che  arrabbiata. Non con me. Credo con mamma. Mi giro il pi possibile verso il finestrino cos che non possa guardarmi in faccia, cos che non veda quanto sono brutto, la luce del giorno peggiora le cose,  spietata, evidenzia i lineamenti che mi deturpano.
La stanza del dottore  diversa da quella di tutti gli altri medici. Ha mobili colorati e disegni infantili incastonati in cornici preziose. Il dottore mi dice che posso stendermi su un divanetto celeste e poi mi fa domande, mi subissa di domande, mi confonde di domande, e presto non ho pi idea delle risposte che do. Perdo totalmente il controllo e le parole mi escono senza coscienza. Quando il dottore fa entrare Anna nella stanza, io non so cosa gli ho raccontato per pi di due ore. Non ne ho davvero la minima idea.
Loro due iniziano a parlare con i toni che hanno i grandi e che subito ti escludono dal discorso.
Io sono stordito. In un certo senso  stato doloroso parlare con lui. Mi sento depredato di qualcosa che mi apparteneva e che doveva rimanere mio. Mi pento profondamente di  aver perso il controllo, di non essere rimasto zitto. E fra questi pensieri, capisco poche parole che escono dalla bocca del medico.
"Senza dubbio dovrebbe affrontare un percorso... consenso della famiglia... supporto... terapia familiare... disturbo complesso... dismorfofobia... mancanza di contatto con la propria realt fisica...
medicinali... terapia... caso avanzato... crede di essere deforme...  una patologia grave... si vede deforme... clomipramina... psicoterapia cognitivo-comportamentale... consenso... genitori... inizio...
trattamento... prima possibile... senza un tutore... non... Possiamo... fare... nulla".
Anna cerca di non piangere in macchina. Mi porta a comperare il gelato e, mentre lo mangio, lei passeggia avanti e indietro parlando al telefono. Parla piano per non farmi sentire quello che dice.
Quando torna ha la schiena curva, sembra che abbia perso a un qualche gioco.
Mi riporta a casa.
"Claudio, non so perch non riesci a vedere quanto sei bello, ma lo sei... molto, molto bello.
Sembri un principe, sai?".
Si asciuga una lacrima e se ne va. Resto a guardarla percorrere il vialetto e svoltare verso casa sua.  stata cattiva a compatirmi, a dirmi bugie cos sfacciate. Io lo vedo, io lo so com' la mia faccia.
Lei  bella. Mia madre  bella. Io sono la bruttezza malforme. Ho la sensazione che ora mi stia guardando come se le facesse male quello che vede. Ho paura che non vorr pi guardarmi.
Le giornate sono un pochino tutte uguali. Ogni tanto lego uno dei cani, a turno, e gli lancio i sassi fino a quando Anna o il marito non suonano alla porta e mi stanno vicini. A scuola quasi non vado pi. Le insegnanti, quando vado, mi commiserano, e i bambini mi evitano, ma soprattutto non posso portare Lupin, e da solo non ce la faccio ad affrontare tutti quegli occhi puntati. "Faccio schifo, allora?". Ho coperto anche gli specchi di casa, cos non devo vedermi  e posso smettere di pensare alla mia faccia.
L'8 novembre mi arrivano due lettere:
Ciao Claudio, tanti auguri. Ormai hai tredici anni. Mi sembrano volati. Ancora non mi sento di tornare. Il divorzio con tuo padre  piuttosto difficile, ma vinceremo noi. Ci prenderemo tutto quello
che ci spetta. Lotto anche per te. Lo scontrino  per una bicicletta. Buon compleanno, con affetto,
Sofia.

Segue lo scontrino di un negozio di sport del centro.

La seconda lettera dice:
Buon compleanno ometto. Sono sicuro che ti stai divertendo un mondo con la casa tutta per te.
Fa' baldoria! Non sentirti solo. Ricorda che pap  con te.
Segue un assegno di cinquemila euro.

Resto a leggere e rileggere le due lettere fino a sera. Alle nove metto il collare a Lupin, prendo il guinzaglio e lo lego a un albero. Gli lancio il primo sasso, ma lo afferra con la bocca e scodinzola.
"Abbaia Lupin!".
Ma Lupin non abbaia, e prende al volo tutti i sassi che gli lancio.
"Oggi  il mio compleanno, Lupin. Abbaia!".
Ma Lupin non abbaia. Lo lascio legato all'albero. Cerco qualcos'altro con cui colpirlo. Trovo un rastrello e svito l'estremit. Il bastone che mi resta in mano  come un manico di scopa, ma pi grosso. Mi avvicino di nuovo a Lupin che mi guarda e scodinzola. Gli sferro un colpo sul fianco. Mi guarda un pochino sorpreso, ma non guaisce e non abbaia.
Scodinzola piano.
Allora gliene sferro un altro con tutta la forza che ho e sento un crack. Gli ho rotto qualcosa, ma non guaisce, si lecca pazientemente il lato offeso.
"Abbaia, cazzo!".
Sollevo di nuovo il bastone e lo colpisco alla testa, e adesso abbaia. Senza minaccia, mi ricorda solo chi .  lui, il mio cane, il mio branco.  la mia famiglia, prova a dirmi. Ma io non sto pi
pensando a lui. Voglio che venga Anna, voglio che sia il mio compleanno. Era magica la mattina quando mi svegliavo e scendevo le scale per trovare in cucina tutti i pacchi da scartare e la torta da
portare a scuola insieme agli inviti per la festa.
Ancora una botta in testa. Sputa sangue ma non mi fermo. "Lupin sta abbaiando. Corri, Anna!
Corri a salvarlo".
Lo picchio anche se non si tiene pi bene in piedi. Lo picchio perch se urla abbastanza forte, forse mio padre lo sente e torna, senza pi vigliaccheria, pronto per ricominciare. Continuo a bastonarlo
anche se  sdraiato in una pozza di sangue e non si muove pi.
Lo picchio fino a quando non svengo e nessuno ci ha soccorso.
Nessuno ci ha salvati.

2. GIOCHI D'ESTATE.
di Diana Lama.

Gloria appoggi la fronte al vetro. Inutile, nessun refrigerio, il sole di agosto picchiava
implacabile e inondava la stanza scacciando ombre e frescura. Nessun posto dove nascondersi, ed erano
solo le nove di mattina.
L'inquietudine rendeva la sua pelle color ambra calda come se avesse la febbre. Era uno di quei
giorni in cui si sentiva prigioniera, rinchiusa come una principessa delle favole nella torre pi alta.
Ma non sarebbe uscita, anche se oltre i confini della sua prigione il cielo era terso. Senza che lo
volesse la sua mente cominci a immaginare la spiaggia di Positano, lei seduta in costume sulla
battigia, il mare traslucido di agosto che sciabordava lievemente cullandole i piedi nudi. Ombrelloni
colorati, bambini vocianti, il profumo dello iodio nell'aria.
Niente da fare, lei non sarebbe uscita.
Per aveva bisogno di aiuto.
Le fotografie erano ancora sparpagliate sul tavolo, cos come le erano cadute dalle mani. Aveva
cacciato un gemito di raccapriccio e le immagini colorate erano scivolate tra le sue dita tremanti,
finendo alla rinfusa sul piano, ed erano rimaste l, in tutto il loro orrore.
Aveva bisogno di aiuto, ma a chi poteva chiederlo?
Nel palazzo gi la consideravano una mezza pazzoide, la reclusa della torre C, quella che forse
usciva solo la notte, come i vampiri.
Suo malgrado le venne da ridere, poi le lacrime le offuscarono gli occhi.
Se solo ci fosse stata Giada!
Ma non la vedeva ormai da giorni. Il suo sguardo irrequieto corse al tavolo, alle foto.
Un'idea le attravers la mente. Giada. Possibile che si trattasse di lei? Il terrore le attanagli le
viscere.
Si costrinse ad avvicinarsi per osservare di nuovo le immagini, ma senza toccarle. Tre piccole
fotografie lucide che ritraevano la stessa atrocit. Sospir di sollievo. Era riuscita a guardarle solo di
sfuggita, ma il colore della pelle era chiaro, e invece Giada aveva la sua stessa carnagione ambrata,
retaggio della madre somala.
Non era il corpo di sua sorella, ma lei aveva ugualmente bisogno di aiuto.
Torn alla finestra. Il cielo era di quel colore caliginoso che fa venire voglia di andare ad aprire
l'acqua nella doccia.
Poteva vedere l'ingresso di palazzo Badenmajer, e il viavai di gente che entrava e usciva. Il
condominio era una miscellanea di stile gotico e vittoriano, rivisitata da un architetto tanto pazzo
quanto geniale che aveva deciso che la zona dei Ponti Rossi, una collina sopraelevata da cui si poteva
ammirare sia il golfo che il Vesuvio, fosse il posto adatto per sfogare il suo estro.
Da sotto la sua ampia finestra sporgeva un grottesco gargoyle che impediva a chi era gi di
accorgersi di lei, e Gloria ne approfittava per osservare senza essere vista.
La donna magra con i capelli rossi usc proprio in quel momento, come una risposta inaspettata
alle sue preghiere silenziose.
Ecco la persona giusta cui chiedere aiuto. Non ricordava chi, ma qualcuno, forse il portiere una
delle ultime volte che si era azzardata a uscire dall'appartamento, le aveva detto che era una poliziotta.
La donna alz la testa verso di lei, e Gloria istintivamente si ritrasse. Era attorno ai trentacinque anni,
quindi pi o meno la sua et, atletica, con corti capelli violentemente arancioni e un viso che appariva
attraente anche da quella distanza. Sembrava forte, energica e soprattutto molto sicura di s.
Gloria la invidi profondamente.
Invidiava la maniera disinvolta con cui salut un uomo ben vestito che le teneva aperta la porta,
invidiava la curva decisa ed elegante della mascella, invidiava i capelli splendenti alla luce del sole e
soprattutto le invidiava la libert di andare dove le pareva, e il coraggio di farlo. Quella era una donna
che non aveva paura di niente e di nessuno.
Gloria avrebbe aspettato che tornasse, anche a costo di restare alla finestra tutto il giorno e tutta
la notte, e poi si sarebbe fatta forza, e le sarebbe andata incontro nei corridoi del palazzo.
Certo, bisognava fare molta attenzione, odiava i corridoi di palazzo Badenmajer, ma se si
teneva lontana dal seminterrato poteva riuscirci.
Avrebbe chiesto aiuto alla poliziotta. Forse in un primo momento la donna avrebbe pensato che
lei era pazza, ma poi vedendo le fotografie le avrebbe creduto.
Qualcuno le avrebbe creduto, finalmente.
La citt era ancora grigia e deserta, come devastata da una bomba nucleare che avesse spazzato
via tutti gli esseri umani. Non faceva ancora caldo, non troppo, ma Andrea sapeva che nel giro di poche
ore l'asfalto crepato avrebbe esalato miasmi bollenti che avrebbero reso difficile camminare per strada.
Le macchine parcheggiate sul ciglio della strada sarebbero diventate roventi camere a gas, e sarebbe
stato impossibile maneggiare un volante o toccare un cruscotto senza ustionarsi.
Per strada c'erano poche auto, circolava solo un cane spelacchiato color brodo di carne, le
imposte erano serrate e non c'era nemmeno immondizia nei contenitori verdi che sbocciavano sui
marciapiedi a intervalli regolari.
La settimana di Ferragosto. Il popolo dei Quartieri e la gente bene di Chiaia e Posillipo erano
fuggiti altrove, ovunque, su isole lontane e vicine, su coste e costiere, e in citt erano rimasti solo gli
ottuagenari chiusi in casa con i ventilatori al massimo, e lei, Andrea.
Andrea amava e odiava quella citt.
La odiava la maggior parte dell'anno, la amava solo la settimana di Ferragosto.
Si era dimenticata di guardare il calendario, altrimenti sarebbe uscita prima a passeggiare per
strade deserte e infuocate, ma, una volta tanto, quasi pulite.
In casa, in quell'obbrobrio neo-gotico dove aveva un appartamento, le sembrava che il sole non
entrasse mai. Quando percorreva la orribile moquette dei corridoi di palazzo Badenmajer, passava in
una dimensione temporale illuminata artificialmente, priva di ore, giorni o stagioni. Prima o poi
avrebbe traslocato, magari in una casa con un terrazzino. Le sarebbe piaciuto passare intere giornate a
crogiolarsi al sole, come una lucertola su uno scoglio.
Da corso Vittorio Emanuele raggiunse velocemente la zona desolata prima della grotta e di
Fuorigrotta, oltre un sottopasso e dietro Mergellina.
Parcheggi in un quadrato di sole da cui si vedeva la stazione, una bella palazzina di fine
Ottocento appena ridipinta. Annegava nella sterpaglia circostante come un enorme gteau glassato rosa
e ocra avanzato da una festa.
L'aria stava iniziando a riscaldarsi, il frinire delle cicale sugli alberi giallastri era pi forte del
rumore del traffico, ancora inconsistente.
Andrea cammin tra gli sterpi che le punsero le caviglie lasciate scoperte dai jeans corti e
sfilacciati. Si era messa le Converse lilla in tinta con la maglietta, ma senza rendersene conto, perch
aveva indossato le prime cose cadute fuori dall'armadio. Si chiese se il lilla sparasse troppo con i suoi
capelli arancione catarifrangente.
Il Capitano era gi l, e la guardava a braccia conserte mentre lei avanzava tra le macchine
parcheggiate e gli uomini della Scientifica in tuta bianca inginocchiati un po' dappertutto.
Andrea non li invidiava. Era un incubo dover repertare tutte le schifezze che si erano
accumulate in quell'angolo di citt, un fazzoletto di detriti ed erbacce incolte incastrato tra le rotaie
della metropolitana, le case abbarbicate sulla collina e le propaggini del quartiere elegante.
L la vita sembrava lontanissima. Oltre le cicale solo lattine accartocciate, preservativi usati e
abbandonati nella polvere, plastiche, cartacce, erba secca, deiezioni di cani, mozziconi infetti e infine
lei, rannicchiata nella terra sporca come un altro rifiuto gettato l e dimenticato.
Andrea riusc a vedere solo che era il corpo di una femmina giovane.
Formiche e mosche rivestivano tutta la testa e il torace di una massa nera, lucida e brulicante. Si
intravedevano scintille screziate di azzurro persiano e verde smeraldo. I mosconi della carne, bellissimi
e mortali, stavano gi deponendo le loro uova. Le gambe erano lunghe, abbronzate, con i muscoli ben
delineati.
"Da quando  qui?", chiese a mo' di saluto.
"Anche per me  un piacere rivederti, Andrea". Il Capitano non sorrise.
Funzionava cos, tra loro. Lui era un uomo sposato. A volte Andrea si chiedeva se i momenti di
passione sfrenata in cui lui era completamente diverso fossero solo frutto della sua fantasia.
Si accovacci vicino alla ragazza morta, e anche mentre si sistemava la mascherina e il Vix
sotto le narici per non sentire la puzza, una parte di lei era acutamente consapevole della vicinanza
dell'uomo. Il Capitano non si era messo la mascherina. Fece una smorfia indicando il corpo in
putrefazione davanti a loro.
" morta da almeno due giorni, secondo il medico legale. Probabilmente  stata scaricata da
una macchina l'altra notte".
"Questo deve essere un posto da coppiette", disse Andrea rialzandosi.
Al lavoro cercava sempre di non stargli troppo vicina. Temeva i piccoli gesti automatici, come
sfiorargli i capelli, carezzargli una guancia non sbarbata. Tutte cose che non si poteva permettere.
Chiss se anche lui ci pensava. Se lo chiedeva spesso, ma il Capitano aveva due figlie piccole, e
questo bastava.
"Coppiette incaute, direi. Piuttosto qui ci vengono tossici, sbandati, prostitute, clienti e sballati
di vario tipo". Si era rialzato anche lui, con evidente sollievo.
Sotto il sole ormai alto l'odore che emanava dalla carne straziata era insopportabile.
Gloria era stanca dell'andirivieni dalle finestre. La poliziotta non sarebbe tornata per pranzo,
ormai era certo. I suoi orari erano irregolari, lei lo sapeva bene. Come aveva potuto pensare di riuscire
a parlarle con facilit?
Si guard le mani. Tremavano. Non ricordava nemmeno se aveva preso la sua medicina, quel
giorno.
Era marted? Oppure mercoled? Non lo sapeva. Forse era il caso di chiamare il suo medico.
Scacci immediatamente l'idea: Carola le avrebbe creato solo fastidi, e sicuramente le avrebbe
proposto un ricovero da lei al policlinico, per "rimettersi un po' in sesto". Gloria rabbrividiva solo al
ricordo dell'ultima volta in cui si era fatta convincere.
No, ce l'avrebbe fatta da sola, oppure con l'aiuto della poliziotta dai capelli rossi.
Con una mossa decisa raccolse le fotografie e si guard intorno cercando un contenitore dove
chiuderle. Il suo salotto accogliente e colorato le sembr improvvisamente privo di cassetti, scatole o
stipi dove nascondere quella roba lontano dagli occhi.
Poi si accorse di uno strano fenomeno. I palmi stavano cominciando a bruciarle.
Sembrava proprio che le sue mani stessero prendendo fuoco, l dove erano a contatto con le
fotografie e le immagini orrende che vi erano impresse.
"Lo dicevo perch lei sembra la met di una coppietta.  giovane, niente buchi negli incavi dei
gomiti o delle ginocchia, vestita in modo carino".
Parlando Andrea aveva indicato la camicetta originariamente bianca, ora marrone di sangue
incrostato e nera di mosche, e la gonna corta di jeans rosa.
Il Capitano fiss per un attimo le lacerazioni nella stoffa e nella carne sottostante: "Siamo certi
solo di una cosa: non  stata uccisa qui", sospir.
Se l'assassino si era limitato a scaricarla in quel prato desolato dietro le rotaie, non avrebbero
trovato molte tracce.
"In effetti non c' molto sangue sotto il corpo".
"Non solo per questo".
Solo allora Andrea cap che forse il motivo per cui non la guardava negli occhi non era
imputabile alla loro relazione clandestina. Ci doveva essere dell'altro.
"Non gliel'hai ancora detto?", Clemmi si era avvicinata gi da un po' ma era rimasta in silenzio
fino a quel momento. Clementina Carbone era la vice del Capitano. Una poliziotta tosta, riccia e mora,
di una bellezza un po' austera. Le era sempre piaciuta. Andrea pensava che fossero amiche, o quasi.
"Detto cosa?"
"Andiamo a parlare in macchina", rispose Clemmi.
Il Capitano la segu e lei lo imit, non c'era bisogno di ulteriori spiegazioni. I curiosi stavano
cominciando ad affluire, presto sarebbero arrivati anche i giornalisti, con la stessa voracit delle
mosche impegnate a divorare il cadavere. Ad agosto in citt non c'era molto di cui scrivere. Sarebbe
stato un pezzo succulento, l'ennesima riprova che quello era un posto pericoloso dove stare, specie se
tutti gli altri se ne andavano al mare.
Camminarono nell'aria ronzante. Andrea si rese conto che ci che sentiva non era il frinire delle
cicale, o almeno non solo. Mosche soprattutto, e api e vespe, tutte attirate da quello che rimaneva nella
polvere dietro di loro.
"Come  stata uccisa?", chiese Andrea, ma gli altri non risposero.
Nella macchina di servizio il fetore di carne marcita al sole era meno intenso, anche se un
residuo le era rimasto attaccato nelle narici e Andrea sapeva bene che non se ne sarebbe andato per
molto tempo.
Da lontano sembrava quasi la scena di un film. I tecnici, le fotografie, il balletto dei rilievi fino
all'arrivo degli addetti con il sacco nero.
"Voglio farti vedere una cosa, poi ti riaccompagno alla tua auto", disse il Capitano, e mise in
moto. Andrea sper che fosse un espediente per rimanere solo con lei, dopo. Imboccarono il
lungomare.
Dal finestrino posteriore la citt avvolta nella caligine era un panorama surreale.
Rari passanti si trascinavano sui marciapiedi neri in calzoncini e canottiera. Solo oltre il
parapetto brulicava un verminaio di persone adagiate sugli scogli. Piccole teste lucide sbucavano
dall'acqua. Il tasso di inquinamento quell'anno era molto alto, ma non bastava a scoraggiare i disperati
che temevano il caldo pi dei colibatteri.
Dentro l'auto la temperatura era mantenuta gelida dall'aria condizionata. Tacquero fino a
quando iniziarono ad addentrarsi tra gli stretti vicoli dietro Mezzocannone.
Quando lui disse: "Ancora un attimo e ci siamo", Andrea cap dove erano diretti.
Il rumore la svegli di soprassalto sul divano dove si era raggomitolata.
Era pomeriggio ormai, la luce entrava pi radente. Si guard le mani che si era bendata dopo
averle passate sotto l'acqua fredda, ma ancora le dolevano. " solo frutto della tua fantasia, questo 
ci che ti direbbe Carola".
Lo sapeva benissimo, ma i palmi le facevano male lo stesso.
Arrischi un'occhiata sul tavolo. Le immagini orribili erano ancora l, ad aspettarla al varco, ma
almeno era riuscita a capovolgere le foto.
Era sveglia e qualcosa l'aveva scossa da un sogno torbido e vischioso come schiuma sporca. Le
sue orecchie ci misero un attimo a registrare di cosa si trattasse.
Lo stridio era come quello di una lama seghettata su un ramo secco, o su una manciata di
ramoscelli. Qualcosa che si spezzava con piccoli schiocchi decisi.
Gloria l'aveva sentito altre volte, ma mai cos distintamente. Si tapp le orecchie e torn sul
divano. Sarebbe cessato, prima o poi.
L'istituto di Anatomia umana normale ospitava all'interno dei suoi cortili ombrosi e poco
frequentati anche la sala mortuaria.
Andrea aveva sempre amato quei luoghi, e preferiva questa alla seconda e pi moderna facolt
di Medicina che si trovava nei quartieri collinari. L'universit era incastonata nei vicoli della parte pi
antica della citt, con i vari istituti dispersi tra vecchissimi conventi, botteghe infime e case e casette
affacciate direttamente sull'acciottolato.
Aveva studiato due anni da medico prima di decidere che voleva essere un poliziotto, quindi
conosceva bene ogni pertugio di quella zona. Ora le era chiaro il perch della mascella rigida del
Capitano, del suo sguardo sfuggente, e del dito che tamburellava nervosamente sul volante mentre
aspettava che una scassata Fiesta celeste andasse via e liberasse un posto per parcheggiare.
C'era qualcosa, ma non aveva a che fare con la loro relazione o con lei.
Qualcosa che lei doveva vedere nella sala mortuaria.
Ma comunque la riguardava, se lo sentiva nelle mani che pizzicavano e nell'eccitazione che la
spinse quasi a correre nella calura estiva superando gli altri due, come una bambina invitata a una festa.
"Hic mors gaudet succurrere vitam". La scritta che campeggiava gigantesca su uno dei portali
d'ingresso le era sempre sembrata beffardamente veritiera. Dagli albori della medicina, i cadaveri
servivano ad aiutare gli esseri umani nel progresso scientifico.
Prima di cambiare idea sul diventare un medico, Andrea aveva partecipato ad alcune
esercitazioni di anatomia. Ricordava benissimo il braccio dato a lei e ad altri due studenti per fare
pratica. La pelle era gommosa ma non sgradevole, di una lieve sfumatura verdastra, e non puzzava di
morte quasi per niente.
Quasi, ma non del tutto.
Loro tre avevano scoperto che tirando il tendine nell'incavo del gomito riuscivano a far scattare
alcune dita, forse addirittura il pollice. Lo studente anziano che li sorvegliava li aveva sgridati, e si
erano rimessi a sezionare le fasce muscolari ridacchiando a bassa voce. Al tavolo di fianco quattro
ragazze erano alle prese con una coscia marmorizzata e fetida, e lavoravano in un silenzio cupo.
Andrea dopo un po' si era vergognata della loro stupida ilarit.
Non era uno dei suoi ricordi migliori, e probabilmente aveva contribuito a farle passare la
voglia di diventare un dottore.
L'episodio le balz indesiderato nella memoria forse perch le sembr di riconoscere
l'inserviente, un uomo grassoccio e anziano con indosso un camice immacolato troppo lungo che per
non arrivava a coprire i sudici zoccoli bianchi chiazzati di marrone. Avrebbe potuto essere lo stesso:
erano passati poco pi di quindici anni dagli esperimenti con i tendini di una mano morta.
L'uomo fece strada strascicando gli zoccoli, e i tre lo seguirono lungo un corridoio e due rampe
di scale che si inoltravano in un altro corridoio dalle pareti scrostate. Faceva fresco, l'afa di agosto
sembrava molto lontana.
"Sei sicuro?", bisbigli Clemmi al Capitano. Andrea si gir a guardarlo. Lui stava annuendo.
Aveva la mascella serrata, come se fosse arrabbiato per qualcosa. Andrea amava la linea della sua
mascella, e i capelli neri che portava cortissimi, e quell'aria un po' trasandata che dava l'idea che non
fosse riuscito a radersi la barba la mattina. Lei sapeva che era la prima cosa che faceva appena alzato.
Nel suo bagno aveva schiuma e rasoio a mano libera pronti per lui, per le rare volte che avevano
dormito insieme.
"Sicuro di cosa?", chiese infastidita dal vederli condividere un segreto di cui lei non era stata
messa a parte.
"Prego, da questa parte". L'inserviente si era fermato davanti a una porta a doppio battente. La
spinse energicamente e fece strada.
Entrarono in una stanza vasta e fredda, con le pareti rivestite di piastrelle piccole. Da un lato si
susseguiva una serie di sportelli frigoriferi in acciaio.
Non era la sala che ricordava dai suoi tempi di studentessa. Su tre dei sei tavoli al centro
c'erano corpi coperti da lenzuola.
L'inserviente ne scopr uno, con un movimento esperto del polso che denotava un certo
compiacimento e poi si allontan, andandosi ad addossare a una parete con le mani dietro la schiena.
Sorrideva.
"Dunque, cosa abbiamo qui?", chiese lei.
Il cadavere sul tavolo era di sesso femminile. Forse una donna giovane, ma dalle condizioni
Andrea non poteva esserne sicura.
"Rosalia Maresca". Clemmi stava sfogliando un taccuino dalla copertina nera. "Ventisei anni.
Commessa in un negozio di abbigliamento chic in via Scarlatti. Posizione di responsabilit, addetta alla
cassa. Tornava a casa dopo una giornata al mare con gli amici. La sua automobile in panne  stata
rinvenuta in una piazzola di sosta sulla tangenziale, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta".
Fece una pausa. Andrea guard il Capitano che teneva lo sguardo fisso sulle gambe della
vittima.
"Nessun segno di colluttazione, i genitori ne hanno denunciato la scomparsa alle tre del
mattino. Il suo cellulare  stato ritrovato nella borsetta, in macchina, quella stessa notte. Lei, invece,
due giorni dopo, in un vicolo dietro lo Sferisterio.  stata uccisa una settimana fa".
Andrea era perplessa.
"Non ne ho saputo niente".
"Non mi sembrava il caso di distoglierti dall'indagine sulle orchidee nere".
Il Capitano sapeva benissimo che l'inchiesta sulla sparizione di un numero consistente di
prostitute nigeriane dall'area di Baia e Bacoli era a un punto morto. Ragazze come quelle andavano e
venivano con facilit, e altrettanto facilmente venivano uccise. Non c'erano tracce e non interessava a
nessuno se non alle colleghe che ne avevano denunciato la scomparsa. Andrea ingoi la rabbia.
"E come mai hai cambiato idea?", chiese appoggiando le mani sul bordo di marmo e
contemplando Rosalia Maresca, o quel che restava di lei sette giorni dopo che un assassino ignoto le
aveva devastato il torace, il collo e il viso con decine e decine di coltellate. Sembrava che si fosse
accanito maggiormente sui seni e sui lineamenti: di quello che era stato il volto della ragazza non
restava nulla. I capezzoli erano stati amputati. La carne livida e lacerata era cerea, le ferite slabbrate
risaltavano quasi quanto i grossi punti di sutura con i quali era stata richiusa dopo l'autopsia. L'odore
era terribile. Andrea sper che non fosse toccato ai genitori effettuare il riconoscimento.
"Un giorno tua figlia esce per andare a lavorare, e poi te la ritrovi qua sopra". Clemmi pareva
averle letto nel pensiero.
"Sembra lo stesso assassino". Le ferite della vittima ritrovata dietro la stazione di Mergellina
erano tutte concentrate nella parte superiore del corpo. "Se  cos abbiamo un problema", disse rivolta
al Capitano. Non c'era bisogno di esprimere a parole quello che pensava. Un omicida si considera
seriale dopo la terza vittima uccisa con le stesse modalit, e sono i casi pi difficili, visto che non c'
un movente razionale che colleghi gli assassini alle loro prede.
"Dire problema  un eufemismo", ribatt lui e fece un rapido cenno con la testa all'inserviente.
L'uomo venne avanti e scopr gli altri due corpi, con lo stesso gesto al tempo stesso plateale e
noncurante con cui aveva levato il lenzuolo che copriva Rosalia.
Andrea se lo aspettava, ma ugualmente arretr di un passo per l'impatto con la zaffata di
putredine che le si avvent addosso.
"Angela Coppola, diciannove anni, e Mariana Petrovna, ventisei. Entrambe prostitute, tutte e
due sono state scaricate nella zona vicino alla stazione di piazza Leopardi", disse Clemmi. "Uccise
nelle due settimane precedenti. E la Maresca abitava a Fuorigrotta".
Andrea la ignor.
"Quando pensavi di dirmelo?", chiese con durezza rivolta al suo superiore.
I due cadaveri erano nelle stesse condizioni del primo. Ferite multiple da lama di coltello
concentrate nella parte superiore del torace e sul volto. Capezzoli amputati. Solo lo stato di
decomposizione era pi avanzato.
"Ti sto informando ora", rispose lui a muso duro, "perch mi servi".
Lei rimase a fissarlo a braccia conserte, la mascella le tremava dalla rabbia.
Clemmi intervenne conciliante: "Su Andrea, eri impegnata in un'altra indagine. Anche se sei
l'enfant prodige della nostra squadra non puoi essere in due posti contemporaneamente. Per adesso sei
su questo caso".
"Perch?"
"Perch ci servi, appunto", sorrise l'altra, e Andrea ricord le voci di corridoio che circolavano
in centrale. Voci secondo le quali in realt era Clemmi a decidere, e il Capitano era tale solo di facciata,
un tipo abile a fare carriera e con le conoscenze giuste. Voci che raccontavano di una Clemmi diversa
dalla collega simpatica e in gamba che lei conosceva. Il viso della donna era duro, i suoi occhi
totalmente inespressivi mentre la scrutavano da capo a piedi.
"La scelta della Maresca mostra che si sta evolvendo verso prede di pi alto profilo rispetto alle
prostitute da strada. Anche la ragazza che abbiamo trovato oggi sembra una studentessa, per 
probabile che le vittime facili siano sempre appetibili per lui".
Donne di cui nessuno si preoccupava se non tornavano a casa una notte. Donne senza valore,
come le orchidee nere che si prostituivano nella zona di Bacoli. Carne da macello. Clemmi continuava
a osservarla come se le stesse prendendo le misure.
"Sei un po' magra, ma i capelli arancioni vanno benissimo. Ti troveremo i vestiti adatti e sono
certa che farai un figurone".
"Io non sono sicuro di volerla utilizzare", si intromise il Capitano con un tono incerto che
Andrea non gli aveva mai sentito. Era preoccupazione quella che vedeva in fondo ai suoi occhi scuri?
Preoccupazione e impotenza.
"Ne abbiamo gi parlato", fu la secca risposta, "e tu eri d'accordo con me. Andrea sa badare a
se stessa in maniera egregia. Vero?"
"Sono la miglior tiratrice che avete, e pratico judo e kick-boxing. Lo sapete bene. Cosa devo
fare?"
"Ti metterai in mostra nei posti giusti", rispose Clemmi mentre il Capitano sbuffava con le
mani in tasca e distoglieva lo sguardo, tornando a fissare cupamente le gambe di Rosalia Maresca che
la decomposizione aveva enfiato e segnato con una rete di capillari violacei.
"Benissimo. Ho sempre sognato di fare l'esca", rispose Andrea. Sperava di strappare un sorriso
al suo uomo, ma tutto ci che ottenne fu uno sguardo di viscida ammirazione da parte dell'inserviente.
Sul tavolo le fotografie erano sempre a faccia in gi. Il pomeriggio stava scolorando nella sera,
e Gloria non le aveva pi guardate da quando le aveva capovolte.
Il rumore stridente e regolare era ricominciato. Come un seghetto, oppure una lima, o
qualcos'altro di tagliente che venisse sfregato avanti e indietro su un oggetto solido.
Il portiere non rispondeva nemmeno pi quando vedeva il suo numero sul display. Si era
lamentata talmente tante volte che nessuno le dava pi credito. Nemmeno una volta Gloria era riuscita
a far arrivare qualcuno in casa sua in tempo per sentire il rumore della sega.
Se soltanto fosse tornata Giada. Lei avrebbe saputo cosa fare.
Temendo l'avvicinarsi del buio, aveva lasciato tutte le luci accese e si era rannicchiata sul
divano. Nonostante il caldo asfissiante, le finestre erano chiuse, e lei si era gettata addosso una
copertina leggera sotto la quale rabbrividiva. Si tocc le guance, scottavano.
Non aveva la forza di leggere o guardare la televisione, e i suoi occhi correvano dalla porta
d'ingresso, chiusa e sbarrata con il catenaccio, al tavolo.
Quel tavolo attirava irrimediabilmente la sua attenzione. Le fotografie a faccia in gi
sembravano luccicare, i dorsi bianchi spiccavano sulla tovaglia color prugna.
Le aveva trovate quella mattina in una busta anonima infilata sotto l'uscio.
Non sapeva cosa fare. Aveva bisogno di aiuto, ma nessuno le credeva. Forse nemmeno la
poliziotta dai capelli rossi le avrebbe creduto.
Si alz lentamente, scossa dai brividi, e si accorse del silenzio innaturale: la sega si era fermata.
Gir una fotografia, velocemente, come se scottasse, poi un'altra e un'altra ancora.
Eccole l, le tre immagini a colori che illustravano un'orrida sequenza.
Un braccio umano, femminile, che veniva sezionato all'ascella, la mano contratta in maniera
spasmodica nella prima foto, poi spalancata e distorta nella seconda. La pelle presentava una
trasparenza malsana e traslucida in contrasto con il sangue che la imbrattava. Nella terza, scattata da
maggiore distanza, l'inquadratura comprendeva la spalla, la clavicola e parte di un volto, con la
mascella cadente e la bocca aperta e stravolta in un urlo di agonia.
Gloria torn alla finestra. Fuori era ormai buio, e lei sapeva che per quella sera la poliziotta non
sarebbe tornata.
La puttana non doveva avere pi di sedici, diciassette anni, ma ne dimostrava il doppio. Sedeva
su un basso muretto con le cosce accavallate e un paio di mutandine fucsia di Hello Kitty che la
cortissima minigonna di rete nera non faceva che mettere in evidenza. Calzava lunghi stivaloni di pelle
rosa cipria che le arrivavano fin sopra al ginocchio e portava al collo una elaborata collana di perline
nere e rosa a pi strati, e niente altro. I suoi seni piccoli e nudi erano molto pi giovani della faccia.
Vicino a lei Andrea si sentiva piuttosto anziana e troppo vestita. Si era messa un top dorato e
sfrangiato e una gonnellina formata da petali di velo trasparente che lasciava scoperte cosce e gambe.
Scarpette da ginnastica color oro, e capelli rosso fuoco corti e arruffati. Sembrava proprio quello che il
suo nome di battaglia indicava: Trilly, una fatina per pervertiti e arrapati.
Scese dal muretto e cominci ad ancheggiare lungo il marciapiede verso una zona poco
illuminata. Le macchine erano poche, alle due di notte di un giorno di agosto. Ogni tanto qualcuna
rallentava, la illuminava con i fari e poi accelerava. Forse Trilly non era poi cos appetitosa. Meglio
cos, era sempre sgradevole doversi spiegare con un automobilista infoiato nel momento in cui,
finalmente in un luogo appartato, le sue intenzioni si rivelavano onorevolmente quelle di farsi una sana
scopata e non di sbudellarla e amputarle i seni.
Era da quattro giorni ormai che batteva la zona di Fuorigrotta attorno alla stazione
metropolitana di piazza Leopardi. Una telefonata anonima molto circostanziata, probabilmente di un
pappone, aveva segnalato che due delle vittime, prostitute, erano state prese l. La ragazza abbandonata
vicino alla stazione di Mergellina era invece una studentessa diciassettenne che, abitando a viale
Augusto, presumibilmente usava quella metropolitana e si era ritrovata da sola per strada nella serata
sbagliata.
Rosalia Maresca era un'altra cosa. La sua macchina aveva avuto un problema al carburatore, e
la sfortuna aveva voluto che sulla tangenziale chiedesse soccorso proprio al suo assassino.
Andrea immaginava la scena. La ragazza infastidita e preoccupata, l'auto che non parte. Un
buon samaritano che si ferma,  gi buio, e lei sale senza nemmeno pensare di telefonare ai familiari o
a un amico. Non ci si aspetta mai di incontrare il lupo mannaro quando si torna a casa dopo una gita al mare.
Clemmi aveva dedotto che l'assassino abitasse in zona, e che scegliesse le vittime d'impulso,
quando la sua brama di uccidere diventava insopprimibile. Cosa lo avesse scatenato, in quell'agosto
cittadino, era roba da profiler, e ci avrebbero pensato dopo averlo preso.
Andrea stazionava quindi dall'imbrunire all'alba attorno alla stazione, e non vedeva il Capitano
da giorni. Nelle brevi e laconiche telefonate, lui non faceva che impartirle istruzioni. Il suo malcontento
era evidente, com'era chiaro che aveva delegato a Clemmi ogni decisione su come gestire il caso.
Andrea era furiosa con lui, e allo stesso tempo eccitata. Non vedeva l'ora di inchiodare il "mostro di
agosto", come lo chiamavano in centrale. Allo stesso tempo si sentiva sfruttata e presa in giro. Se il suo
uomo non voleva che facesse da esca per strada, avrebbe dovuto sfilare a Clemmi la direzione dell'indagine.
O forse non teneva poi cos tanto a lei.
Questa era un'altra opzione, che sottintendeva come lei, Andrea, valesse per il Capitano pi
come poliziotta che come amante.
Dietro di lei ud un rumore di freni. Si gir con un sorriso pronto sulle labbra troppo truccate,
ma l'uomo nella macchina non cercava lei. Con aria infastidita la prostituta ragazzina scese dal
muretto, inarcando la schiena. I capezzoli erano dello stesso fucsia delle mutandine. Si chin verso il
finestrino e cominci quella che sembrava una trattativa animata.
Andrea si rese conto di non essere visibile nella zona buia dove si trovava. Qualcosa nella
gestualit della prostituta la indusse a fermarsi. La ragazzina scuoteva la testa mentre parlava. Lei era
troppo lontana per capire le parole ma il tono era un misto di rabbia e paura. La prostituta si stava
tirando su quando un braccio scatt fuori dal finestrino e l'afferr subito sopra il gomito. La smorfia di
dolore sulla sua faccia era inconfondibile anche da lontano. Lo sportello si apr e un uomo massiccio
usc dalla macchina senza mollare la presa. Si affrett a correre verso di loro.
"Aspetta un attimo! Mia sorella viene solo in coppia con me!".
L'uomo si gir. Era alto e grosso e il cappuccio del giaccone gli metteva in ombra tutto il viso.
"Due puttane al prezzo di una?", chiese con voce sorda. Andrea stava per accettare, ma l'istinto
le disse che poteva essere un tranello.
"Sei pazzo", disse, "ci paghi per due e se ti facciamo un bel servizietto anche per tre! Non te ne
pentirai". Sfoder il suo sorriso pi convincente e vide l'uomo rilassarsi impercettibilmente. Aveva
avuto ragione, l'aveva messa alla prova.
"Sali dietro. La tua sorellina sta davanti con me". Spinse la ragazza sul sedile del guidatore e la
segu, costringendola a scavalcare il freno a mano mentre continuava a tenerla stretta.
Andrea obbed, ma dentro di s maledisse Clemmi e il Capitano. Dove erano quando serviva?
Aveva addosso un segnalatore, ma si sentiva ugualmente nuda e indifesa. Si accorse che l'uomo aveva
ammanettato l'altra alla portiera. Il volto che si gir verso di lei era distorto dalla paura, gli occhi pieni
di lacrime. Ora dimostrava molto meno di quindici anni.
"Dove ci porti?".
Forse non era lui, dopotutto.
"Sta' zitta. Ti porto alla fine del mondo".
Forse invece aveva fatto una cazzata. Avrebbe dovuto restare nascosta, farla salire da sola
mentre chiamava aiuto, aspettare i rinforzi e cercare di raggiungerli.
S, e poi dopo qualche giorno avrebbe visto la ragazzina sul tavolo dell'obitorio. Niente pi
capezzoli fucsia, niente pi seni, naso, guance, occhi o labbra.
"Va bene cos", pens, aveva preso la sua decisione in un istante, e ne avrebbe affrontato le
conseguenze fino in fondo.
"Cosa vuoi? Perch hai ammanettato mia sorella?". Doveva far vedere che protestava,
altrimenti l'uomo si sarebbe insospettito. La piccola prostituta gemeva piano, con la testa china.
"Perch cos tu non scapperai, bella sorella maggiore. Non ne ho mai fatte due in una volta, sar
un gioco divertente".
Andrea stava per ribattere ma il colpo arriv all'improvviso, cos rapido che non ebbe la
minima possibilit di scansarlo. Lui si gir di scatto, mantenendo la mano sinistra sul volante, e con il
gomito destro le colp con violenza la faccia. Andrea non sent nemmeno il sapore del sangue che le
colava in bocca mentre cadeva riversa sul sedile. Solo il piagnucolio di una bambina, forse lei, forse la
ragazzina terrorizzata, e poi il buio.
Gloria cominciava a pensare di essere stata abbandonata dal mondo.
Erano giorni e giorni che Giada non tornava e non dava segni di vita. Anche la poliziotta con i
capelli rossi sembrava scomparsa nel nulla, o perlomeno lei non era riuscita mai a scorgerla, sebbene
negli ultimi giorni avesse passato ore a spiare dalla finestra. Forse era andata ad abitare altrove. Anche
Carola, la sua psichiatra, aveva annullato un appuntamento con la scusa che non era riuscita a rientrare
da una qualche isola esotica. E il portiere non rispondeva quando chiamava.
Forse non c'era pi nessuno che lei conoscesse in quel dannato palazzo.
Forse non c'era pi nessuno in citt, erano tutti partiti per le vacanze e lei era rimasta da sola,
con un'ombra che la spiava e le mandava immagini di morte.
Forse avevano ragione tutti quanti e lei stava diventano pazza.
Era isolata, abbandonata, e stava andando in paranoia.
E aveva ancora sul tavolo del soggiorno una manciata di fotografie di mutilazioni e torture che
non osava guardare.
Fotografie che qualcuno le aveva messo sotto la porta perch le vedesse.
Qualcuno che la spiava. Qualcuno in agguato l fuori.
Se non fosse stata su qualche isola caraibica a spalmarsi di olio di cocco, Carola le avrebbe
detto che era tutto nella sua testa. Ma Carola non era l nel caldo soffocante di una notte di agosto a
spiare fuori con la guancia attaccata a un vetro bollente.
Le avrebbe detto che non era successo pi niente, neanche la sega si sentiva pi. Ma Carola non
aveva sentito quel rumore come di ossicini che si spezzano.
Sotto di lei, la luce all'ingresso di palazzo Badenmajer arrivava a illuminare solo pochi metri.
Oltre c'era l'oscurit del vialetto che serpeggiava tra aiuole e bordure di piante. Gli alberi gi in fondo
erano sentinelle minacciose che celavano qualunque cosa si nascondesse oltre. Quella sera, come tante
altre volte, Gloria aveva passato ore a cercare di capire se ci fosse qualcuno nascosto tra gli alberi.
Qualcuno che la spiava, con il viso bianco rivolto verso le sue finestre, pronto a scivolare nel buio
appena lei si avvicinava al vetro. A un certo punto aveva spento la luce ed era rimasta in attesa, finch
il collo non aveva iniziato a formicolarle, e la sensazione di una presenza - proprio l, dentro casa sua,
alle sue spalle! - era diventata fortissima.
Non riusciva a ricordare l'ultima volta che era stata al mare, che si era fatta convincere ad
andare in vacanza, partire, lasciare la citt e i suoi incubi, fuggire da un'altra parte. Le sembrava di
essere sempre rimasta chiusa in quella casa, intrappolata nelle sue paure immaginarie.
Ma quello era reale. Da qualche parte l fuori c'era un essere che faceva del male, e voleva che
lei lo venisse a sapere.
Forse non era pazza, dopotutto, forse non si inventava le cose.
"Ma tu sei pazza, sorellina". La voce di Giada nel suo cervello era nitida come se la sorella le
stesse sussurrando all'orecchio. Lacrime salate scesero a bagnarle le labbra.
Strinse le ginocchia al petto e si accoccol vicino alla finestra. Avrebbe aspettato ancora.
Andrea si svegli con il rumore di una cantilena nelle orecchie.
Scosse la testa che sembrava tutta piena di sabbia e per un attimo pens che sarebbe esplosa. Se
la afferr con le mani e percep sotto le dita i contorni di una faccia che non era la sua. Gonfia,
tumefatta, con qualcosa che si muoveva ma non avrebbe dovuto muoversi nella zona del naso.
La cantilena continuava, come una ninnananna. Le ci volle un po' per capire che era costituita
da una sola parola, declinata in tutte le tonalit, dalla supplica al terrore.
"Nonononono. No no no no no. Nooo no noo no no".
La prostituta ragazzina gemeva sotto il corpo dell'uomo.
Andrea cerc di alzarsi a sedere e si rese conto che la sabbia c'era davvero, tutt'intorno. Era
ancora notte, ma distingueva poco lontano una struttura familiare. Padiglioni bassi, due torri sottili che
svettavano come dita accusatrici puntate verso il cielo nero. Poco tempo prima era stata nei capannoni
di Citt della Scienza, per un sopralluogo dopo un incendio devastante. La spiaggia vicina era quella di
Coroglio. Lei ricordava un'area desolata, fal che spargevano miasmi puzzolenti nell'aria, un branco di
cani macilenti che si aggirava sconsolato tra un cumulo di immondizia e l'altro. Con i colleghi c'erano
stati i soliti commenti sul terribile degrado della citt e su come quella spiaggetta posta in un vero
paradiso naturale avrebbe potuto essere salvata con poco.
Il buio della notte ora copriva detriti e sporcizia, rendendo il luogo ancora pi inquietante;
difficile credere che di giorno potesse affollarsi di bagnanti e velisti.
Andrea si sentiva spiata, come se la notte avesse occhi spalancati che la stavano guardando.
Affond le mani nella sabbia umida e tent di rialzarsi. Poco distante l'uomo continuava a sbuffare e
ansimare sopra la ragazza, ma lei non si lamentava quasi pi. Andrea ebbe un improvviso capogiro e le
sfugg un gemito mentre si metteva carponi. L'altro si rese conto dei suoi movimenti e come un
animale affamato lasci la preda per terra e si gett verso di lei. Le fu addosso velocemente, ma era
impacciato dai jeans sbottonati e lei riusc a rialzarsi e a piazzargli un rapido calcio circolare mirando
all'orecchio. Lui lo incass piegandosi e con il piede destro le sferr un diretto in pieno stomaco che la
rigett ansimante sulla sabbia.
"Aspetta che finisca con quella troia e poi verr il tuo turno", la sua voce spessa e sorda risuon
come ondate di tenebra mentre Andrea cercava disperatamente di ingoiare aria. Dove erano gli altri?
Qualcuno non sarebbe dovuto arrivare a salvarla? Lui la afferr brutalmente per la caviglia e la trascin
vicino al corpo accasciato. Lacrime di dolore e paura le offuscavano la vista, ma vide ugualmente che
della minigonna di rete e delle mutandine fucsia erano rimasti solo brandelli attorcigliati tra le chiazze
di sangue che rilucevano nere sulle cosce bianche.
L'uomo rimont sopra la ragazza, ma con la mano sinistra afferr la nuca di Andrea e le
schiacci la faccia al suolo. La boccata di alghe, rena e marciume le provoc un conato di vomito che si
sforz di reprimere.
"Questa cosa di giocare con voi due mi eccita troppo. Penso che quando avr finito far un bel
puzzle con quello che rimane. Ho un amico che sar contento di vedere le fotografie".
La ragazza non si muoveva. Andrea faticava a respirare, con quella mano pesante che le premeva sul collo, ma riusciva a vederle gli occhi aperti e il torace che si muoveva piano, per il resto la giovane prostituta era totalmente inerte. Lui stava grugnendo come una bestia e il corpo massiccio la schiacciava nella sabbia mentre la penetrava. Una coscia candida sussultava ritmicamente sotto il suo
peso.
"E poi mi piace il rumore del mare. Le altre le ho ammazzate tutte qui. In questa specie di discarica non ci passa nessuno la notte, pure i topi hanno paura. E il sangue nella sabbia si assorbe bene".
Andrea sent la pressione allentarsi leggermente sulla nuca. La sua mano destra cerc disperatamente di trovare un punto di appoggio. L'uomo si muoveva pi in fretta addosso alla vittima.
"Stai buona", rantol, "che tra poco tocca a te".
Andrea vide il coltello solo quando l'uomo lo sollev in aria e la lama cattur il riflesso di un lampione lontano. Cerc freneticamente di muoversi, ma un pugno sull'orecchio la stord. Il sangue in
bocca aveva un sapore ferroso ma dolce. Al suo fianco sentiva tonfi molli, soffocati, nauseanti, e uno schizzo caldo le atterr sulla guancia. La coscia della ragazzina si mosse convulsamente una volta sola, mentre lui continuava a colpire. Il mondo si ridusse a un buco nero piccolo come la punta di uno spillo
dove Andrea pens di potersi nascondere, ma ci precipit dentro e fin nel nulla.
Quando rinvenne era sotto di lui.
La sua bava le scorreva su una guancia e sul collo, la bocca distorta dall'eccitazione emanava
un alito fetido, le mani le artigliavano i glutei ed era dentro di lei. La stava penetrando con una violenza
tale che la sua testa continuava a sbattere contro qualcosa di duro, forse una pietra, e il dolore le
squarciava le viscere come una sbarra di fuoco vivo.
"Ti piace? Fra poco sar anche meglio. Ho imparato da un maestro, ma poi ho deciso di fare a
modo mio.  uno strano, ma le fotografie gli piaceranno".
Andrea non capiva di cosa stesse parlando, lacrime, muco e sangue le si mischiavano in gola
impedendole di respirare. Con la mano cerc a tentoni qualcosa, qualsiasi cosa. La sabbia sotto di lei
era bagnata, impregnata da qualcosa di pi consistente dell'acqua.
"Sei una tosta tu, mi piace". L'uomo le afferr la mano sinistra e con delicatezza le spezz due
dita. "Mi eccita 'sta cosa, mica come quella moscetta di tua sorella che sembrava gi morta. Vuoi
vedere cosa le ho fatto?".
Con due dita le torse dolorosamente il mento verso il mucchio scomposto l a fianco. Mille
stelle nere le baluginavano davanti agli occhi, ma Andrea distinse il busto macellato da cui il sangue
nero e vischioso scorreva lento. Le aveva scuoiato il tronco e la carne era ripiegata all'indietro sulla
faccia, come una coperta. Gli occhi della ragazzina erano sbarrati verso il cielo. La sabbia attorno era
impregnata di sangue.
L'uomo ora grugniva come un maiale, e affondava ancora pi dentro di lei. Andrea sapeva che
tra poco avrebbe afferrato il coltello.
"Non ce la fai da solo, vero?". La sua voce le risult irriconoscibile, come un gracidio. "
perch non ce la fai che usi il coltello?", insistette disperata mentre con la mano sana continuava a
cercare qualcosa per difendersi. Lui sorrise mostrando i denti marci.
"Mi piacer molto vederti sanguinare. Mi far una collana con i tuoi capezzoli e quelli di tua
sorella. Il mio maestro non mi lasciava fare molto, ma ora sto migliorando sempre di pi". Dal tono
sembrava un ragazzino di cinque anni che parlasse del suo insegnante.
"Chi ? Uno pi bravo di te?". Doveva farlo parlare.
Lui le lecc lascivamente la faccia. Andrea gemette di disgusto sotto la lingua spessa e ruvida
come una grossa lumaca bavosa.
"Lui  uno che pesca da un'altra parte. Ha un posto tutto suo", le confid, poi cominci ad
accelerare il ritmo delle spinte.
Andrea pens che l'avrebbe uccisa cos, prima ancora di affondarle la lama nel corpo e
sventrarla; poi lo sent raggrinzire dentro di s. Cap che stava per tirar fuori il coltello quando lo
sguardo dell'uomo si smarr per un momento, e poi comparve quella luce di rabbia che la ragazzina
aveva visto come ultima cosa prima di morire. La lama affamata si lev, Andrea trov sulla sabbia
qualcosa di rotondo e affilato, e senza pensare cerc di colpire l'inguine scoperto dell'uomo. Il coltello
affond dentro di lei una volta, e poi ancora e ancora, ma Andrea non sentiva niente mentre squarciava
con la sua arma improvvisata il pene e i testicoli dell'uomo. Lui la guard sbalordito, con il pugno e la
lama lordi del suo sangue, poi strabuzz gli occhi mentre uno schizzo arterioso le spruzzava in faccia.
Era riuscita a colpire l'arteria inguinale. Lui torreggi per un attimo stagliato contro il cielo nero, poi si
accasci di lato sussultando.
Andrea rotol sul fianco e si rialz a fatica. Si guard la mano che stringeva il coperchio
affilatissimo di una scatoletta di tonno.
La notte attorno a lei era buia e silenziosa, e la sensazione di essere osservata, spiata, divenne
fortissima, come se un'entit maligna fosse nascosta nell'ombra con il fiato sospeso, in attesa.
Improvvisamente il cielo nero si squarci, luci e rumori invasero quell'angolo di buio, e lei
divenne consapevole dello stridio delle gomme, dei fari che illuminavano la spiaggia e dei tonfi dei
passi che di corsa si avvicinavano.
Sent la voce del Capitano che la chiamava e qualcosa nel suo tono disperato la fece sorridere.
Non poteva svenire, non ora.
Strisci sulle ginocchia verso l'omone che si teneva le mani premute sul pube e singhiozzava. Il
suo sangue caldo le schizz in faccia. Aveva lasciato cadere il coltello nella sabbia e lei lo raccolse.
La voce del Capitano era pi vicina, ora.
"Andrea! No!".
La ragazzina la guardava con gli occhi sbarrati. Alla luce dei fari dei suoi soccorritori, Andrea vide che erano azzurri, con una grossa lacrima rossa che colava da uno di essi.
Affond il coltello una prima volta, lentamente, nel grosso ventre peloso, mentre l'uomo cercava di sfuggirle strisciando all'indietro sulle natiche.
Gli sorrise mentre continuava a spingere e girare la lama nella carne una volta e un'altra e
un'altra volta ancora, strappando e squarciando mentre il disgustoso contenuto fuoriusciva, finch
braccia robuste non la afferrarono e la immobilizzarono da dietro.
"Andrea che cosa hai fatto?". Sentiva la voce del Capitano ma non lo vedeva mentre le luci si
confondevano davanti ai suoi occhi.
"Solo giustizia", disse in un soffio prima del buio.
Gloria era sdraiata sul divano nell'oscurit diradata dal baluginio dello schermo del televisore.
Il notiziario che stava trasmettendo era la replica di quello che lei aveva visto pi volte, prima di cadere sfinita.
Le immagini scorrevano, sempre le stesse. La spiaggia di Coroglio, desolata e poco invitante
sotto la luce spietata del sole. Una macchia scura su un tratto di sabbia invaso dall'immondizia.
Autoambulanze, macchine della polizia, uno speaker in primo piano che indicava concitato il mare, le
pietre, i poliziotti e qualunque altra cosa attorno, visto che non aveva un corpo da mostrare. La sigla di
chiusura la riscosse da un vischioso sogno a occhi aperti. Quella era una storia normale, con una sua
logica. Un assassino brutale, con un nome comune, Patrizio Sposito. Ragazze sventrate e fatte a pezzi,
come capita di solito alle prostitute e a quelle che girano da sole per strada la sera. Era coinvolta anche
una poliziotta, ma Gloria non era riuscita a capire se fosse viva o morta, e soprattutto se fosse la sua
poliziotta.
Faceva caldo, era stata costretta ad aprire le finestre per accogliere un sospiro di brezza serale.
Le fotografie sul tavolo si mossero lievemente. Gloria si alz di scatto e le raccolse stringendole
convulsamente.
Non c'era niente da fare. Niente.
Si affacci al bovindo inginocchiandosi sulla panca sottostante e ingoiando avide boccate
dell'aria pulita della notte. Le arriv chiss come un sentore di acqua salmastra trasportato dal vento.
Voleva andare al mare.
Clemmi la aiut a scendere dalla macchina. La luce stava calando rapidamente. Andrea
rabbrivid anche se il vento era solo una brezza leggera. Ottobre era appena cominciato ma negli odori
c'era ancora il ricordo dell'estate passata.
I pochi passi fino all'ingresso del palazzo le sembrarono un percorso a ostacoli lungo e
accidentato.
"Ti fa male?", chiese Clemmi premurosa. Era stata attenta e sollecita ogni volta che era andata
a trovarla in ospedale, quasi affettuosa.
"Solo quando rido", rispose lei stringendo i denti. Clemmi fece una faccia curiosa. Non
meritava sarcasmo, si era comportata bene con lei, anche ora aveva insistito per riaccompagnarla a
casa, fino a che Andrea aveva rinunciato a prendere un taxi.
"Come fai a vivere qui? Questo posto mi mette i brividi", stava dicendo ora mentre si
avvicinavano lentamente al portone.
"Ci si fa l'abitudine". Palazzo Badenmajer di sera poteva sembrare un po' angosciante, ma lei
non vedeva l'ora di rintanarsi in casa sua, e chiudere il mondo fuori.
Il Capitano non era mai venuto a trovarla. Mai, nemmeno una volta, anche se lei non poteva
sapere se fosse passato durante la prima settimana, quando era in coma farmacologico, dopo gli
interventi.
Clemmi le aveva accennato, buttandola l con noncuranza, che era impegnatissimo. Tutti loro erano impegnatissimi, una nuova indagine, che gi i giornalisti avevano soprannominato "il caso delle braccia tagliate".
Andrea aveva girato la faccia sul cuscino, troppo stanca per stare ad ascoltare.
"Sei sicura di non volere che mi fermi a dormire?". Erano arrivate al portone e Clemmi la stava fissando preoccupata, ma lei desiderava solo il silenzio e il vuoto.
"Grazie ma  tutto a posto. Vedrai che tra poco potr tornare al lavoro".
"Prenditi tutto il tempo che ti serve", rispose l'altra, ma evit di guardarla negli occhi. "Eccesso
di legittima difesa", Andrea aveva sentito i colleghi sussurrare queste parole quando pensavano che lei
fosse incosciente.
Non era giusto ma non le importava. Non c'era niente che fosse giusto in quella storia,
soprattutto per la piccola prostituta, l'ultima vittima dell'uomo che lei aveva ucciso. Si chiamava
Caterina e di anni ne aveva quindici. Le compagne di lavoro la chiamavano Kitty, come le mutandine
rosa che preferiva.
Alz lo sguardo lungo la parete sopra di lei. Nell'oscurit, pi in alto, qualcuno la stava
osservando da una delle finestre. Una macchia pi chiara sullo sfondo oscuro circostante.
Andrea scosse la testa e varc l'ingresso di palazzo Badenmajer.
Eccola, la sua poliziotta con i capelli rossi, viva anche se non particolarmente in forma, che
finalmente tornava a casa.
Peccato che ora Gloria non avesse pi bisogno di lei. Giada era tornata a riempire
saltuariamente le sue stanze di voci e allegria. Anche Carola era rientrata al lavoro, le aveva prescritto i
soliti farmaci e in un paio di sedute aveva smontato le sue teorie e i suoi terrori.
Le foto d'altra parte non c'erano pi, e Gloria non sapeva se le aveva bruciate lei stessa, a un
certo punto di quegli estenuanti giorni d'estate, o se addirittura non fossero mai esistite. Non riusciva
nemmeno a ricordare come e perch fosse stata cos terrorizzata e impotente.
Spi il faticoso avanzare della donna sul selciato finch non la vide scomparire nel palazzo. Era
bello comunque sapere che c'era una poliziotta cui poter chiedere aiuto, se fosse stato necessario.
Di sera la barriera di alberi sembra pi fitta. Ci si pu nascondere efficacemente, e celarsi tra le
ombre come un tronco confuso tra la vegetazione. L'ingresso si vede chiaramente, e anche le finestre di
Gloria sono ben visibili. Lei  l, come al solito, affacciata ai vetri che sono la sua porta sul mondo. Dal
movimento della testa, nonostante la distanza e il buio della notte che sta calando, si intuisce che sta
osservando la poliziotta zoppicante mentre varca il portone. I capelli della donna sono una vampata di
colore, intorno tutto scolora nel grigio.
Fra poco palazzo Badenmajer sar una confusa macchia nera contro il cielo, un enorme e solido
monolite che intrappola le tante anime che ci vivono dentro.
Che ci vivono e che ci muoiono.
La purezza di questo pensiero  tale che la figura nell'ombra non riesce a reprimere un risolino.
La vita a volte  divertente, per quelli che sanno assaporarne il macabro senso dell'umorismo.
La vita  come una scacchiera, per chi sa giocare.
Ecco l, davanti ai suoi occhi, un cerchio che si sta quadrando, o viceversa. Ha perso un pedone
ingombrante e stupido come Patrizio Sposito. La poliziotta gli ha reso un favore, ma nelle tenebre della
spiaggia c'era anche lui, pronto a sacrificare il proprio pedone troppo loquace. Il gioco  appena cominciato, e oltre alla regina ora ha individuato l'alfiere.

3. A MEZZANOTTE SUL PONTE SCIALUPPE
di Giulio Leoni.

L'estate  un periodo grigio per chi fa il nostro mestiere. La stagione teatrale  ormai conclusa, i
ritrovi notturni riducono l'attivit, il pubblico abituale si sbanda nei mille rivoli del turismo di massa.
Persino le feste di compleanno sono rare: sembra che i bambini rinuncino a festeggiare i compleanni tra
luglio e agosto, dato che gli amichetti sono in vacanza.
Certo, ci sono sempre i villaggi turistici, o le terme. Qualcosa si fa anche negli alberghi di
montagna. Da un po' di tempo anche gli agriturismo hanno cominciato a offrire qualche
intrattenimento, ma devono starci attenti per via delle tasse, per cui poca roba. Una volta c'erano le
feste patronali e le sagre di paese, ma da quando c' la crisi tutti gli assessorati hanno tagliato le spese,
e magari ti ritrovi a lavorare per due euro sulla piazza, tra il cocomeraio e il baraccone del tiro a segno.
Cos non va bene, la magia ha bisogno di atmosfera. Un ambiente confortevole, luci
appropriate. Un buon commento musicale, semmai, e poi silenzio. Una qualche sintonia tra pubblico e
artista, anche nell'abbigliamento. Che senso ha presentarsi in frac davanti a gente che non indossa altro
che bermuda e ciabatte? Ed  possibile immaginare un mago in canottiera? No, mi dispiace. Queste
cose le lascio agli americani, l magari funzioneranno pure, ma non fanno per me.
E cos ho deciso di prendermi una vacanza. Ma non mi va di andarmi a chiudere in qualche
villaggio ai confini del mondo, ho detto all'impiegato dell'agenzia di viaggi che continuava a
mostrarmi dpliant di luoghi via via sempre pi esotici. Neanche le vacanze intelligenti per musei e
antichit fanno al caso mio: mica voglio ritrovarmi in fila tra pensionati sudaticci davanti a qualche
rudere o imbambolato ad ammirare il solito quadro imperdibile che ho gi visto cento volte in internet
o nella pubblicit delle creme di bellezza.
"Una bella crociera, allora?", fa lui, deciso a non mollare il possibile cliente.
Una crociera. Perch no? Ambiente marino ma rilassato, senza caroselli di macchine sul
lungomare, niente scarpinate per raggiungere la spiaggia, soprattutto niente sabbia rovente e cicche di
sigarette, barattoli, alghe morte e meduse nascoste a pelo d'acqua. Un dolce ondeggiare tra i flutti
rievocando la gloria di antichi piroscafi oceanici, belle donne e qualche sport aristocratico, che so il
volano o il tiro al piattello... per. Purtroppo quei tempi sono ormai lontani.
"S, mi piacerebbe, ma...".
"Ma?", fa lui allarmato.
"Be', non credo di essere adatto. Mi sembra pi una cosa per famiglie, o per pensionati che
vogliono provare ancora qualche moderata emozione. Sa, io sono scapolo, e quanto alla pensione...".
"Ah, capisco!", reagisce lui con aria furbetta. Mi sembra anche che mi strizzi l'occhio. "Certo,
lei  ancora giovane, immagino che non le dispiacerebbe coniugare la vacanza, che so, con qualche
altra possibilit. Un'amicizia, magari anche qualcosa di pi...".
"E in crociera si trova anche qualcosa di pi?"
"Ma certo! Basta saper scegliere l'offerta giusta!", esclama, con un sorriso ampio e suadente.
Alla fine deve aver intravisto la via per fare breccia nella mia diffidenza e dentro di s esulta. "Mi ha
detto di essere un artista, vero?"
"S", rispondo vago, senza entrare in particolari.
"Un artista, ancora giovane. E, mi permetta, anche di aspetto piacevole. Come le dicevo
bisogna solo trovare la combinazione giusta e lei avr una vacanza di totale soddisfazione".
"Mi illumini".
"Vede, quando si pensa a una crociera viene subito in mente una di quelle navi enormi, che si
vedono spesso negli spot televisivi. Intendiamoci, nulla di male, sono situazioni splendide, grande
comfort, prezzi modici. Ma non sono le uniche forme di crociera. Ce ne sono molte altre, pi mirate
negli obiettivi, che rivolgono l'offerta a un pubblico specifico. Navi pi piccole, rotte personalizzate, e
soprattutto una maggior selezione dei passeggeri. Ha presente, la stessa differenza tra un resort curato e
un albergo della catena Holiday Inn. Per esempio...".
Lo vedo mordicchiarsi le labbra per un paio di secondi, poi con uno scatto felino si allunga
verso lo scaffale alle sue spalle e cerca frettolosamente qualcosa, quindi torna verso di me stringendo
con aria di trionfo un fascicoletto.
"Per esempio questa, la Gloria Maria, una nave deliziosa che parte proprio tra due giorni. Poco
pi di un centinaio di cabine, calcoli un duecento passeggeri al massimo. Servizio curatissimo e,
soprattutto, un esplicito orientamento al cliente single: non a caso gran parte delle cabine sono,
appunto, singole. Prezzi medio alti, proprio per scoraggiare una clientela come dire, non all'altezza".
Mi guarda speranzoso, dopo avermi aperto sotto gli occhi il dpliant. Curiosamente le immagini
sono in bianco e nero, appena virate in seppia, come per suggerire una cosa d'altri tempi. E anche la
nave, da ci che posso vedere, non ha nulla dei mostri marini a dieci piani cui siamo ormai abituati,
simili a palazzi sdraiati sulle onde. No, sembra una nave proprio come quelle si trovavano sul sillabario
di scuola, alla lettera N, con una prua e una poppa, i fumaioli, il ponte con le sdraio in fila. Mi piace, e
senza pensarci metto mano alla carta di credito.
Fuori, in strada, mi rendo conto che non ho nemmeno chiesto particolari sulla rotta prevista,
qualcosa nel Mediterraneo, comunque. Partenza da Civitavecchia tra due giorni, come ha detto l'agente
di viaggio.
Sulla Gloria Maria c' tutto quello che uno si aspetta da una nave da crociera, solo in formato
ridotto. La piscina sul ponte  una specie di grossa tinozza, la palestra  appena pi grande del salotto
di casa mia. Non  proprio la bomboniera magnificata dall'agente, ma diciamo che l'essenziale c'. 
tutto un po' vintage, dall'arredamento ai rubinetti di cabina che non chiudono bene, i letti che cigolano,
qualche macchia sul materasso nascosta sotto il lenzuolo fresco di bucato. Il cibo  decente, quella
cucina "internazionale" che va sempre bene, e c' anche un teatrino, con il suo bel programma che il
commissario di bordo ha appena affisso alla bacheca nella sala ponte. Ci butto un occhio, e resto
piacevolmente sorpreso: per stasera  prevista una "serata magica" con un'artista d'eccezione, "Sandra,
the Princess of Magic".
Un nome che non ho mai sentito, ma del resto molti di noi lavorano sulle navi da crociera come
maghi di bordo, e nessuno li conosce al di fuori della loro cerchia. Quelli che "fanno le navi", come si
dice in gergo, appartengono a una categoria a parte. Gli ingaggi sono lunghi, in genere sei, sette mesi, e
dopo un po' si finisce per somigliare ai marinai, si dimentica il mondo e il mondo si dimentica di loro.
Sul programma c' anche una foto di Sandra: una bella donna bionda sulla trentina, dagli occhi
profondi e il sorriso ammaliante. Sono subito tentato di andare a cercarla per presentarmi, magari la
visita di un collega potr farle piacere. Poi mi trattengo, e decido di aspettare lo spettacolo di stasera.
La foto potrebbe essere vecchia di dieci anni, capita spesso. E in ogni caso  una foto di studio... chiss
com' davvero Sandra. Inoltre, il fatto di sapere che seduto in mezzo al pubblico c' uno che fa il suo
stesso mestiere potrebbe metterla a disagio: alcuni provano imbarazzo a esibirsi davanti a una persona
che sa quello che stai facendo ed  potenzialmente in grado di cogliere ogni minimo errore.
Alle nove in punto sono seduto al mio posto su una gradinata a emiciclo che d su un
palcoscenico circolare di un tre metri di diametro. Il fascio di luce di un occhio di bue inquadra i due
soli oggetti presenti in scena: un'imponente sedia imbottita, simile a un piccolo trono barocco di legno
intagliato e dorato, e davanti un tavolino a tre gambe con sopra una scatola decorata con grosse stelle
luminescenti.
Intorno a me un certo numero di passeggeri, dall'aria abbastanza svagata, intenti a sorseggiare
le bibite per lo pi analcoliche servite da un paio di camerieri extracomunitari. L'aria  tutto sommato
quella di un classico cabaret un po' retr, gradevolmente accentuata dall'arredamento ancora di legno e
ottoni come sulle navi di una volta. Perch la Gloria Maria, ho scoperto conversando con il
commissario di bordo, "ha una lunga tradizione marinara" alle spalle. In pratica  un vecchio traghetto
greco dei tempi di Onassis, ricondizionato a Monfalcone con nuovi motori e diverse saldature allo
scafo, le cui vecchie lamiere corrose dalla salsedine tendono a riapparire qua e l nonostante le infinite
mani di vernice che negli anni si sono stratificate. Insomma una nave d'altri tempi, che sta terminando
come meglio pu la sua carriera ospitando crociere per single.
E a proposito di questo argomento non c' tanto da entusiasmarsi. Single, siamo quasi tutti
single,  vero, per quasi tutti di ritorno. Non ci siamo lasciati alle spalle sfolgoranti vissuti eroici o
avventurosi, ma solo divorzi e separazioni: pi che single, i passeggeri della Gloria Maria sono una
vera e propria allegoria di naufraghi in cerca di scampo, ma senza grosse speranze. L'atmosfera tuttavia
non  troppo deprimente, l'equipaggio fa quello che pu per animare la traversata, e ci sono diversi
intrattenimenti come...
La luce si  spenta per alcuni secondi, lasciandoci tutti in un buio assoluto popolato di
esclamazioni di stupore, poi l'occhio di bue  tornato ad accendersi, unica macchia luminosa in tutto il
teatrino, a parte le fioche luci verdi di sicurezza.
Ora sul trono c' Sandra, la principessa della magia. Siede rigida, il busto eretto appoggiato
contro lo schienale, le mani mollemente abbandonate sulle ginocchia. I capelli sono raccolti in un
piccolo turbante argentato, ornato sulla fronte da una pietra nera e un ciuffetto di piume. Indossa un
lungo abito di lam anch'esso argenteo, e il taglio aderente del vestito mette in mostra un seno
armonioso sotto il corpetto.
Diavolo,  davvero bella! Certo, al mio occhio allenato non sfugge che  favorita anche dalla
luce e da un trucco studiato, ma non ha nulla da invidiare alla foto sulla locandina, anzi.
Un applauso discreto saluta la sua apparizione, e si fa via via pi intenso a mano a mano che la
parte maschile del pubblico la esamina con pi attenzione.
Lei sembra gradire l'accoglienza, china appena il capo e accenna un sorriso, appena percettibile
sulle labbra ben disegnate. Mi accomodo meglio sul cuscino, pronto a godermi lo spettacolo. Mentre gli
applausi si spengono, ricordo che sulla locandina Sandra era definita, tra le altre cose, psychic
entertainer, il che potrebbe spiegare il turbante. La donna che ho di fronte  una mentalista,
un'illusionista che simula poteri mentali straordinari, telepatia, telecinesi, psicometria, insomma ogni
genere di attivit paranormale.
Sandra comincia con un classico, vecchiotto ma sempre efficace per animare il pubblico: i
biglietti. Ha estratto dalla scatola stellata una mazzetto di biglietti con relative buste, e li sta passando a
uno dei camerieri perch li distribuisca tra il pubblico.
"Scrivete su ogni biglietto una domanda per me. Qualcosa che vi coinvolga profondamente.
Segnate il vostro nome alla fine. Poi sigillate la busta. Io far appello ai miei magici poteri per
conoscere e rispondere".
Sandra ha detto proprio "i miei magici poteri", ho sentito bene. In genere non si fa. O comunque
non si fa da almeno quarant'anni a questa parte. Gli ultimi che hanno tirato esplicitamente in ballo la
magia devono essere stati Dunninger e The Amazing Criswell nel '60: dopo di loro si  presa la strada
della parapsicologia, dei fenomeni ESP, i pi audaci si spingono a richiamare la fisica quantistica e
l'indeterminatezza del cosmo, gli universi paralleli, magari l'acceleratore di particelle di Ginevra.
Insomma qualsiasi cosa ma non i poteri magici, per favore! Si corre il rischio che ti scambino per un
guaritore filippino o un santone alla Sai Baba, e poi ti chiedono i numeri da giocare al lotto.
Per Sandra lo ha detto con una voce armoniosa e sensuale, lontana, come se davvero dietro le
sue spalle si nascondessero Morgana e Merlino. Infatti non colgo alcun segno di scetticismo o ironia,
anzi il pubblico si sta gi appassionando al gioco, lo vedo da come ognuno cerca di accaparrarsi un
biglietto, e chi ci  riuscito si concentra per formulare davvero la domanda della sua vita. In pochi
minuti i biglietti sono scritti e sigillati, e tutti quelli in attesa di un responso li agitano in aria per
richiamare l'attenzione del cameriere incaricato di raccoglierli. L'uomo fa un rapido giro per la
gradinata e torna verso il palco con il suo mazzetto di buste.
Sandra intanto ha estratto dalla scatola una coppa di vetro, e fa cenno all'uomo di gettare l
dentro le buste. Poi nella sua mano compare come per incanto un accendino, e la donna fa scattare la
fiammella, avvicinandola alla coppa.
Un lampo abbagliante esplode silenzioso, e in un attimo tutte le buste scompaiono, senza
lasciare nemmeno un residuo di cenere nel recipiente, tra gli ah e gli oh di sorpresa degli astanti.
Bello, buste fatte di carta-lampo, una trovata. Registro la cosa, c' sempre da imparare. Sandra
fissa per qualche secondo la coppa vuota, poi solleva lentamente gli occhi come se inseguisse nell'aria i
fantasmi delle domande scritte sui cartoncini spariti. Poi si porta la mano destra alla tempia e appoggia
la testa allo schienale. Chiude gli occhi.
All'improvviso, come se fosse davvero in diretto contatto con le menti degli spettatori,
comincia a snocciolare nomi, fatti, desideri segreti, errori, rimpianti, amori, angosce, insomma tutta la
massa di incertezze e dolore che la carne eredita sin dalla nascita, e che la vita trasforma in tristi
abitudini. Tuttavia in questo caso non si tratta della solita tiritera di banalit che si adattano facilmente
a chiunque: Sandra fornisce dettagli e particolari su ognuno dei richiedenti, chiamandoli per nome. A
domanda precisa corrisponde risposta precisa, sempre in tema, spesso anche brillante, devo ammettere.
E i gridolini di stupore e soddisfazione che si accendono via via che il responso  reso ne sono la prova.
Devo ammetterlo,  brava. Ci sono almeno tre o quattro metodi classici per farlo, per esempio il
cameriere al buio pu aver scambiato le buste e qualcuno da una cabina accanto sta leggendo le
domande a Sandra attraverso un auricolare nascosto nel turbante. Certo deve aver fatto cos, penso
rilassandomi. Mi seccherebbe scoprire che c' qualcuno pi bravo di me, Sandra "princess of magic"
poi!
La donna intanto si gode gli ultimi applausi, poi con un cenno chiede graziosamente silenzio.
"Mi addentrer ora in un percorso ancora pi oscuro della magia. Poco fa ho letto il vostro passato, ora
esplorer il futuro".
Classico del psychic entertainment, deve essere di scuola americana. Prima la telepatia e adesso
la lettura della mano, i tarocchi o l'oroscopo. Tanto per il futuro pu andare bene tutto, e cos si getta
l'amo poi per i consulti privati, che  dove si fanno i soldi veri. Ah, Sandra "princess of magic"!
Houdini ti avrebbe fatto a pezzi, ai suoi tempi.
"Ma per questo avr bisogno della collaborazione di un gentile volontario tra il pubblico.
Qualcuno vuole aiutarmi?".
La voce  voluttuosa, la donna molto attraente. Sono sicuro che nel buio del teatrino tutti i
maschietti sono tentati di offrirsi e si stanno dibattendo tra desiderio e vergogna. Perch non  facile
uscire dall'abbraccio protettivo del buio e farsi avanti alla ribalta, se non sei abituato, oppure uno
sfacciato, oppure un politicante.
"Io!", esclamo anticipando qualche possibile ardimentoso. Con due balzi raggiungo il palco e
salgo. Una volta l non riesco a resistere all'abitudine, e rivolgo un grazioso inchino al pubblico,
rischiando di tradirmi. Ma Sandra non sembra dare peso al mio gesto: mi avr scambiato per uno di
quei goliardici avventori alticci che ci sono a ogni spettacolo.
"Prego", mi accoglie con tono glaciale. Intanto alle nostre spalle il solito cameriere ha issato sul
palco una sedia, su cui Sandra mi invita a sedere. Lo spazio  davvero poco, io e lei quasi ci sfioriamo
dalle rispettive posizioni.
Sandra estrae dalla solita scatola un mazzo di carte, nuovo. Strappa il sigillo e il cellophane, poi
me lo tende invitandomi a mischiare. Non mi ha dato il tempo di verificare se il sigillo fosse davvero
intatto, ma forse  solo per non rallentare lo spettacolo.
Sono carte italiane, non le solite Bicycle o Steamboat che usano i professionisti. Queste sono
Dal Negro, le pi comuni.  una buona idea, tranquillizza lo spettatore che non pensa a qualcosa di
strano. Mi metto al vento e do una mescolata nel cavo della mano, semplice, da osteria, senza nessuna
di quelle fioriture che potrebbero svelare il mio mestiere, poi le rendo il mazzo con un sorrisetto che
vorrebbe apparire impacciato.
Sandra prende in una mano le carte coperte. Con l'altra sfiora la prima in alto e dice: "Sette di
quadri". Volta la carta e la poggia sul tavolino, eretta contro la scatola in modo che tutti possano
vederla.  il sette di quadri.
D'effetto, ma non resto particolarmente impressionato. Ci sono almeno cinquanta metodi
diversi per capire quale sia la prima carta del mazzo.
"Cinque di fiori. Regina di quadri".
Volta in successione le due carte, confermando ogni volta la previsione. Dopo la terza carta fa
una breve pausa, e mi osserva. Come se aspettasse qualche mio commento o considerazione. Ho quasi
l'impressione che stia lavorando pi per me che per il pubblico, e cos mi abbandono a un battimano
breve ma vigoroso.
Lei sembra apprezzare e riprende a voltare le carte dopo averne annunciato valore e seme. Le
carte si vanno ammucchiando in file ordinate contro la scatola, tanti soldatini multicolori, e ogni volta
la previsione si rivela esatta.
Adesso anche il pubblico comincia a comprendere che si tratta di qualcosa di davvero insolito, e
gli applausi si fanno sempre pi forti a ogni annuncio. Le ultime carte sono accompagnate da vere e
proprie ovazioni. Sandra si alza e si inchina con grazia, poi torna a sedere fissandomi. In genere,
terminato il numero, ogni artista si affretta a congedare lo spettatore che lo ha aiutato, proprio per
essere assolutamente solo al momento di raccogliere i frutti della sua esibizione, Sandra sembra invece
volermi trattenere come se il mio giudizio le stesse a cuore in modo particolare.
"Straordinario", dico. "Ma come fa?", aggiungo subito dopo non riuscendo a trattenermi, e non
 solo un atto di cortesia o un modo per lusingarla. Sono davvero incuriosito. Certo, riesco a
immaginare come abbia potuto fare. Conosco per lo meno due metodi per "prevedere" il valore di un
intero mazzo di carte: quello di Mavel e il sistema Desideri. Per non  questo il punto. So bene come
avrei fatto io. Ma vorrei sapere come ha fatto lei.
La sua risposta  ovvia, in fondo per lei non sono che un semplice spettatore e non  certo
disposta a svelare i suoi segreti al primo che incontra. "Io le vedo. Una dopo l'altra.  un dono".
Annuisco, sorridendo. Se vuole mantenere il ruolo della veggente autentica,  padronissima di
farlo. Solo che nessuno pu leggere le carte al rovescio. Nessuno. La vista a raggi X esiste solo nei
fumetti di Superman. E anche se uno ammettesse la possibilit, che so, di una mutazione genetica in
grado di rendere la retina di una persona sensibile anche ai raggi X oltre che al normale spettro
luminoso, resta il fatto che ci vorrebbe in zona una fonte di raggi, a meno che non si abbiano anche le
mani radioattive. E allora si dovrebbero chiamare in causa tutti gli X-Men e pure l'Uomo Atomico. No,
c' un solo metodo razionale per rivelare il valore di una carta coperta, ed  quello di conoscerlo prima.
Intorno a noi il teatrino si va svuotando, deve esserci qualche altra iniziativa organizzata nel
salone e i crocieristi si fanno un punto d'onore di partecipare a tutto. In breve restiamo quasi soli.
Sandra accenna ad alzarsi per recuperare i suoi attrezzi di scena. "Posso?", chiedo gentilmente,
allungando le mani verso le carte senza tuttavia toccarle.
"Faccia pure", si limita a rispondere lei, interrompendosi. Fissa le carte con distacco, come se
non provasse pi alcun interesse per loro. Poi mi lancia uno sguardo ironico, con aria di sfida.
Devo confessare che ne sono infastidito. "Diavolo, sono un membro dell'ordine di Merlino, e
sono entrato a farne parte dopo venticinque anni nella Brotherhood, la fratellanza internazionale dei
maghi. C' una cerimonia solenne, il nome viene comunicato agli affiliati ai quattro angoli del mondo.
Sar pure in grado di capire come hai fatto, o pensi di fregare anche me?".
Raccolgo le carte. Il mazzo  appunto un comune Dal Negro. Comincio a osservare i dorsi delle
carte con attenzione. A volte la spiegazione pi semplice  quella esatta. Passo alla svelta in rassegna
tutti i metodi pi comuni per segnare le carte, cominciando dai pi artigianali. Non c'era alcuna traccia
di segni, o graffi, o colorazioni particolari. Una volta ho conosciuto uno in un bar che usava un mazzo
di carte sui dorsi delle quali aveva scritto i valori con una penna biro. Certo bisogna sapere dove
scrivere, ma a volte la sfacciataggine non conosce limiti.
Resta tutta la gamma dei sistemi pi sofisticati. Ma Sandra non porta gli occhiali adatti.
Potrebbe avere delle lenti a contatto, ma nel teatrino dovrebbe esserci una fonte di luce polarizzata, e
mi sembra difficile. E poi perch allestire un apparato del genere, quando ci sono metodi pi semplici?
Avvicino le carte al naso, e le annuso con discrezione, fingendo di volerne osservare i
particolari da vicino. A un congresso ho conosciuto un'altra donna che segnava gli assi toccandoli con
le dita bagnate di profumo. Ma ci vuole un olfatto eccezionale, e qui non si sente niente, oltre al
classico aroma del cartoncino. Anche l'idea dello specchio nascosto sembra da scartare. Sono stato
attento: ogni volta lei ha pronunciato il valore esatto della carta prima di sollevarla, non dopo. No, deve
aver seguito una strada diversa.
"Le dispiace?", Sandra interrompe le mie considerazioni. Stavolta si gira senza esitazioni, mi
chiede le carte e le getta nella scatola. "Vorrei ritirarmi. Sono un po' stanca".
Mi aggiro per un po' nei vari ambienti della nave a disposizione dei crocieristi, faccio anche
qualche puntata alle slot machine allineate accanto al bancone del bar, ma ho la testa da un'altra parte.
Non riesco a smettere di pensare a quello che ho visto, mi sembra di diventare matto. Sono le undici di
sera passate, so bene che  sconveniente, ma non sto pi nella pelle, non posso aspettare domattina:
devo parlare con Sandra. Gli alloggi dell'equipaggio sono collocati in una zona del ponte inferiore
proscritta ai passeggeri. Ma Sandra ha la sua cabina sul ponte di coperta, con l'ingresso sulla
passeggiata . L'ho vista uscire da l il secondo giorno, mentre ero a scrutare le onde.
Cos raccolgo tutto il mio coraggio e vado a bussare, al peggio mi caccer via.
Dietro la porta chiusa nessuno risponde e non avverto alcun movimento. Sono sul punto di
desistere quando di colpo sento lo scatto della maniglia. "S?", dice Sandra, comparendo sulla soglia e
stringendosi al collo una vestaglia azzurra.
Ha i capelli sciolti, la faccia ripulita dal trucco di scena. Dimostra qualche anno in pi di quelli
da palcoscenico, ma  sempre dannatamente bella. Anzi, forse cos  ancor pi affascinante. "S?",
ripete guardinga.
Mi ha riconosciuto, ovvio, ma la vedo lanciare un'occhiata furtiva alle mie spalle, come se
volesse accertarsi che non ci sono altre persone nel corridoio.
"Mi perdoni questa intrusione, ma vorrei ancora congratularmi per il suo spettacolo. Sono
rimasto davvero impressionato dal suo numero con le carte. Vede, ho una confessione da fare, sono
anch'io un confratello", aggiungo, mostrandole il piccolo distintivo dell'IBM. Il mio  dorato, quello di
chi  alto nella gerarchia, spero che faccia il suo effetto.
Mi aspetto che lei reagisca con un sorriso di complicit. E che magari dica qualcosa tipo: "Be',
divertente, no?  una variante del Si Stebbins". Ma Sandra rimane immobile, come se fosse assente o
non avesse inteso le mie parole. Osserva il distintivo senza dar segno di riconoscerlo, poi alza su di me
uno sguardo perplesso. "Non capisco. Confratello? Appartiene a qualche religione?"
"No, sono anch'io un illusionista", rispondo, stupito che Sandra non conosca l'IBM,
International Brotherhood of Magicians. La vita sul mare strappa alle realt di terra, si sa, ma mi
sembra impossibile che una maga non conosca la nostra associazione internazionale. "E ho davvero
apprezzato quello che ha fatto. Sono rimasto stupefatto, e non mi capita spesso".
"Davvero? Sono lusingata", fa lei, con un tono che mi sembra sottilmente ironico. Ho
l'impressione che mi abbia scambiato per il solito passeggero single allupato che ci sta provando, deve
capitargliene una dozzina a ogni traversata. Comincio a rendermi conto di aver fatto una sciocchezza.
"Bene, volevo solo dirle questo, mi scusi ancora", le dico, preparandomi alla ritirata.
Lei invece mi ferma, in modo del tutto inatteso. "Sono lieta che le sia piaciuto. Entri, non stavo
andando a dormire. Beviamo qualcosa insieme, e poi mi dir meglio le sue impressioni. C' sempre da
imparare da un... come ha detto? Confratello".
La cabina di Sandra  come le altre, ma con quel tanto di arredo in pi che testimonia un
soggiorno pi lungo. Ci sono due grossi bauli impilati in un angolo e sopra la toletta, piena di flaconi e
altri oggetti per il trucco, troneggia uno specchio incorniciato da lampadine simile a quelli dei camerini
teatrali. C' anche una poltroncina bassa, su cui mi invita a sedere mentre lei si accomoda sul letto.
"Prende qualcosa?", mi chiede, e poi, senza aspettare la mia risposta, allunga la mano verso il
cassetto del comodino e ne estrae due mignon di liquore, vodka mi sembra.
"Mi perdoni il servizio, ma non ho bicchieri in cabina. Cos lei  un mago?"
"S, un illusionista", faccio io, mentre mi arrabatto per strappare via la capsula della bottiglietta.
"Proprio come lei".
"Come me?", commenta Sandra, in tono distaccato. Sembra soppesare le mie parole, come per
dar loro il giusto valore. Continua a guardarmi, mentre sorseggia il liquore dalla bottiglietta, che a
differenza di me ha aperto con una mossa fluida ed esperta. Comincio a sentirmi in imbarazzo. Sembra
che si aspetti qualcosa da me. E visto che siamo un uomo e una donna, soli in uno spazio circoscritto e
al riparo da sguardi indiscreti, entrambi adulti e presumibilmente non alle prime esperienze, per di pi
su una nave per single, mi sento chiamato a prendere l'iniziativa. Accenno a sollevarmi dalla
poltroncina per avvicinarmi a lei. "Non sono un'illusionista", dice Sandra di colpo. "Io vedo davvero il
futuro".
"Sul serio?", dico, tornando a sedere. Ho cercato di parlare in tono cortese. Ma lei deve aver
avvertito il mio scetticismo, perch sembra farsi di colpo triste. Triste, non offesa come mi sarei
aspettato.
"Io vedo davvero il futuro. Non so se sia un dono o una maledizione, ma lo conosco. Non
sempre chiaro, spesso sono solo lampi incerti, ma lo vedo. Speravo che uno che fa il suo mestiere
potesse capire".
"Il mio mestiere? Signora, proprio chi fa il nostro... il mio mestiere difficilmente crede a queste
cose, mi perdoni".
Sandra scuote appena la testa, come per scacciare un pensiero doloroso. Poi viene scossa da un
brivido, nonostante il caldo afoso della notte estiva. L'umidit marina entra a fiotti dalle fessure sopra
la porta della cabina, cui mancano alcune stecche. Dobbiamo essere sotto vento.
Dopo un attimo per appare chiaro che il suo non  un brivido di freddo, perch un tremore
sempre pi violento si impossessa di ogni suo muscolo. Sento distintamente il ticchettio dei denti, e
anche gli occhi hanno preso a fremere nelle orbite. Temo siano le avvisaglie di un attacco di
convulsioni, forse Sandra soffre di epilessia, devo chiamare aiuto. Appeso a una parete della cabina c'
una specie di citofono: di sicuro il personale  collegato con la plancia per poter essere contattato subito
in caso di emergenza.
Mi precipito sull'apparecchio e provo a capire come funziona. Ma Sandra mi blocca la mano.
Trema ancora, ma sembra stare un po' meglio. "No, non chiami nessuno. Non c' bisogno.  solo
una... una delle mie visioni. Passer. Come le altre volte".
"S? E... cosa ha visto?".
La mia  sincera curiosit, ma forse Sandra ha colto di nuovo nella mia voce una vena di
scetticismo, perch mi allontana con un gesto rabbioso.
"Vuole la prova? Domani sera la nave affonder!", esclama con uno scoppio di voce che
sembra ira. "Affonder! Ci sar poco tempo per salvarsi!".
"Ma che sta dicendo?"
"L'ho visto. Domani a mezzanotte".
"Ma allora dovrebbe avvertire il comandante", provo a dire, cercando di recuperare la sua
fiducia.
" inutile. Non si pu fare nulla contro il destino.  scritto".
Certo,  un modo elegante per cavarsela. Vorrei proprio vederla andare ad allarmare il
comandante per una visione della maga di bordo. A meno che non si aspetti che ci vada io, magari per
farle pubblicit. Ma in questo caso  davvero un'ingenua, altro che veggente.
Sembra leggermi nel pensiero. La vedo scuotere la testa con aria triste, poi ho l'impressione che
ricominci a tremare.
"Si trovi a mezzanotte al ponte scialuppe, se vuole salvarsi!".
Le ho appena preso la mano, cercando di calmarla quando la porta della cabina si spalanca di
colpo. Sulla soglia appare un uomo in divisa, che riconosco essere il commissario di bordo.
Ha un aspetto che non promette niente di buono. Il suo sguardo acceso passa da me alla donna
con una rapidit psicotica, inquietante. Dal fatto che  entrato senza bussare deduco ci sia una certa
confidenza tra lui e Sandra. Confidenza che lui deve aver visto turbata dalla mia presenza nella sua
cabina a quell'ora, e per di pi in un atteggiamento che anche un osservatore superficiale non
esiterebbe a definire intimo.
Sandra sembra visibilmente spaventata. Ma pare anche tornata del tutto padrona di s, con una
singolare rapidit. Come se quella di prima non fosse altro che una recita. Davvero ci tiene tanto a
farmi credere di avere poteri sovrannaturali? Mi lancia un rapido segnale con gli occhi, di cui per non
afferro il significato. Capisco solo che  il caso di togliere il disturbo, perch l'espressione del
commissario  inequivocabile: l'uomo non  in s e c' il rischio di venire alle mani.
Appena fuori dalla cabina sento la porta sbattere con uno schianto alle mie spalle, e poi un
rumore soffocato che sembra proprio uno schiaffo. Sono tentato di rientrare e dare a quel mascalzone
ci che si merita, ma mi trattengo perch non mi pare di percepire alcuna reazione da parte della donna.
L'unica cosa che sento  un dialogo soffocato, di cui colgo solo un'esclamazione rabbiosa dell'uomo:
"Ma che ti  saltato in testa, cretina!", seguita da qualcosa che si perde in un borbottio indistinto.
Forse non  il caso di insistere. Del resto su una nave che resta lontana da terra per mesi  facile
che si creino dei rapporti umani intimi, qualcosa che possa compensare la mancanza di un amore e di
una famiglia. E Sandra  di sicuro troppo bella per sfuggire alla regola, penso tra me considerando con
fastidio l'aspetto non proprio prestante del commissario.
La mattina dopo provo di nuovo a cercare Sandra, ma senza successo. Provo anche ad aggirarmi
in modo apparentemente casuale dalle parti della sua cabina, ma di lei non c' traccia. Forse  chiusa l
dentro da sola, mentre il commissario di bordo circola per la nave: l'ho incrociato pi volte e ogni volta
ha fatto in modo di evitarmi, senza nemmeno cercare di nasconderlo.
Poi verso mezzogiorno finalmente la incontro.  comparsa sul ponte passeggiata, attraversa i
gruppetti di passeggeri in prendisole ignorando vistosamente i tentativi di qualcuno di attaccare
discorso e si spinge fino alla balaustra, cui si appoggia con i gomiti mentre si sporge in fuori, come se
cercasse qualcosa nell'orizzonte lontano.
"Va tutto bene?", le chiedo dopo essermi avvicinato. Indossa un grosso paio di occhiali da sole,
non sufficienti per a nascondere del tutto l'ombra scura che le si allarga sotto un occhio, appena
attenuata dal cerone di scena che si  spalmata sul volto.
Sandra sobbalza, portandosi una mano a coprire il livido. "Ah,  lei. S, va tutto bene",
aggiunge. Ho l'impressione che stia fissando qualcosa dietro di me e mi volto. Un gruppo di ufficiali
diretti in plancia sta sfilando lungo la passeggiata. Tra loro c' anche il commissario di bordo, che
seguita a ignorarmi, con la testa incassata tra le spalle e lo sguardo fisso avanti a s.
Torno a voltarmi, ma Sandra si  gi allontanata dalla balaustra e sta tornando indietro, verso il
corridoio da cui  venuta.
"Ci vedremo stasera?", faccio appena in tempo a chiederle.
Sandra esita, continuando ad allontanarsi. "Dopo cena terr un altro spettacolo", sussurra
soltanto, e le parole quasi si perdono nella brezza marina.
Il resto della giornata trascorre ozioso come i giorni precedenti, da catalogo la Gloria Maria
offre un variegato programma di passatempi, ma in effetti si tratta delle stesse cose ripresentate ogni
giorno con qualche piccola variante e nomi diversi. Per di pi siamo in bonaccia, con il sole a picco che
sembra spaccare i cervelli se ci si trattiene sui ponti pi di qualche minuto. E nelle sale interne non va
meglio: il condizionamento  minimo, ho l'impressione che molte delle macchine non funzionino
nemmeno.
L'unica possibilit  starsene a mollo nella piccola piscina sul ponte di coperta, anche se 
un'idea condivisa praticamente da tutti i passeggeri che si accalcano in quei pochi metri d'acqua come
un branco di oche impazzite e rissose.
La sera arriva come una benedizione. La cena viene servita in tre turni, e io faccio in modo di
finire in quello del personale, dove immagino di incontrare Sandra. Ma lei non c'.
Aspetto per tutta la durata della cena poi, quando i commensali cominciano ad alzarsi, mi armo
di tutta la disinvoltura del cliente pagante e mi avvicino al tavolo del capitano.
Sta conversando con altri ufficiali e un paio di passeggeri, certo di maggior riguardo. Anche il
commissario  seduto allo stesso tavolo.
"Buonasera, comandante. Cercavo la vostra straordinaria maga, Sandra. Sono rimasto
assolutamente impressionato dal suo numero. Lo replicher questa sera?"
"La principessa della magia? Concordo con lei,  una professionista davvero brava, un pilastro
della Gloria Maria. Ma nemmeno io l'ho vista, questa sera. Commissario, ne sa niente?"
"La signora ha deciso di non scendere a cena.  stata colpita da un lieve malore, e preferisce
riposare in cabina", risponde freddo l'altro. "Anche lo spettacolo di questa sera sar rinviato. Ho gi
esposto l'annuncio nella bacheca delle attivit".
"Ha sentito? Mi dispiace, sono anch'io un ammiratore della nostra principessa. Ma ci sono tanti
altri svaghi, non ha che da scegliere", conclude il comandante, tornando a occuparsi dei suoi
commensali.
Non mi resta che allontanarmi, sempre tallonato dallo sguardo ostile del commissario.
Invece di Sandra, nel teatrino si esibisce un piccolo corpo di ballo, sei ballerini sei, che si
cimenta in un numero di danze sudamericane. Senza troppa convinzione, mi sembra, a riprova del fatto
che si tratta di uno spettacolo sostitutivo, messo su in fretta per coprire un buco nel programma. Lo
seguo per un po', ma con la mente sempre pi lontana. A mano a mano che i minuti passano, mi prende
una specie di inquietudine; non riesco a stare fermo al mio posto, mi muovo e mi agito suscitando
anche qualche mormorio di disapprovazione da parte degli spettatori seduti dietro di me.
A un certo punto decido di alzarmi e di fare quattro passi in giro per la nave, forse si  levata un
po' di brezza e il caldo sar meno fastidioso. Esco sul ponte passeggiata, ma subito il mio sguardo corre
verso il fondo, alla cabina di Sandra. Faccio qualche passo in quella direzione. Magari si sente meglio
ed esce a prendere una boccata d'aria. Magari ci incontriamo, cos per puro caso.
Mi accendo una sigaretta, e mi godo delle profonde boccate, sempre tenendo d'occhio l'ultima
porta. E intanto muovo ancora qualche passo, scivolando metro dopo metro sempre pi vicino al mio
obiettivo. Ogni tanto dal salone esce qualche passeggero, a volte una coppia, a volte gruppetti pi
numerosi. Approfitto di questi movimenti per avvicinarmi sempre di pi, sperando di non dare
nell'occhio.
Ma nell'occhio a chi? Perch mi sento quasi in colpa? Perch rischio di urtare i sentimenti del
commissario? Ma chi se ne frega di quell'imbecille, rozzo e violento. In realt spero proprio di
incontrarlo faccia a faccia, senza testimoni, per cambiargli i connotati, dopo quello che ha fatto a
Sandra. Cos metto da parte gli scrupoli e mi accosto deciso alla porta. Ma prima di bussare mi
trattengo un attimo ad ascoltare eventuali rumori provenienti dall'interno, in fondo non mi va di
trovarla insieme con il suo ganzo, ma c' un silenzio totale. Busso, poi senza attendere una risposta
afferro la maniglia, che non cede.
Sotto la mano avverto qualcosa di molle e appiccicoso, come se qualcuno avesse lasciato sulla
maniglia una caramella che poi si  sciolta al sole. Una caramella rossastra, a giudicare da quello che 
rimasto attaccato alle dita. Un rosso che sembra tanto sangue. Busso pi forte e comincio a chiamare a
voce sempre pi alta.
Da dentro nessuno risponde ai miei richiami frenetici. Provo a forzare la porta:  di legno
consunto dalla salsedine e non credo offrir troppa resistenza. Contrariamente alle previsioni per mi
occorrono diverse spallate e calci prima di riuscire nel mio intento e buttarla gi. Dolorante mi getto
dentro, in cerca di un interruttore che spezzi il buio assoluto in cui mi trovo.
Sandra giace abbandonata sul letto, in una posa scomposta. Indossa solo la biancheria intima, ed
 circondata da una pozza di sangue che le lenzuola non hanno potuto assorbire. Ha un profondo taglio
sul collo, gli occhi vitrei fissano il soffitto con un'espressione raggelata di orrore, la bocca  quasi
nascosta dalla spuma rossastra che la donna ha vomitato negli ultimi spasimi. La sedia davanti alla
toletta  rovesciata in terra, e sul pavimento giacciono anche diversi prodotti cosmetici, alcuni dei quali
aperti.
Uno dei bauli ha il coperchio sollevato, e su una seconda sedia accanto al letto  ordinatamente
disposto un abito da sera, come se attendesse ancora di essere indossato.
L'assassino deve averla afferrata alle spalle, mentre era intenta a prepararsi, e l'ha colpita senza
che Sandra avesse la possibilit di difendersi. Le ha squarciato la gola e ha gettato il corpo ad
agonizzare sul letto, poi  uscito richiudendosi la porta alle spalle. Con la chiave. Oppure con un
passe-partout. Di quelli in dotazione al personale. Per esempio al commissario di bordo. Torno a
fissare il corpo, e mi accorgo che sto tremando, sono costretto a sedermi, accanto all'abito che ancora
emana il suo sottile profumo di fiori. Adesso lo shock si manifesta in tutta la sua forza. Sento la testa
confusa, in preda alle vertigini, e una nausea violenta mi attanaglia lo stomaco; per un attimo ho quasi
l'impressione di perdere i sensi.
Poi una rabbia improvvisa mi aiuta a riprendere il controllo. Se  stato il commissario voglio
ammazzarlo con le mie mani. O almeno trascinarlo davanti a un giudice. La prima cosa che mi viene in
mente  di cercare il capitano per denunciare l'accaduto, se ricordo bene  lui ad avere il potere
d'indagine durante la navigazione in acque internazionali.
Ma non sono certo della mossa, l'ho visto pi volte intrattenersi con il commissario in modi
confidenziali, magari sono colleghi da anni e senza uno straccio di prova  difficile che possa credermi.
Probabilmente c' qualche traccia nella cabina, qualche indizio che provi la colpevolezza del
commissario, e io devo trovarlo prima che qualcuno lo faccia sparire.
Nella cabina il sangue  schizzato dappertutto, in terra e sulle pareti. Ma non vedo l'arma del
delitto, n noto impronte di piedi o di mani. Tuttavia se il commissario aveva una relazione con Sandra,
forse  rimasto qualche altro segno della sua presenza, un capo di vestiario, qualcosa. In vista non c'
di nuovo nulla, ma forse trover magari un pettine nei cassetti della toletta, o un rasoio lasciato nel
piccolo bagno attiguo.
Nei cassetti ci sono alcuni oggetti personali decisamente femminili, e un quadernetto, con le
pagine piene di una scrittura minuta e ordinata. Un diario, in apparenza, con molte cancellature,
ripensamenti e sovrascritture. Ne leggo in fretta qualche riga, nella speranza di trovarvi qualche
accenno alle sue conoscenze, al possibile aggressore.
Ma non  un diario, scopro subito.  un quaderno di appunti per il suo lavoro, una raccolta di
speach: i discorsi che servono ad accompagnare le routine in ogni spettacolo di magia. Una specie di
copione, che il mago prepara in precedenza e poi recita fingendo di improvvisare sul momento. Battute,
colpi di scena, anche apparenti errori fanno tutti parte dello spettacolo.
Scorro le pagine fino alla fine. In fondo c' il testo del numero di ieri sera, e poi un altro ancora.
Probabilmente quello che Sandra aveva intenzione di presentare stasera. Anche stavolta un numero di
mentalismo, telepatia e previsione del futuro. C' una frase sottolineata: "Il pericolo incombe su noi
tutti! Trovatevi a mezzanotte sul ponte barche, se volete avere una speranza!".
Lo stesso avvertimento che aveva dato a me. Sandra voleva allarmare l'intera nave? E a quale
scopo? Ricattare gli armatori, spargendo panico tra i passeggeri? Per questo  stata tolta di mezzo?
A mezzanotte: oltre un'ora dopo la fine del suo spettacolo. Cerco l'orologio, sono le undici e
cinquantacinque. Mancano appena cinque minuti all'appuntamento con il destino, che Sandra per ha
anticipato di molte ore.
Comunque  venuto il momento di avvertire qualcuno e, nonostante tutti i miei dubbi, il
capitano resta la prima autorit che deve essere coinvolta in casi del genere. Il programma della
crociera prevede per questa notte l'arrivo in un'isola della Grecia: sicuramente sar ancora in plancia
per seguire la manovra.
Mi chiudo alla meglio la porta divelta alle spalle e mi avvio verso il ponte. In giro non c'
nessuno, i passeggeri devono essere ancora tutti nel salone centrale, dove c' un orchestrina e si pu
ballare o fare il karaoke.
Raggiungo il ponte passeggiata. In alto intravedo le luci della plancia; all'orizzonte altre luci nel
buio annunciano la nostra meta. In lontananza si odono i ritocchi di una campana, che a tratti si
impongono sul sordo brontolio dei motori.
Sono sotto all'ultima scala metallica che conduce alla plancia.  sbarrata da una catenella, cui 
appeso un cartello in quattro lingue che consente l'accesso al solo personale di servizio. Mi accingo a
scavalcarla, quando tutta la scala sembra muoversi sotto di me, facendomi inciampare e quasi finire a
terra. La nave si  come spostata di traverso di un buon metro, mentre un rombo e lo stridio di metallo
lacerato si diffondono nell'aria. Lo scricchiolio dura un paio di secondi, poi si spegne di colpo per
tornare ancora dopo un attimo pi forte e prolungato, accompagnato da un nuovo scossone violento di
tutta la nave.
Questa volta finisco senza scampo a terra, urtando dolorosamente contro la battagliola, e quasi
perdo i sensi. Mi aiuta a restare in me l'urlo della sirena dell'allarme che di colpo lacera l'aria con il
suo grido, pochi metri sopra la mia testa.
Guardo ancora l'orologio,  mezzanotte in punto. Con un brivido penso che forse Sandra aveva
davvero il dono della chiaroveggenza.
Dopo l'urto la nave si  mossa a dritta, poi ha preso a inclinarsi su un lato. Nel giro di pochi
attimi il ponte passeggiata, una stretta passerella che corre lungo tutto il perimetro della nave a mezza
altezza, si  trasformato in un caos di corpi che si accalcano gli uni sugli altri. Dalle porte del salone i
passeggeri terrorizzati sciamano fuori come galline impazzite, inutilmente trattenuti da alcuni
inservienti in divisa che cercano di avviarli in alto verso l'imbarco sulle scialuppe. Che qualcuno per
fortuna sta gi provvedendo a mettere a mare. Vedo la prima scendere proprio davanti a me, trattenuta
dalle gomene all'argano in coperta. La nave deve gi essersi inclinata, perch nella discesa la scialuppa
sfiora la fiancata;  cos vicina che potrei balzarvi dentro senza troppe difficolt, cos vicina che riesco
a scorgere distintamente i volti degli occupanti. Riconosco il volto del commissario, seduto a prua
nell'atto di dirigere le operazioni.
Mi unisco alla fiumana che si sta accalcando sulle scale per raggiungere il ponte scialuppe. In
un angolo c' un ufficiale, che cerca in qualche modo di mantenere un minimo d'ordine.
"Calma, calma!", grida con tutte le sue forze. "Raggiungete con calma la scialuppa assegnata al
momento dell'imbarco! Non c' pericolo, la nave  sicura, siamo sotto costa! Stanno gi arrivando gli
aiuti!", grida ancora, indicando qualcosa di indistinto nel buio, dove splendono solo le luci di
segnalazione.
Peccato che l'esortazione venga subito soffocata e in pratica contraddetta dall'urlo della sirena
che continua a squarciare la notte con il suo segnale intermittente, alimentando l'isteria collettiva.
"Cosa  successo?", chiedo, aggrappandomi al mancorrente per trattenermi accanto a lui.
"Non c' tempo, signore, raggiunga il suo punto d'imbarco!".
"Cosa  successo? Me lo dica!", insisto, senza accennare a obbedire.
"Abbiamo urtato una scogliera vicino all'imboccatura del porto. Forse un errore dello
scandaglio, forse...".
Uno stridio metallico mi distrae: una seconda scialuppa sta scendendo, e continua a urtare la
fiancata, lasciando vistose striature sulla vernice. Anche la scala di metallo, sotto il peso dei passeggeri
assiepati, sta oscillando e minaccia di schiantarsi. La nave sembra aver cominciato a disfarsi, come se
tutta la struttura avesse accettato il proprio destino e volesse quasi gettarsi avanti in questa corsa verso
gli abissi.
 stata la nave che ha parlato con Sandra, annunciandole il disastro? E lei ha inutilmente tentato
di avvertirmi? Avrebbe anche voluto avvertire tutti gli altri?
C' stata un'inchiesta, ma ha concluso poco. L'equipaggio non ha ammesso errori, nessuna
testimonianza, una delle boe di segnalazione all'ingresso al porto quella notte era in avaria. Forse il
radar, forse il timone, forse Dio sa cosa. Tutti assolti, anzi l'equipaggio  stato elogiato per la perizia
dimostrata nel momento del pericolo. Solo una vittima, un membro dello staff disperso. Un'artista.
Sembra che solo io sappia quello che hanno fatto. Non ne ho le prove, purtroppo, ma  chiaro
come una delle visioni di Sandra.
La Gloria Maria era assicurata, ed  stata fatta affondare di proposito per riscuotere il premio.
Forse il commissario di bordo si era abbandonato a qualche confidenza, forse Sandra aveva solo intuito
cosa avessero in mente. Oppure, davvero, aveva letto nel futuro. Qualunque sia la spiegazione, sarebbe
stato troppo pericoloso lasciarla in condizioni di svelare il piano: Sandra doveva affondare con la nave.
E l'hanno mandata gi insieme con quel mucchio di lamiere arrugginite, eliminando cos un possibile
testimone della truffa.
Per fortuna ho un amico all'Unimare, l'ufficio del lavoro dei marittimi.  lui che mi ha fatto
sapere dove  imbarcato il commissario di bordo; guarda caso  ancora con il capitano della Gloria
Maria, devono essere proprio amici. Adesso aspetto che scada la mia scrittura, e questa estate penso
proprio di godermi un'altra crociera. Da un po' di tempo leggo anch'io il futuro. E ho idea che anche su
quest'altra nave accadr qualcosa di brutto.
Un uomo in mare, per esempio.

4. RUGGINE
di Massimo Lugli.
"Li vedi?".
Ruggine aguzza lo sguardo nella direzione che Falco indica con la mano. Gli sembra di
intravedere qualcosa in lontananza, dietro i muri sbreccati, pericolanti, del palazzo giallo che una volta
era una scuola, ma non  che un movimento indistinto, seminascosto dai banchi di nebbia e dal vapore
solforoso del primo mattino. Strizza gli occhi ma non serve. Non per niente Falco ha quel soprannome,
non per niente  quasi sempre lui che viene mandato di vedetta. A ogni modo, Ruggine impugna pi
saldamente il bastone irto di lunghi chiodi acuminati.
"Io... No. Non vedo un cazzo", ammette.
"Guarda meglio, sono proprio l, dietro il tronco".
Il tronco  bianco, scarnificato, morto da sempre. Gli  rimasto solo qualche ramo spoglio che si
protende orizzontalmente come il braccio di un cadavere. Un raggio di sole si fa strada a fatica nella
caligine e Ruggine, stavolta, intravede un gruppo piuttosto nutrito, fermo a qualche centinaia di metri di
distanza.
"Quanti saranno?"
"Pi di noi di sicuro. Ma non troppi. Una ventina forse, trenta al massimo, possiamo farcela".
Ruggine d un'occhiata ai suoi. Lucertola, scarno e veloce, armato dei suoi spunzoni di ferro
che tagliano come rasoi. Bozo, massiccio e imponente, con la catena ancora arrotolata a bandoliera.
Muffa, imprevedibile e aggressivo, sempre pronto allo scontro, che brandisce il randello. Cacciatore,
con la fionda dagli elastici vermigli al collo e le tasche sempre piene di sassi rotondi. Piaga, l'unico che
possiede una vera arma: un vecchio coltello a lama fissa, il suo bene pi prezioso che  pronto a
difendere dal mondo intero e per cui ha gi rischiato la vita almeno due volte. Gli altri, famelici, feroci,
temprati, abituati agli scontri, al freddo e al dolore. S, possono farcela, ma ci sar da soffrire.
"Che facciamo? Carichiamo subito?". Falco sta fremendo, in preda a quell'eccitazione che
anche Ruggine conosce bene. Non  un gran combattente ma ha grinta da vendere e non si tira mai
indietro.
"No, aspettiamo, vediamo che fanno loro".
"Quello che vogliono lo sappiamo, no?". Falco non riesce a dominarsi, scalpita, ma in fondo va
capito: ha solo undici anni, le ascelle e il pube ancora glabri, la voce che ancora non tradisce i primi
toni rochi dell'adolescenza. "Vogliono prendere qualcuno... Come noi, no? Io dico che se partiamo
adesso, tutti insieme, li facciamo a pezzi", insiste.
"No. Ho detto che aspettiamo. Sono tanti, finirebbe male". Falco fa per protestare ma poi,
saggiamente, tace. Da tempo ha capito qual  il limite massimo oltre cui non pu spingersi, con
Ruggine. N lui n nessun altro tranne, forse, Bozo.
Il sole sale lentamente, l'aria si scalda, l'attesa si prolunga. I due schieramenti restano fermi a
distanza, nessuno si muove. In un altro mondo, nel mondo di prima, sarebbe estate piena, luglio o
agosto. La gente partirebbe per le ferie, andrebbe al mare o in montagna, salirebbe su aerei, treni,
macchine. Ruggine ha un ricordo molto vago del prima ma forse non  vero, forse  solo che ha sentito
troppe storie la sera davanti al fuoco e si  immaginato di esserci stato davvero. Gran parte dei suoi era
troppo piccola quando successe il crack e conosce solo questo cielo lattiginoso, gli alberi scheletrici, i
muri che crollano, il freddo o il sole che arde all'improvviso, le strade sbocconcellate di crepe e
burroni. Sicuramente  meglio per loro.
Ormai l'eccitazione dello scontro imminente  passata. Qualcuno si sistema come meglio pu,
entra in quel dormiveglia confuso e sempre vigile in cui passano le notti e i giorni, con le armi a portata
di mano, sempre pronti a balzare in piedi e a difendersi o attaccare. Falco, come al solito,  di
sentinella. Ruggine estrae dalla bisaccia di tela un pezzo di formaggio duro come la pietra e quasi
ammuffito, che ha trovato due mesi prima e comincia a sbocconcellarlo con cautela, facendo attenzione
al dente che balla e che gli fa un male d'inferno. Occhi famelici lo guardano con invidia.  l'unico che
pu permettersi di mangiare in pubblico, di giorno, senza che qualcuno lo aggredisca per rubargli il
cibo. La sera  diverso. Quando viene acceso il fuoco si mangiano le provviste collettive, ma per tutta
la giornata ognuno pensa per s.
"Si muovono. Vengono". La voce di Falco  stridula, una voce da bambino. Ruggine  in piedi
all'istante, la mazza chiodata in pugno. Cacciatore prepara la fionda e sceglie un sasso levigato che
incocca nella pezzuola, poi tende un paio di volte gli elastici. Anche gli altri si preparano, con un misto
di ansia e sollievo. L'attesa  finita.
La massa indistinta si muove lentamente, proprio nella loro direzione. Ruggine capisce che
tenere la posizione non ha pi un senso. Se non si muovono, gli altri penseranno che hanno paura e si
esalteranno sempre di pi. Fa cenno di avanzare e si incammina a passi misurati verso i nemici. Lui
davanti, Cacciatore e Bozo ai lati e gli altri dietro, compatti. Come sempre.
In testa al gruppo avversario c' un tipo che Ruggine non ha mai visto.  un biondino slavato,
emaciato, con indosso una specie di tunica sfrangiata, rattoppata e lurida, che gli arriva a malapena alle
ginocchia. Impugna una lancia di legno, con la punta indurita sul fuoco, e ne ha altre due, pi sottili,
legate alla schiena come giavellotti. Fa cenno ai suoi di restare indietro e prende ad avanzare. Ruggine
d un'occhiata ai nemici. Sono quasi il doppio di loro ma sembrano esausti, pi scarni e, almeno a
prima vista, meno disposti a combattere. L'esperienza gli ha insegnato a non fidarsi delle apparenze,
ma sente comunque una lieve ondata di sollievo. Forse possono uscirne bene. Ha il sole davanti,
adesso, mentre anche lui muove un passo dopo l'altro verso il biondino, che ha il viso punteggiato di
foruncoli ed eruzioni cutanee e, ora che lo vede bene, un occhio solo. L'altra orbita  vuota, una cavit
rossastra da cui cola un sottile filo di liquido giallastro. Avr quindici, forse sedici anni, la sua stessa
et, e un aspetto pericoloso. Ai suoi fianchi, due tizi massicci, bruni, che si somigliano moltissimo,
probabilmente sono fratelli. Uno impugna una piccola clava, l'altro ha una vecchia falce che gli
penzola da una corda legata in vita.
"Come ti chiami?", il biondino ha una voce che ricorda una sega sulla pietra.
"Ruggine. Tu?"
"Orbo". Il biondino indica l'orbita vuota con un ghigno sdentato. Gli mancano entrambi gli
incisivi.
"Questa zona  nostra". Ruggine fa un gesto vago verso gli edifici diroccati, gli alberi cadenti, i
pochi pali della luce ancora in piedi, i mucchi di detriti e immondizia infestati dai topi, dalle nutrie,
dagli scarafaggi, i gabbiani enormi e laidi che volteggiano come avvoltoi.
"Chi lo dice?"
"Cosa?"
"Che questa zona  vostra. L'avete comprata?"
" cos e basta. Lo sanno tutti".
"E se volessimo prendercela?"
"Provateci". Ruggine fa un gesto a Cacciatore ma non ce n' bisogno. La fionda dagli elastici
rossi  gi puntata verso l'unico occhio del biondino. Da quella distanza pu farglielo scoppiare come
un uovo.
"Siamo quasi il doppio di voi". La voce del biondino, nonostante la minaccia,  pacata. Un tipo
tosto.
"Allora che aspettate? Cominciamo?".
Orbo riflette per qualche istante, valuta la situazione. Sa che lo scontro sarebbe duro e incerto,
percepisce il fremito di rabbia e timore tra i suoi. Hanno esaurito le scorte da un pezzo e lo stomaco
vuoto li rende folli e pronti a tutto.  lo svantaggio di guidare un gruppo numeroso.
"Senti, forse possiamo trovare un modo", propone.
"Cio?"
"Siete tanti anche voi. Se ci battiamo sar un macello per tutti. Magari c' qualcuno che non vi
serve? Anche uno piccolo o malato va bene... Che ti costa? Loro ce lo hanno chiesto...". Non c'
bisogno di spiegare chi sono Loro. Ruggine resta immobile.
"No. Niente da fare. I miei mi servono tutti, dal primo all'ultimo".
"Pensaci bene... Ne basta anche uno solo. Ne avrai uno che magari non resiste, che dura un
paio di mesi al massimo, no? Tu ce lo dai e ti togli un peso, noi ce ne andiamo e siamo tutti a posto. Se
capita, ti giuro che un giorno ti restituisco il favore". Ruggine, suo malgrado, pensa a Spillo, con quella
tosse cavernosa, la febbre intermittente e gli sputi rossastri. Ma non pu accettare.  il capo, deve
difenderli tutti. Sente Bozo spostare il tronco massiccio da un piede all'altro, come sempre prima di una
battaglia, ed  tentato di dare il segnale d'attacco, ma vede che i nemici sono pronti e brandiscono le
armi: lame arrugginite ricavate da vecchi attrezzi, bastoni, pietre, perfino un improbabile arco fatto con
un ramo piegato e una lunga correggia con due grossi sassi legati alle estremit.
"No", ripete in tono pi deciso. "Se li vuoi, vieniteli a prendere".
"Non  una questione d'onore... Oggi ci dai uno dei tuoi, domani io ti do uno dei miei e siamo
pari".
"Ho detto di no".
Orbo sembra indeciso. Si volta verso il suo gruppo e poi, all'improvviso, fa un gesto con la testa
e torna indietro. Qualche brontolio di protesta serpeggia alle sue spalle, ma dopo qualche istante tutti lo
seguono e se ne vanno. Ruggine sospira, sollevato. Ha salvato la faccia ed evitato perdite tra i suoi.
"Ruggine...", la voce di Orbo lo sorprende.  gi abbastanza lontano, ora.
"Che vuoi?"
"Torneremo...".
"Quando volete". Poi Ruggine si gira verso Bozo, palesemente deluso. Per lui esiste solo la
mischia.
"Andiamocene... Ma d'ora in avanti voglio una sorveglianza doppia".
"Trepperunotretrepperdueseitreppertrenovetrepperquattrododici".
La cantilena va avanti da un bel pezzo, in sottofondo. I vecchi libri di testo trovati nel rudere
della scuola sono ridotti a brandelli, ma Ruggine ha impedito che venissero bruciati e ha insistito
affinch i pi piccoli, quelli che non hanno quasi memoria n passato, imparassero a leggerli.  stato
lui stesso, assieme ai pi grandi, a fare da maestro, rispolverando vecchie nozioni che credeva ormai
dimenticate. Molti non hanno mai imparato veramente, si limitano a ripetere a pappagallo quello che
sentono intonare dagli altri: tabelline, poesiole, regole grammaticali, qualche brano di storia, le
preposizioni semplici, le capitali degli stati, i capoluoghi di regione. Ruggine non sa neanche perch
l'ha fatto, di certo gli altri gruppi si preoccupano di insegnare ai pi giovani solo a combattere, a
sfuggire alle trappole e alle insidie e a procurarsi il cibo. Forse  stato un caso: quando ha aperto
l'armadio della scuola e si  trovato davanti quei sussidiari e quei testi ingialliti, ammuffiti, pieni di
parassiti della carta, ha pensato che forse sarebbero tornati utili.
Il fuoco di schegge di legno, bitume e stracci arde nel bidone arrugginito. Su una vecchia
coperta incrostata di sudiciume giacciono le poche provviste che sono riusciti a rimediare per la cena.
Qualche patata piena di germogli, sette lucertole, qualche cracker, due uova che, probabilmente, sono
marce da tempo.  un periodo duro, le case abbandonate del circondario sono state setacciate a fondo
per mesi e non offrono pi nulla; il gruppo, spinto dalla fame, si  avventurato oltre i confini della
propria zona ma i risultati sono stati deludenti: in due negozi, gi saccheggiati, hanno trovato qualche
scatola di biscotti smangiucchiata dai topi e tre formaggini calpestati dai razziatori, quasi irrecuperabili
e inquinati da terriccio e formiche. E comunque quelle leccornie sono ormai finite da un pezzo. L'unica
speranza di riempirsi lo stomaco  legata al ritorno di Cacciatore e Falco.
I due esploratori rientrano tre ore dopo. Gli occhi di Cacciatore brillano.
"Allora? Preso qualcosa?", Ruggine ha gi visto le prede ma non vuole guastare ai due la
soddisfazione. In questo,  veramente un capo.
"Indovina?"
"Topi?".
Cacciatore depone ai suoi piedi tre grossi ratti uccisi a fiondate. Ruggine sente l'acquolina in
bocca, lo stomaco che brontola. I topi brulicano ovunque ma, veloci e astuti come sono, prenderli 
diventato difficilissimo.
"Bravissimi, tutti e due", esulta. "Adesso dico a Piaga di prestarci il coltello cos li prepariamo
e...".
"Aspetta. Non  finita". Falco mette una mano nella giacca di tela di colore indefinito in cui 
infagottato ed estrae un gatto morto.  magro, coperto di piaghe, rossiccio, la lingua sporge dalle
mascelle, il pelo sudicio  chiazzato di sangue. Una delle zampe posteriori  ritorta in una posizione
innaturale.
"Un gatto... Siete stati grandi. Dov'era?"
"Su un albero. Si nascondeva bene, ma io l'ho sentito miagolare e l'ho visto muoversi". Falco
indica Cacciatore che si gingilla con i ratti morti. "Gliel'ho fatto vedere, lui l'ha preso al primo colpo...
 venuto gi come un sasso. Mordeva e graffiava come un diavolo con tutta la zampa rotta, e abbiamo
dovuto ammazzarlo a bastonate".
I primi a scomparire sono stati i cani. Uccisi per cuocerli allo spiedo ma anche per evitare che i
branchi, sempre pi feroci e aggressivi, diventassero una minaccia. Poi  toccato ai gatti e agli altri
animali domestici sopravvissuti al crack: conigli, furetti, canarini, pappagalli, qualche iguana e qualche
boa. Molti gatti sono scampati al massacro e, inselvatichiti e solitari, sono diventati a loro volta
predatori spietati, sempre in cerca di lucertole, insetti, residui di cibo abbandonati negli accampamenti.
La loro  una carne pregiata e saporita. Quanto ai gabbiani, ogni tanto si riesce a ucciderne qualcuno
con un tiro fortunato, ma di solito si alzano in volo al primo cenno di minaccia. La carne di gabbiano,
dura e repellente,  molto peggio di quella dei topi.
"Bravi davvero, complimenti", conclude Ruggine, ansioso di iniziare il banchetto, "avrete tre
porzioni in due, ve lo siete meritato. Adesso giratevi che vi perquisisco".
I due si alzano e si denudano parzialmente per facilitargli il compito. Ruggine sa benissimo che
non trover nulla, ma li fruga rapidamente entrambi.  la regola: gli esploratori vanno controllati ogni
volta per assicurarsi che non abbiano del cibo nascosto. Potrebbero aver sepolto altre prede da qualche
parte, ovviamente, o averle gi mangiate per conto loro, ma la perquisizione serve a ricordare le regole.
Le punizioni per chi sgarra sono severissime: frustate, digiuno, esposizione al sole o al gelo
completamente nudi e, nei casi peggiori, la frattura di uno o due dita. Sono sentenze estreme che
Ruggine preferisce non applicare perch vuole che i suoi siano sempre in forma per combattere o
cacciare, ma a volte gli  toccato dare un esempio.
 Ruggine a distribuire il cibo. Come sempre, si serve per ultimo, e la sua parte  esattamente
come quella di tutti gli altri. Da quando  diventato il capo, dopo un duello brutale in cui ha quasi
ucciso Fagiano con la mazza chiodata, ha capito che per mantenere il comando non basta essere
temuto: i suoi devono amarlo o, almeno, rispettarlo. In un'altra vita, suo padre gli raccontava le storie
di Alessandro, il greco che a trent'anni aveva conquistato il mondo partendo da un pugno di amici
legati a lui da un patto di lealt. A volte, quando guida il gruppo negli scontri o nelle razzie alla ricerca
di cibo, s'immagina un po' come lui: un guerriero invincibile ma giusto e magnanimo. Se potesse
crescere fino a diventare adulto, forse, il suo destino sarebbe quello di un leader ma non si illude: dopo
il crack, nella citt invalicabile nessuno diventa adulto. Gli adulti sono altri. Sono Loro.
Furetto si avvicina, masticando quel che resta di una zampetta di topo ormai spolpata. Ruggine
gli fa cenno di sedersi vicino a lui.  un tipo sveglio, Furetto, ha quattordici anni ma  gi sviluppato e
sa ragionare. In combattimento  coraggioso quanto basta, senza esagerare n mettersi mai in mostra.
Ora butta via l'ossicino scarnificato e posa il suo martello da calzolaio accanto a s, prima di mettersi a
sedere. Come tutti gli altri, non abbandona mai le sue armi: il bene pi prezioso che possiede.
"Sai cosa ho sentito?", Furetto fa un gesto vago in direzione del buio. "C' un gruppo di una
quindicina di soldati, a nord, dove hanno ancora una femmina".
"Una femmina? Che cazzo dici?  da un pezzo che le hanno portate via tutte". Leggende del
genere girano da sempre.
"Me lo ha detto quello nuovo, lo Zoppo. Dice di averla vista".
Lo Zoppo si  unito a loro da una decina di giorni. Parla poco. Trascina una gamba storta e se
ne sta sulle sue. Ruggine ci ha pensato parecchio, prima di accettarlo. Gli isolati hanno vita breve,
specie se sono menomati. I gruppi li cacciano e li vendono a Loro senza paura di rappresaglie, e ormai,
nella citt invalicabile, ne sono rimasti pochissimi. Vivono alla macchia, nel terrore perenne,
nascondendosi da tutti. A volte muoiono di stenti, a volte vengono presi e raramente, com' successo
allo Zoppo, hanno la fortuna di unirsi a un gruppo e sopravvivere.
"Mi sa che quello dice cazzate, forse dovremmo venderlo", tergiversa Ruggine.
"Forse. Ma per quello c' sempre tempo. Perch non ci parli, invece? E se fosse vero? Una
femmina... ci pensi?".
Ruggine non risponde. Prima che sparissero, le femmine venivano pagate il doppio dei maschi:
in cambio di una bambina di otto anni o una ragazzina di dodici si potevano ottenere cibo, vestiti,
medicine e perfino qualche arma, machete, accette, coltelli. Ma ormai sono scomparse da molto tempo,
immolate all'avidit senza fine di Loro. La storia dello Zoppo, quasi sicuramente,  una cazzata.
"Sar stato uno con i capelli lunghi... Se avesse veramente visto una femmina di certo avrebbe
cercato di prenderla".
"Dice che quelli la sorvegliano... Se la tengono stretta", replica Furetto che, evidentemente, si 
preparato il discorso da tempo. Ruggine tace. Ha imparato che il silenzio, spesso, aumenta il rispetto
che gli altri hanno per lui. All'interno di un gruppo, la gerarchia  sempre in discussione. Un capo
dev'essere forte, dominante, vigile perch prima o poi qualcuno tenter sicuramente di prendere il suo
posto. E guidare i suoi in una caccia senza speranze  un pessimo modo per mantenere il prestigio.
"Quando  il prossimo incontro?", chiede Furetto dopo una pausa. Ruggine lo sa benissimo ma
finge comunque di controllare il ramo con una tacca per ogni tramonto, tanto per mostrare indifferenza.
"Tra otto tramonti", risponde.
"Non abbiamo niente...".
"Ancora no".
"Hai pensato...".
"C' tempo ancora, possiamo andare a caccia".
"E se non troviamo niente...".
Ruggine fa un gesto con la testa verso il fuoco. Proprio in quel momento sentono la tosse
cavernosa di Spillo. Furetto annuisce.
" messo male... Secondo me non dura un mese", dice.
"Gi. Ma ridotto com' cosa vuoi che lo paghino?"
"Meglio di niente"
"Meglio di niente, certo. Ma, ci pensi, una femmina...".
Sta spuntando l'alba quando Lucertola sveglia tutti.  la fine del suo turno di guardia e tocca a
lui preparare la colazione. Quando scuote Spillo, quello geme e si rannicchia su se stesso,
rabbrividendo e tossendo.  zuppo di sudore, trema violentemente e fa uno sforzo immane per aprire
gli occhi e mettersi in piedi. Negli sguardi degli altri, che cominciano a tenersi alla larga da lui, legge la
condanna imminente e prega perch il gruppo trovi qualcun altro da vendere al suo posto.
Mezz'ora dopo sono tutti in fila davanti al pentolone d'acqua bollente dove Lucertola ha gettato
quattro o cinque preziose bustine di t. A ciascuno viene distribuita una fetta biscottata spezzata o
ammuffita. Le provviste sono agli sgoccioli e l'unica speranza, ormai,  il prossimo incontro con Loro.
"Zoppo, ti devo parlare, vieni qui". Lo sciancato si avvicina timoroso a Ruggine, che lo prende
per un braccio e si allontana insieme a lui.  sui dodici anni, magro, lacero e sporco e sembra aver
paura di tutto, ma questo  normale, per uno nuovo. Ha seguito il gruppo per un paio di giorni,
tenendosi a distanza dai sassi e dalla fionda di Cacciatore e alla fine hanno deciso di accettarlo. Come
arma ha solo un bastone e non incute timore, con quell'andatura sbilenca e il sorriso idiota che spesso
gli affiora involontariamente sul viso nei momenti pi impensati. Adesso punta su Ruggine due grandi
occhi lacrimosi pieni di apprensione.
"Allora? Stai bene con noi?"
"Io... s, grazie. Mi date anche da mangiare. Grazie, Ruggine".
"Sai che per quello che mangi te lo devi guadagnare".
Lo Zoppo deglutisce, terrorizzato. In alcuni gruppi, i pi piccoli vengono violentati dai capi o
da tutti ma, finora, tra Ruggine e i suoi non ha visto niente del genere. Il pensiero che possa toccare a
lui lo fa rabbrividire.
"Io... Che cosa devo fare?"
"Quando sar il momento dovrai combattere".
"Certo", lo Zoppo mostra il suo randello e cerca di assumere un'aria decisa. Ruggine trattiene
un sorriso.
"Bene, vedremo... Senti, Furetto mi ha detto che hai visto una femmina". L'altro annuisce con
foga, sollevato.
"S, l'ho vista con questi occhi, giuro".
"Dove?".
Lo Zoppo fa un cenno verso nord, il sole  appena sorto alla sua sinistra.
"A tre, quattro ore da qui. Sai quel palazzo dove c'era la palestra? La tengono sempre dentro,
ma una volta  uscita e l'ho vista. Era proprio una femmina".
"Sei sicuro?"
"S. Il capo si  infuriato quando l'ha vista fuori e l'ha presa a schiaffi, l'ho sentita urlare. Era
una femmina, giuro".
"Quanti sono quelli che la tengono?"
"Meno di voi. Dieci, quindici, non so... Sono sicuro che voi... Noi possiamo batterli".
"Li conosci?"
"No. Li seguivo per rubare qualcosa da mangiare, ma sono molto prudenti. Non sono mai
riuscito ad avvicinarmi abbastanza. Alla fine ho deciso di lasciar perdere, rischiavo di farmi catturare".
"E poi hai trovato noi".
"S".
Ruggine riflette. Il piano a cui ha pensato tutta la notte gli sembra buono ma non sa ancora
quanto pu fidarsi dello Zoppo.
Camminano da due ore, sotto la pioggia intermittente che sferza le macerie, trasforma le strade
dissestate in pozzanghere di fango e melma, entra negli edifici diroccati dai vetri rotti, inzuppa i pochi
sprazzi d'erba lercia e rachitica, bagna i tronchi secchi, pericolanti e scheletrici da cui bisogna sempre
tenersi a distanza di sicurezza, perch possono crollare da un istante all'altro.
Come sempre, i due esploratori sono in testa e Bozo chiude il gruppo con la catena arrotolata
intorno al polso. Muoversi allo scoperto, in pieno giorno,  sempre un azzardo, ma il loro  uno dei
gruppi pi grossi e pi forti:  difficile che qualcuno tenti un'imboscata.
Lo Zoppo arranca dietro a Ruggine. Sa quello che deve fare e ha una paura folle, ma tirarsi
indietro ora vorrebbe dire essere cacciato o peggio. Spillo  rimasto al campo: la sua tosse avrebbe
potuto tradirli tutti e del resto ormai, in combattimento, non vale pi nulla. Ruggine si domanda se al
ritorno lo troveranno ancora. Per precauzione ha rinunciato anche a Trappola e l'ha messo di guardia
alle provviste. Quel poco che resta, almeno. Trappola  troppo idiota e codardo per tentare di rubarle e
scappare; in questo, almeno, si rende utile.
"Quanto manca?"
"Poco. Arriveremo prima del tramonto", assicura lo Zoppo.
Un ratto sfreccia all'improvviso davanti ai loro occhi e Ruggine gli scaglia contro la mazza
chiodata, che descrive un arco, sibilando, ma si schianta a terra mancando la preda di poco.
Imprecando, Ruggine va a raccogliere l'arma. La fame si fa sentire.
Un paio d'ore dopo, quando sono ormai esausti, vedono il palazzo stagliarsi di fronte a loro.
Quasi tutti sono a piedi nudi, le piante indurite dai calli, spaccate, screpolate e piene di tagli. Qualcuno
ciabatta su vecchie calzature sfondate, pantofole, sandali, stivali o mocassini che cadono a pezzi, e solo
il capo calza un paio di scarpe da jogging ancora decenti a cui, per, ha dovuto tagliar via la punta
quando i piedi gli sono cresciuti troppo.
"Sono l dentro...", dice lo Zoppo a bassa voce nel timore che qualcuno possa sentirlo. Il
palazzo  un rudere di cemento grigiastro, brutto e tozzo, con i muri anneriti e bruciati e le finestre
prive dei telai d'alluminio, usati molto tempo fa per farne armi e utensili.
"A quest'ora staranno preparando da mangiare", riflette Ruggine ad alta voce. "Dobbiamo
attirarli fuori. Sai dove tengono le provviste?"
"No... Non mi sono mai avvicinato abbastanza".
"Hanno sentinelle?"
"Credo di s... guardano da dentro".
Ruggine fa cenno a Falco di avvicinarsi.
"Vedi qualcuno alle finestre?". Falco aguzza lo sguardo, resta immobile con la stessa
espressione di assoluta concentrazione che assume quando cerca una preda.
"Nessuno", conclude.
"E se fossero usciti? Magari hanno lasciato la femmina dentro. Potremmo entrare tutti insieme
e...", lo Zoppo ha uno sguardo speranzoso, ora.
"No", taglia corto Ruggine. "Facciamo come abbiamo detto stamattina". Poi sferra un pugno al
viso dello Zoppo che crolla a terra uggiolando.
"Cos sarai pi credibile, vai".
Lui e gli altri arretrano e si nascondono, chi dietro a un angolo, chi acquattato al riparo di una
carcassa rugginosa che un tempo era stata un'auto. Lo Zoppo si rialza, piagnucolando, si asciuga il
sangue dalla bocca e si avvia verso il palazzo.
"E se  una trappola?". Bozo accarezza nervosamente la catena.
"Non credo... E comunque stiamo per scoprirlo".
Lo Zoppo  quasi arrivato all'ingresso quando due ragazzi escono dal palazzo e lo affrontano.
Sono poco pi alti di lui. Impugnano pezzi d'ottone affilati e acuminati. Lo Zoppo arretra.
"Vieni qui... Sei una spia, merdoso? Che cerchi?".
Lo Zoppo allarga le braccia in segno di resa ma i due lo agguantano, lo atterrano, lo
immobilizzano e gli strappano il bastone.
"Che cosa cerchi eh? Che cazzo vuoi?". Uno dei due gli alita sul viso mentre l'altro lo fruga
dappertutto senza trovare cibo o altre armi.
"Niente, giuro, lasciatemi andare, per favore".
Una lama d'ottone acuminato gli preme la gola.
"Sei solo?"
"S, io... io cercavo da mangiare. Stavo con un gruppo ma ho capito che mi volevano vendere,
allora sono scappato. Mi hanno picchiato", indica il labbro gonfio, "mi hanno legato ma sono riuscito a
liberarmi e sono fuggito".
"E perch sei venuto qui?". Un rivolo di sangue sgorga dal collo dello Zoppo, dove l'ottone lo
ha tagliuzzato.
"Vi ho visti... Cercavo da mangiare, ve l'ho detto. Adesso me ne vado, giuro, non torner pi
e...".
I due sghignazzano, senza lasciare la presa. Poi uno s'infila due dita in bocca e modula un lungo
fischio. Pochi istanti dopo, dal palazzo esce un gruppo di sette o otto adolescenti dall'aspetto sinistro.
Uno, probabilmente il capo, porta un cappello da baseball a cui ha fissato due piume di gabbiano, gli
altri sfoggiano collane o ornamenti fatti di metallo, fil di ferro, tappi di bottiglia, frammenti di catena.
Sono tutti armati, come chiunque, del resto, nella citt invalicabile.
"Guardate che abbiamo trovato: un ladro...". I due rimettono in piedi lo Zoppo mentre il capo
si avvicina.  sui quindici anni, lurido, massiccio, ha la pelle olivastra unta e incrostata di sudiciume.
Indossa un paio di calzoni corti e sbrindellati, una vecchia felpa con il cappuccio e una cintura di pelle
in cui  infilata una mannaia da macellaio. Un taglio recente gli attraversa la guancia sinistra, velata
dalla prima lanugine dell'adolescenza.
"Sei un ladro?", abbaia in faccia allo Zoppo.
"Cercavo da mangiare... Sono scappato da un gruppo, mi volevano vendere".
"E sei venuto qui".
"Potreste prendermi con voi... So cucinare, so combattere, cacciare... Sono bravissimo a
prendere i rospi". Lo Zoppo non deve sforzarsi di assumere un tono lamentoso, sente che sta per
pisciarsi sotto.
"Certo che ti prendiamo con noi", ghigna l'altro facendo cenno ai suoi di trascinare l'intruso nel
palazzo. All'improvviso, lo Zoppo si divincola, colpisce il capo allo stomaco e fugge con il cuore in
gola pi veloce che pu. Dopo un istante, gli altri si lanciano all'inseguimento, gli fanno lo sgambetto e
lo atterrano. Poi cominciano a picchiarlo selvaggiamente. Il pestaggio dura qualche minuto, lo Zoppo
rantola e tenta di proteggersi il viso, si raggomitola su se stesso sotto una gragnola di calci e pugni,
tossisce, implora. Mentre viene rimesso in piedi come un sacco, Ruggine lancia il suo grido di guerra e
parte all'attacco insieme a tutto il gruppo.
La mischia  breve e feroce. Ruggine e i suoi godono del vantaggio numerico e dell'effetto
sorpresa ma anche gli altri sono buoni combattenti e reagiscono quasi subito. Il capo vibra un fendente
in diagonale con la mannaia, che Ruggine schiva balzando di lato, per poi passare al contrattacco con la
mazza chiodata, ma l'altro para il colpo e lo incalza con l'acciaio affilato. Bozo compare
improvvisamente alle sue spalle, fa roteare la catena e lo centra al lato del collo. Il capo crolla, Ruggine
si precipita a togliergli l'arma e si gira per fronteggiare un altro nemico che tenta di infilzarlo con una
lancia dalla punta di pietra. Ruggine evita un affondo, afferra il legno e lo tira a s: l'avversario,
sbilanciato, molla la presa e scappa.
Lo Zoppo  a terra ma, con uno scatto da serpente, afferra il polpaccio di un avversario e lo
morde fino a far scorrere il sangue. Bozo si fa largo usando la catena come uno scudiscio: le maglie
d'acciaio schioccano su spalle, braccia, gambe e seminano il panico. Piaga affonda la lama del coltello
in una coscia. Cacciatore mira alla testa di un ragazzo alto e straordinariamente magro che avanza
scagliando sassi, e lo prende in pieno: lo spilungone crolla all'indietro ululando, il viso tra le mani. Il
capo dei nemici si rialza, dolorante, fa per lanciarsi di nuovo su Ruggine ma cambia idea e capisce che
la battaglia  persa.
"Via, torniamo dentro", urla. Gli altri lo seguono arrancando ma si trovano la strada sbarrata da
Lucertola, Muffa, Falco e altri tre o quattro che, silenziosamente, li hanno accerchiati. Lucertola,
impulsivo come sempre, si lancia alla carica con i suoi spunzoni di metallo protesi in avanti, ma i
nemici arretrano e, nel terrore di trovarsi tra due fuochi, si disperdono di lato. Il ragazzo ferito alla
coscia  il pi grave e si lascia dietro una scia di sangue. Lucertola fa per inseguirlo, ma Ruggine lo
trattiene. L'altro si volta, inferocito.
"Perch? Possiamo prenderlo, lo vendiamo...", sbraita, congestionato dalla furia del
combattimento.
"Lasciali stare... Pensiamo alla femmina, se c'. Prendiamo quello che troviamo e
andiamocene".
"Ma  ferito, ci vuole un momento, lo prendo da solo". Lucertola fa per liberarsi, ma Ruggine
lo schiaffeggia e lo afferra per il collo.
"Ho detto di no. Facciamo in fretta prima che tornino. Magari hanno qualche alleato". Le
alleanze tra gruppi non sono rare, specie nella stessa zona. E il gruppo di Ruggine  molto lontano dalla
sua. Lucertola segue il suo capo a testa bassa, rabbioso e umiliato. Ruggine si ripromette di tenerlo
d'occhio.
Entrano nel palazzo con cautela. Al piano terra c' la vecchia palestra con il pavimento di
linoleum celeste e pochi attrezzi inutilizzabili ancora in piedi. Le spalliere sono state fatte a pezzi per
ricavarne randelli o legna da ardere, la fune da arrampicata  stata staccata, i cesti della pallacanestro
smontati perch il metallo e le corde sono beni preziosi. L'ampio spazio sembra deserto. Ruggine e i
suoi si dividono e cominciano a perlustrare l'interno. Bozo entra in una stanzetta dove, una volta, c'era
la segreteria e lancia un urlo di gioia: un vecchio borsone di tela semiaperto mostra una confezione di
pane in cassetta, ormai verdastro. Bozo capovolge il borsone e scopre qualche altro tesoro: un salame
duro come un bastone, due scatole di pesche sciroppate, qualche confezione di succo di frutta in brick e
tre buste di minestra liofilizzata. Per un attimo, solo per un attimo, la tentazione di infilarsene una nelle
mutande lo assale ma, prudentemente, rinuncia e chiama gli altri.
Ruggine si muove con circospezione, la mazza chiodata in una mano e la mannaia conquistata
sul campo nell'altra, seguito da Lucertola, Muffa, Piaga, Cacciatore e gli altri compagni pi esperti.
Aprono una porta a calci ma non trovano niente, percorrono un corridoio, salgono a passi felpati la
rampa di scale fatiscente che porta al primo piano. Sulla destra, appena arrivati, c' un'altra porta. Non
fanno in tempo ad aprirla che una figura spettrale balza fuori con le braccia alzate, urlando: "Non
uccidetemi, per favore, non mi ammazzate".  un bambino di nove, forse dieci anni, con la pelle
bianchissima e i capelli incolti, quasi nudo, che trema e si contorce in preda al panico.
"Non mi uccidete, vi prego... Prendete lei", farfuglia indicando l'interno della stanza.
Nascosto sotto una scrivania c' un corpo che sussulta, tutto raggomitolato su se stesso.
Ruggine fa cenno a Muffa, che l'afferra per le braccia e lo tira fuori. Da un groviglio di capelli neri
emerge un visetto spaventato e striato di lacrime.  piccola, macilenta, sporca all'inverosimile ma ,
inequivocabilmente, una femmina. Mezz'ora dopo tutto il gruppo torna nella sua zona, ululando di
gioia e di trionfo, agitando in aria le armi e tirandosi dietro i due prigionieri con le mani legate dietro la
schiena.
 notte fonda quando finiscono di mangiare. Un banchetto che non vedevano da tempo:
minestra, pane raffermo, qualche fetta di salame, pesche sciroppate. Esaltati, felici e satolli, continuano
a rievocare la battaglia, ognuno esagerando il proprio ruolo. Tutti tranne Ruggine, che se ne sta in
disparte a contemplare la mannaia.  un'ottima arma, anche se pesante e sbilanciata; dovr farci la
mano. I due prigionieri sono in un angolo, legati, afflitti, affamati. Sanno cosa li aspetta, il destino
peggiore che pu capitare nella citt inviolabile.
Ruggine riempie una ciotola dal fondo del pentolone e va verso la femmina. Bozo fa per
trattenerlo.
"Che fai? Tra qualche tramonto la vendiamo,  inutile sprecare cibo, diamole da bere e basta".
"Chi lo dice?"
"Cosa?"
"Che la vendiamo. Non mi sembra di averlo detto".
Bozo lo guarda sbalordito.
"E cos'altro vorresti farne?", nella sua voce c' una vena di minaccia, ora.
"Ascoltami, Bozo, una femmina  un tesoro. Possiamo farci il doppio di quello", indica il
ragazzino che ormai ha smesso di lamentarsi. "Ma se la portiamo subito a Loro, quelli se ne
approfittano di sicuro, ce la pagano una miseria... Dammi retta, diamogli quello l e magari Spillo, che
ormai non ce la fa pi,  un peso e basta. Magari gli diciamo che pensiamo di poter trovare una
femmina ma abbiamo bisogno di tempo, ci servono pi armi e pi provviste. Si chiama tirare sul
prezzo, sai? La prossima volta gliela portiamo, tutta ripulita e ben messa e vedrai... Potremmo
ricavarne addirittura un fucile". Bozo  rimasto a bocca aperta, sbalordito dall'intelligenza del capo.
"E gli altri?"
"Faranno quello che dico io, quello che diciamo noi, come sempre". Gli d un colpetto sul
braccio e si avvicina alla prigioniera.
"Hai fame? Ti sciolgo le mani ma se provi a fare qualche scherzo giuro che te le taglio",
minaccia mostrando la mannaia. Lei neanche lo ascolta, lo sguardo fisso sulla ciotola. Appena libera, si
tuffa sul cibo, lo divora come un cane che teme di vedersi strappare via la preda, imbrattandosi fino al
mento di minestra, poi lecca il fondo del recipiente, con avidit non ancora placata.
"Come ti chiami? Ce l'hai un nome?"
"Mi chiamano Pesca".
"Come il frutto che si mangia?"
"No, io so pescare. Prendevo i pesci e le rane con la lenza, ma ormai non ce ne sono quasi
pi... E gli altri non volevano farmi uscire".
Ruggine la guarda, incuriosito. Ha la pelle scura, sotto il sudiciume, un viso grazioso con due
occhi neri e brillanti seminascosti da una frangia che scosta continuamente. Avr tredici anni, forse
qualcosa di pi anche se, denutrita com', dimostra sicuramente meno della sua et. Come tutti, del
resto.
"Come mai non ti avevano gi venduta?".
Lei scrolla le spalle. "Mio fratello non voleva. Diceva agli altri che era meglio aspettare che
crescessi un altro po', ma secondo me cercava di salvarmi". Una lacrima le scorre sul viso lurido.
"Tuo fratello?"
"S, Corvo, il capo del gruppo. Gli hai preso quella...", indica la mannaia.
"Siete rimasti sempre insieme?"
"S. Dopo il crack, quando hanno portato via tutti i grandi per andare a lavorare alla
disinfestazione, mio padre ci ha presi da parte. C'era poco tempo, dovevamo nasconderci. Ha detto a
Corvo di badare a me, ci ha promesso che sarebbe tornato a prenderci. Poi non l'abbiamo pi visto".
Ruggine annuisce, quasi tutti hanno una storia simile alle spalle. Il grande rastrellamento, nella
citt inviolabile, ha fatto sparire gli adulti, ma bambini e adolescenti sono rimasti, nascosti negli anfratti
o tra le macerie, braccia troppo deboli per il lavoro, bocche inutili da sfamare, esseri pericolosi ormai
contaminati, infetti. Lui ricorda ancora gli uomini con le tute bianche e le maschere antigas, gli
altoparlanti che ordinavano a tutti di riunirsi in strada, gli addii, le lacrime, i tentativi di fuga, gli spari,
le esecuzioni sommarie, il terrore e poi il freddo, la fame, la paura, la solitudine, il formarsi dei primi
gruppi, gli scontri, le lotte per la gerarchia, le razzie, la comparsa di Loro che, periodicamente, vengono
a reclamare i pi deboli o i pi sventurati per portarli chiss dove. Ricorda tutto, Ruggine. A volte, la
notte, sogna com'era prima, prima della nube incandescente e dei vapori mefitici, prima dei crolli e dei
morti, prima che gli alberi si seccassero e l'erba marcisse... Ricorda e soffre, ma non lo dice a nessuno,
un capo non pu mai mostrarsi debole o  finito.
"E gli altri che dicevano? A che serve una femmina? Avranno pensato di venderti, no?", chiede
a Pesca.
"Qualcuno protestava ma Corvo  forte, si  fatto sempre ubbidire. Trovava di continuo altri
prigionieri da vendere al mio posto, e non avevamo mai veramente fame. E poi gli credevano,
pensavano che tra qualche mese, magari un anno, m'avrebbero venduta meglio".
"Non capisco perch... Siamo contaminati comunque no? Che importanza ha se sei cresciuta o
no?", Ruggine  incuriosito.
Lei scrolla le spalle. "Non lo so. Corvo dice che i prigionieri vengono portati lontano. Secondo
lui i maschietti vengono usati come i pezzi di ricambio per le macchine, gli portano via le cose da
dentro, gli... gli organi, ecco, diceva cos, gli organi".
"E le femmine?"
"Non ho capito bene. Neanche lui lo sa ma pensa che le mandino a lavorare in certi posti dove
vanno gli uomini o le tengano in alcune famiglie che non hanno bambini, cose cos. E comunque,
secondo lui, era importante che mi tenessero pulita e ben nutrita".
"Secondo me sono tutte stronzate".
"E cosa ci fanno con i prigionieri, secondo te?"
"Penso che li mangino, maschi e femmine, ma le femmine sono pi tenere e per questo valgono
di pi, ecco cosa penso". Sa bene che non  cos ma si diverte a provocarla.
"Questa s che  una stronzata".
Ruggine fa per colpirla ma si trattiene e si guarda intorno. Nessuno ha assistito alla scena.
"Comunque sia avete vinto solo perch avete attaccato di sorpresa, da vigliacchi", riprende
Pesca in tono di sfida. "Mio fratello verr a riprendermi, sono sicura. Ha promesso a pap di
proteggermi e lui mantiene sempre le promesse".
"Tuo fratello sta ancora scappando".
Ruggine si alza, fa un giro e ordina a Bozo di raddoppiare la sorveglianza di notte. Poi torna ad
accoccolarsi vicino a Pesca.
"E tu? Le mantieni le promesse?"
"Certo".
"Se prometti che non tenti di scappare non ti lego. Ma bada, dormir qui accanto a te e se fai
qualche scherzo...", le mostra la mannaia. Lei annuisce, seria.
"Prometto che non cercher di scappare", scandisce con la mano alzata in un giuramento
solenne.
Quando si sveglia, all'alba, Ruggine scopre che Pesca gli si  rannicchiata contro come un
cucciolo infreddolito. La scosta con rudezza e va a controllare che la colazione sia pronta.
Due fuoristrada malconci, da combattimento, i vetri protetti da reti metalliche, i paraurti
rinforzati da traverse d'acciaio. Tre uomini dall'aspetto sinistro, capelli e barbe lunghi e luridi, tute
mimetiche, abbigliamento paramilitare, occhiali a specchio, fucili da caccia grossa caricati a pallettoni,
cartucciere ad armacollo, pugnali alla cintura. Dietro ai fuoristrada c' un vecchio chopper anni
Settanta, con la forcella telescopica e il manubrio a fontana. Loro.
Ruggine e i suoi si avvicinano cautamente, brandendo le loro armi antidiluviane,
completamente inutili, e spingendo avanti il prigioniero che recalcitra e Spillo che singhiozza senza
ritegno.
"Allora, cosa abbiamo qui?". Sasha  il capo o, comunque, quello che di solito parla per tutti. 
alto e magro, gli occhi lacrimosi, un giubbotto di pelle scrostato con le maniche tagliate su un paio di
pantaloni mimetici, le braccia muscolose istoriate da tatuaggi da galera. Ha un canne mozze a
bandoliera e una semiautomatica in una fondina, ma si sforza di sembrare amichevole. Gli alti due sono
uno spilungone taciturno con una zazzera riccia e incolta, che fuma e tace, e un asiatico dall'et
indefinita e i capelli lisci e nerissimi, Vincent e Boy. Ma  sempre Sasha a condurre le trattative.
"Ne ho portati due", risponde Ruggine spingendo avanti i prigionieri. Sasha li scruta da capo a
piedi, li costringe ad aprire la bocca, li palpa.
"Piuttosto malconci, direi".
"Hanno solo fame... Dategli da mangiare e vedrete come si rimettono".
Proprio in quel momento Spillo si piega in due, semi soffocato da un convulso accesso di tosse.
Sasha lo getta a terra con una spinta, tira fuori dalla tasca un pungolo elettrico, glielo appoggia su una
gamba e preme il pulsante. La scossa da 190mila volt fa tremare come una foglia Spillo che resta a
terra svenuto, con gli occhi rovesciati. Sasha e Vincent lo afferrano per le braccia e le gambe e lo
scaraventano come un pacco dentro uno dei fuoristrada. Sasha si volta verso l'altro prigioniero
terrorizzato e gli mostra il pungolo.
"Ne vuoi anche tu o fai il bravo?"
"Io... faccio il bravo, lo giuro".
"Bene, ne sono sicuro". Un'altra scossa e anche il ragazzino  a terra, in preda a spasmi
incontrollabili. "Cos non li sentiremo frignare per tutto il viaggio", ghigna a Ruggine che ha assistito
alla scena facendo uno sforzo mostruoso per dominarsi.
"Cosa ci date in cambio?", domanda tentando di controllare la voce.
"Be', quei due sono cos malridotti che varrebbero quanto uno solo, ma voglio essere
generoso". Fa un cenno a Boy che tira fuori due involucri e li butta per terra.
"Vi fate un bel banchetto, nei prossimi giorni", riprende Sasha. "C' formaggio, salame, carne
secca, biscotti, cioccolato", si interrompe divertito dallo sguardo avido di Ruggine che si trattiene a
stento dal tuffarsi sul cibo. Poi estrae qualcosa da un tascone e glielo porge.
"Questo  per te, un regalo personale". Ruggine guarda a bocca aperta la pinza Gerber multiuso
d'acciaio inox, con lama, cacciaviti, sega, punteruolo e altri utensili nell'impugnatura, e, sotto gli occhi
invidiosi degli altri, si affretta a prenderla.
"Allora ci vediamo tra quindici tramonti".
Sasha fa per girarsi ma Ruggine lo richiama.
"Scusa, posso dirti una cosa? Da soli, per".
L'altro lo guarda con un misto di disprezzo e incredulit, ma accetta di allontanarsi di qualche
passo.
"Allora, che c' di tanto importante e segreto?", lo canzona.
"Senti Sasha non voglio che gli altri lo sappiano... Credo che la prossima volta potrei portarti
una femmina".
Gli occhi di Sasha si accendono di cupidigia.
"Una femmina? E dove l'hai trovata?"
"Non l'ho ancora presa ma so dove la tengono, non dovrebbe essere difficile".
"Chi ce l'ha? Quale gruppo?"
"Non lo so ancora. Gente che sta a sud. La tengono nascosta, al minimo sospetto scappano. Ma
sono sicuro che io e i miei riusciremo a beccarli e a prendere la femmina".
"Bene. Se ci riesci ti dar il triplo che per un maschietto... E un altro bel regalo per te".
Ruggine lo guarda fisso e trattiene il fiato.  il momento. Ha preparato il discorso per ore ma
adesso gli tremano le gambe.
"Be', che c'? Va bene, ti do' il quadruplo, ok? E un'accetta nuova, mi voglio rovinare",
propone Sasha.
"Io... voglio un'altra cosa, per la femmina".
"E che vuoi? Un fucile? Niente da fare. Me l'hanno gi chiesto altri, niente armi da fuoco per
voi bambini, non sapreste neanche usarle e...".
"Voglio venire con te".
"Che cazzo dici?"
"Voglio andarmene da qui... Diventare come voi. Ho quasi sedici anni, sono forte, so
combattere, conosco la citt invalicabile palmo a palmo. Anche se sono contaminato, posso sempre
rendermi utile, no? Almeno fino a quando mi ammaler".
"Non se ne parla nemmeno, conosci le regole".
"Pensaci Sasha. La prossima volta ti porto la femmina, io da solo. Se mi fai venire con voi
potrei dirvi come prendere tutti i gruppi che ci sono nella citt invalicabile. Potrei farvi da guida,
aiutarvi a trovare i nascondigli... Riflettici solo un momento: basta con questa storia di prendere un
prigioniero ogni tanto. Potreste acchiapparne parecchi, tutti insieme. Finora non ci siete riusciti perch
noi ci nascondiamo, siamo diventati bravi a non farci trovare, ma con me alla guida sarebbe un'altra
faccenda. Comincerei dal mio gruppo, tanto per farti capire che non faccio scherzi. Bozo  forte come
un toro, poi ci sono Lucertola, Piaga, Muffa, Falco, tutti robusti, in ottima salute e...".
"E gli altri? Se sospettano qualcosa ti ammazzano", il tono di Sasha  cambiato, ora, c' una
nuova sfumatura di rispetto nella sua voce.
"Agli altri ci penso io. Potremmo vederci io e te da soli fra... diciamo tra dieci tramonti. Ti
porto la femmina e tu mi porti via con te. Poi torniamo qui insieme. Prima il mio gruppo, poi gli altri:
ve li faccio prendere tutti. Avete i fucili, sar uno scherzo, no?".
Sasha sembra perplesso, poi sulla sua faccia da sparviero si dipinge un largo sorriso.
"Sai una cosa Ruggine? Sei un tipo interessante e mi sa tanto che ti sei guadagnato il
lasciapassare per uscire da questa fogna".
Il banchetto finisce in una selvaggia danza di trionfo. Tutti insieme ballano come pellirosse,
ululando e agitando in aria le armi attorno al fuoco che manda bagliori rossastri nel bidone. Ruggine
impugna la mannaia in una mano e la sua fedele mazza chiodata nell'altra, Bozo sferza l'aria con la
catena, Cacciatore finge di prendere di mira nemici immaginari, Piaga sferra grandi colpi con il
coltello. All'improvviso, alcune urla acute interrompono la danza. Tutto il gruppo si precipita verso
l'angolo dove Pesca, con i piedi legati,  rimasta a divorare la sua porzione di carne secca e biscotti.
La ragazzina  a terra, che scalcia, graffia e morde, mentre Muffa, sopra di lei, tenta di
immobilizzarla con la tunica sollevata e il pene nudo ed eretto. Ruggine lo scaraventa di lato con una
spinta, l'altro tenta di rialzarsi, ma un calcio in pieno petto lo sbatte a terra. Quando si rialza ha il viso
congestionato di rabbia e dolore.
"Che cazzo vuoi?  tua? L'hai comprata?", ruggisce.
"Lei non si tocca.  di tutti. Dobbiamo tenerla bene, tra quindici tramonti la vendiamo", replica
il capo, asciutto.
" una femmina no? Trattiamola come una femmina,  ora che cominci a imparare".
"Lei non si tocca".
"Perch?", Lucertola si  accostato a Muffa, minaccioso, brandendo i suoi spunzoni di metallo.
"Muffa ha ragione. Questa stronza far la puttana per il resto della sua vita, tanto vale che inizi subito",
aggiunge sfregandosi il davanti dei calzoni con la mano. Dal gruppo si leva qualche risata, poi Piaga si
unisce ai due senza parlare, la lama del suo coltello riverbera il fuoco.
"Io non so cosa le faranno fare, ma se  come dite voi, se deve fare la puttana, allora di sicuro 
meglio che sia vergine, no?", replica Ruggine che vede la situazione sfuggirgli di mano. "Lo diremo a
Loro e ci faremo pagare di pi".
"Non c' mica bisogno di sverginarla. Possiamo divertirci un po' tutti insieme e lasciarla
intatta, di certo a Loro non importer un cazzo", propone Piaga con un ghigno lascivo.
Ruggine mostra la mannaia, piatta, pesante, affilata come un rasoio.
"Taglio la mano al primo che tenta di toccarla, lo giuro", minaccia.
"L'hai detto tu, no?  di tutti", sbotta Lucertola "Cos', vuoi tenertela tutta per te? Te la vuoi
spassare da solo?", poi si gira verso gli altri. "Mi sa che questo si  innamorat...". Il pugno di Ruggine
lo centra allo stomaco. Lucertola si piega su se stesso, mollando gli spunzoni e Ruggine lo atterra con
una ginocchiata al mento. Gli altri si fanno avanti, lentamente, ma all'improvviso si bloccano. Alle
spalle di Ruggine  comparso Bozo, massiccio e spaventoso, la catena che oscilla nell'aria.
Ruggine volta la testa, aspettando di sentire il colpo sulle spalle o sulla testa, ma il gigante lo
affianca.
"Si fa come dice Ruggine,  lui che comanda", barrisce.
Il gruppo si disperde velocemente, tra grugniti e imprecazioni soffocate. Ruggine tende la mano
a Bozo.
"Grazie". L'altro scrolla le spalle.
"Mio padre lo faceva a mia sorella... Non sopporto queste cose. Maiali schifosi".
Restano qualche istante in silenzio, poi Ruggine gli fa cenno di accostarsi.
"Tuo padre era uno schifoso ma... Una volta non mi hai detto che ti ha insegnato a guidare?"
"Be', s, perch? Mi faceva guidare la macchina vicino casa. Diceva che dovevo crescere in
fretta e diventare un vero uomo. E un uomo guida, scopa e fa a pugni. Ma come ti  venuto in mente?"
"Adesso te lo spiego...".
L'alba non  ancora spuntata quando si mettono in cammino. Hanno aspettato il turno di
guardia di Bozo per allontanarsi dall'accampamento, lasciando gli altri profondamente addormentati.
Ruggine e Bozo impugnano le armi, Pesca li segue, remissiva, con le mani legate dietro la schiena e un
pezzo di corda al collo, come un guinzaglio tenuto con noncuranza da Ruggine. Non tenter di scappare
e del resto dove potrebbe andare? Una femmina sola  una preda per chiunque nella citt invalicabile e
non durerebbe un giorno.
Il luogo dell'appuntamento  sempre lo stesso, appena fuori dai confini del territorio proibito,
una striscia di terra di nessuno che i gruppi sono autorizzati a varcare solo quando portano le prede. Chi
cerca di uscire pu essere ucciso in qualunque momento e nessuno dei bambini o dei ragazzi
contaminati si avvicina volentieri ai margini della citt invalicabile. Mai da solo, comunque. Cupe
leggende parlano di tiratori scelti appostati a distanza che si divertono a fare il tiro a segno sui laceri
abitanti della citt. All'inizio, di tanto in tanto, qualcuno tentava di uscire e il suo cadavere veniva
puntualmente ritrovato dopo qualche giorno nella terra di nessuno, spesso con i segni di atroci torture.
Da molto tempo non ci sono pi piani o tentativi di fuga, anche perch molti dei pi giovani conoscono
solo l'orrore in cui sono cresciuti e probabilmente non saprebbero vivere in altri luoghi. I pi grandi,
invece, sono diventati capi o comunque hanno conquistato posizioni molto alte nella gerarchia e ormai
si sono adattati agli stenti, alla fame e alle privazioni di ogni genere.  la sola vita che riescono a
immaginare.
Sasha li sta aspettando, accanto al suo fuoristrada. Quando li vede arrivare si rasserena.
"Meno male, pensavo che mi avessi dato il bidone". Poi si rabbuia alla vista di Bozo. "E lui?
Dovevi venire da solo...".
"Lei faceva casino, lottava, si dimenava. C'era il rischio che svegliasse tutti. Ho chiesto a Bozo
di aiutarmi".
Sasha socchiude gli occhi fino a farli diventare due fessure, poi assesta uno schiaffo in pieno
viso a Pesca, le tira i capelli, la costringe a mostrare la faccia. La ragazzina non reagisce ma piange in
silenzio. Sasha la lascia andare.
" tutt'ossa... Non vale un cazzo".
"Crescer e ingrasser, basta farla mangiare.  una femmina, no? Ho mantenuto la parola",
replica Ruggine fissandolo.
"E adesso vuoi il tuo premio, mi sembra giusto. Ma non potete venire in due, non erano questi i
patti".
"Non ti preoccupare. Bozo rimane. Diventer il capo al posto mio, gli sta bene cos. D'ora in
poi tratterete con lui. Basta che gli regali un coltello o un'altra arma".
"E cosa dir agli altri? Se si sparge la voce che ti ho lasciato uscire sar un casino", il tono di
Sasha  sospettoso mentre porta la mano sul lungo pugnale che gli pende dal fianco.
"Niente. Non dir niente. Ora gli do un colpo in testa per farlo sanguinare. Torner dal gruppo e
racconter che l'ho aggredito e sono scappato con Pesca... Si chiama Pesca", aggiunge indicando la
ragazzina. "Poi guider una caccia per cercarmi e da quel momento sar lui a comandare. Ci siamo gi
messi d'accordo".
Sasha fa un passo indietro, con un sorriso sghembo.
"Sei un tipo pieno di risorse, Ruggine, te l'ho gi detto. Allora, forza, dagli 'sta botta in testa,
voglio godermi la scena".
Ruggine annuisce e impugna la mannaia dalla parte non affilata mentre Bozo abbassa
leggermente la testa. Fa per sferrare il colpo ma, all'improvviso, volteggia su se stesso con una mezza
piroetta, gira la lama e la vibra con tutta la forza alla base del collo di Sasha che tenta inutilmente di
parare il colpo. L'acciaio gli apre uno squarcio profondo, diagonale, dalla clavicola alla gola, trancia
quasi il collo mentre un fiotto di sangue scuro sgorga dalla ferita. Ruggine lo colpisce ancora, stavolta
alla testa, impugnando l'arma a due mani, e gli spacca il cranio. Sasha crolla a terra e Ruggine gli
strappa le armi, il canne mozze, la pistola e il pugnale, mentre Bozo fa per salire alla guida del
fuoristrada e Pesca lo segue. Sono allo scoperto, ora, in piena vista.
Vincent, invisibile dietro un avvallamento del terreno, inquadra il bersaglio nel mirino del suo
fucile di precisione Dragunov e preme con dolcezza il grilletto. La pallottola calibro 7.62 Nato da 150
grani centra la nuca di Ruggine a 800 metri al secondo. Il cranio esplode, il cervello si sparge
tutt'intorno. Bozo non ha neanche il tempo di urlare, resta a bocca aperta per un istante prima che un
proiettile gli trapassi il torace spezzando di netto la spina dorsale e un secondo gli faccia scoppiare un
polmone.  morto prima ancora di toccare terra. Pesca resta immobile, impietrita accanto al fuoristrada
con le portiere aperte.
Boy si avvicina con il fucile puntato e spara altri due colpi, per sicurezza, ai corpi stesi per terra,
poi si china su Sasha e gli controlla il polso, ma capisce subito che  andato anche lui. Scuote la testa,
raccoglie tutte le armi, prende il guinzaglio di Pesca e, con uno strattone, la costringe a salire al posto
del passeggero. Prima di mettere in moto, la stordisce con il pungolo elettrico. La bambina si affloscia,
trattenuta solo dalla cintura. Boy ingrana la marcia e parte fischiettando, lasciandosi dietro i tre
cadaveri, nel chiarore dell'alba che sorge sulla citt invalicabile.

5.WEEKEND MALEDETTO.
di Silvia Montemurro.

Era sicura che la voce provenisse dalle montagne.
Non appena varcate le gallerie di Lecco aveva iniziato a sentirla e adesso era sempre pi forte.
Non era nella sua testa. Veniva dall'alto. Sabrina era certa di essere la sola a udirla, perch gli altri
chiacchieravano ininterrottamente da quando erano partiti. Lei, invece, a met viaggio, si era bloccata.
Pi che il significato delle parole, era il tono a spaventarla, un aspro gorgoglio, e quando riusciva a
concentrarsi le pareva che la voce dicesse: "la santit salva il mondo. L'invidia ti porta all'inferno".
Non avrebbe dovuto accettare l'invito. Intrappolata tra la valigia di Sonia, troppo grande per
finire nel bagagliaio, e la natica destra di suo fratello Lele, Sabrina maledisse la sua incapacit di far
valere le proprie decisioni. Avrebbe potuto inventare una scusa.
"Dannazione, ho sbagliato!". Mauro diede un pugno al volante.
"Stai calmo, non  successo niente", lo tranquillizz Manuela, e gli accarezz una guancia,
mentre con l'altra mano sorreggeva il navigatore.
Sabrina sospir e guard fuori dal finestrino. Dopo le gallerie si era offerto ai loro occhi uno
scenario ben diverso dal grigiore di Milano: il cielo si era colorato di un lucido azzurro e le montagne,
come austere signore agghindate di verde e grigio, blindavano l'orizzonte in ogni direzione.
"Ci siamo", disse Manuela, e Mauro fren.
Lele si stiracchi e per poco non ficc un dito nell'occhio di Sabrina.
"Ehi, fai attenzione!".
"Ma dove cazzo...", imprec Mauro, uscendo dalla macchina. Il navigatore segnalava un bivio
tra una strada che conduceva a un parcheggio e un'altra che, superate alcune abitazioni, procedeva per
un sentiero nel bosco. Anche Sabrina scese e il sole cocente di quel pomeriggio appena iniziato la
accec.
"E noi dovremmo camminare con questo caldo?", fece Lele. "Che dite, aspettiamo gli altri
prima di partire?".
Mauro si accese una sigaretta e si sedette su un muretto, accanto a una fontana. Manuela bevve
un sorso d'acqua, tenendosi i lunghi capelli neri con una mano. Sabrina si allacci le scarpe e not con
una certa soddisfazione che la voce era meno udibile. Rimaneva un'inquietante eco in sottofondo. Tutto
lasciava presagire un weekend faticoso e snervante. In pi, non aveva voglia di rivedere Michele.
Era passato un anno da quando il loro amico se n'era andato da Milano e si era trasferito a
Savogno, un paesino sperduto tra le montagne, non accessibile con le automobili. Un anno dal terribile
incidente, se di incidente si era trattato, in cui Michele aveva perso la vista. Una settimana prima era
arrivato quell'invito inaspettato. Almeno per lei. Un invito che sentiva di non dover accettare. Il suo
intuito, per, aveva pensato bene di farsi vivo quando ormai era troppo tardi. Sabrina aveva
l'impressione che tutti stessero pensando esattamente la stessa cosa.
"Che fine ha fatto Andrea?", chiese Lele stizzito.
"Mi ha scritto che stanno arrivando", lo rassicur Sabrina. Avrebbe voluto fare il viaggio con il
suo ragazzo, ma Lele aveva insistito perch andasse con loro. Diceva che si sarebbe sentito pi sicuro,
con lei accanto.
Sonia, Andrea e Costanza scesero dalla Golf di Andrea in contemporanea. Avevano un'aria
distrutta.
"Ricordatemi: perch abbiamo accettato questo invito?", domand Andrea, dando un bacio
sulle labbra a Sabrina.
"Forse per mio fratello?", replic stizzita Costanza. Sabrina distolse lo sguardo. Lei e Costanza
non si erano quasi mai parlate, nemmeno quando Sabrina stava con Michele. Adesso era anche peggio:
Costanza non perdeva occasione per punzecchiarla e farla sentire a disagio. Almeno, prima, la
ignorava. Sabrina la osserv mentre civettava con Mauro: aveva gli stessi occhi azzurri di suo fratello e
una meravigliosa chioma bionda. Sabrina faceva fatica a guardarla senza scorgere la somiglianza con
Michele. Era la versione femminile del suo ex ragazzo.
"Che dite, andiamo?", propose Manuela e tir Mauro per un braccio. Costanza sorrise e le
lanci un'occhiata di sfida.
Mentre la comitiva si avviava, Sabrina not che Sonia era rimasta in disparte, con le gambe
incrociate e i riccioli a coprirle il volto. Quando la sua migliore amica aveva un problema, non riusciva
a nasconderlo.
"Cos'hai?", le chiese, mentre si incamminavano per un sentiero poco curato, che aveva l'aria di
inasprirsi a ogni passo.
"Non avevo voglia di fare questa scampagnata".
"Penso che nessuno di noi ne avesse davvero voglia. Ma lo dobbiamo a Michele".
"Perch?"
"Come perch? Dopo quello che gli  successo, di...".
"Non  stata colpa nostra!".
Prima di risponderle, Sabrina si ferm per riprendere fiato. Poggi le mani sulle ginocchia e si
accorse che gli altri erano gi diversi metri davanti a loro. Il sentiero sembrava procedere sempre pi
ripido, l'aria scottava. In testa alla fila c'era Mauro, che dava il passo all'intera comitiva. Dietro di lui
Manuela, e dopo di lei Costanza. Sabrina not che, dal basso, i tre sembravano uniti da una corda
invisibile, che Manuela avrebbe tagliato volentieri per far rotolare Costanza da una scarpata. Sabrina
non la biasimava: Costanza aveva puntato Mauro e non avrebbe mollato facilmente la presa. Manuela
era gi stata lasciata da Michele quando lui si era innamorato di Sabrina. Non meritava un altro colpo
simile. Sabrina immagin il corpo di Costanza rotolare gi per i gradini, la testa sbattere contro la
pietra, i capelli biondi tingersi di rosso intenso. Cerc di scacciare quell'immagine, ma pi ci provava
pi il film nella sua testa si faceva reale e le parve persino di sentire l'odore del sangue. Ebbe l'impulso
di tornare di corsa alla macchina.
"Lumache!", grid Lele.
"Sempre a far andare la lingua, al posto delle gambe", aggiunse Andrea, ridendo.
"Deficienti", mormor Sonia, rossa in viso. Le sue gambe tozze non le avrebbero permesso una
velocit maggiore anche se avesse camminato senza fiatare. Non era mai stata troppo bella, Sonia. Lei
e Sabrina erano amiche dalle elementari, ma la "bella bambina" era sempre stata Sabrina. Capelli
castani e lisci, sempre in ordine, occhi di un nocciola dorato. Anche Sonia aveva gli occhi castani, ma
non splendevano mai e i suoi capelli erano crespi, ingestibili, sempre raccolti in una mezza coda.
"Hai un po' d'acqua?", chiese Sonia a Sabrina, che stava per mettersi di nuovo in marcia.
"No, il mio zaino se l' preso Andrea".
Sonia sospir. "Beata te!". Poi cambi espressione. I suoi occhi, all'improvviso, si persero in
un punto alle spalle dell'amica. Accanto alla guancia di Sabrina era comparsa una borraccia di pelle
consunta, tenuta da una mano raggrinzita e ossuta.
Sabrina cacci un urlo e si volt.
"So di essere brutto", comment il vecchio porgendo l'acqua a Sonia, "ma non pensavo di far
tanta paura".
Sabrina si concentr sullo sguardo azzurro dell'anziano signore un po' curvo che le stava di
fronte. Non aveva la dentiera, ma solo tre o quattro denti in tutta la bocca. Le rughe che gli
circondavano gli occhi erano una complessa mappa di geroglifici. Aveva una specie di tumefazione
appena sopra l'orecchio, che arrivava fino alla fronte. Una sorta di buco ricucito male. Indossava una
camicia a quadri e un paio di pantaloni di velluto, e sembrava fluttuare nei propri abiti.
Sonia bevve un sorso d'acqua e gli restitu in fretta la borraccia.
"Grazie", disse Sabrina. Si sentiva penetrare da quegli occhi azzurri e per un istante le parve di
potersi specchiare in quelle pupille profonde.
"Di niente. Se state andando a Savogno vi conviene affrettare il passo. La strada  ancora
lunga...".
Sabrina spinse Sonia su per i gradini e non le permise di fiatare finch non raggiunsero il resto
del gruppo. Poi tese la mano a Lele.
"Quel vecchio  comparso dal nulla, capisci?", gli raccont mentre proseguivano a un'andatura
folle. Nessuno riusciva a tenere il ritmo da corridore di Mauro. Nemmeno Manuela, che aveva spezzato
la corda invisibile e stava a un metro di distanza dalla rivale.
Lele le accarezz i capelli e per poco non le fece perdere l'equilibrio.
"Ti stai facendo suggestionare da questo posto", comment.
"Perch dovrei?"
"Perch in tutte le storie che ci raccontavano da piccoli c'era un bosco come questo".
Sabrina non andava mai in montagna. Al contrario di suo fratello, non era disturbata dal
cemento e dal frastuono di Milano. Lei ci si trovava benissimo. Amava l'universit, gli happy hour, il
gioved dello studente in discoteca, i cinema, la sauna e la palestra. Ma Lele aveva ragione: stava
subendo il fascino di quel bosco. Come tutti, del resto. Si trovavano immersi nella natura, tra gli alberi,
accaldati ma all'ombra e avevano davanti una strada che sembrava non avere mai fine. Una sfida. A
tratti, mentre camminavano, si imbattevano in anfratti nella roccia da cui spirava fresco e umidit.
Vecchie stalle trascurate sbucavano qua e l sul sentiero, tracciato da una segnaletica rossa, spesso
poco visibile. Anziani signori comparivano all'improvviso come hobbit e si volatilizzavano sorridendo.
Il lato oscuro della montagna si trova nel cuore del bosco.
Sabrina, per tutto il tragitto, non smise di tenere stretta la mano di Lele e pens che il suo
gemello aveva da sempre il potere di calmarla. Fin da piccoli, Lele era la cura per i suoi mali: se non
l'aveva accanto, faceva fatica persino a dormire. Si domand se sarebbe mai riuscita a trovare un
ragazzo che lo sostituisse davvero.
Arrivarono a Savogno quando era gi pomeriggio inoltrato. I cartelli segnalavano un tragitto di
un'ora e mezza, ma loro ci avevano messo tre ore, tra pause e scuse per ammirare il panorama.
Costanza si sciolse i capelli e indic loro il rifugio dove avrebbero passato la notte. Era un'imponente
casa di pietra con il tetto in legno, che dominava sul resto delle casupole. Le altre abitazioni erano per
lo pi baite trasandate, che conservavano il bisbiglio di un mondo passato. Un tempo, a Savogno,
abitavano molte persone. Ora quel paesino era frequentato quasi unicamente da villeggianti, se si
escludevano i gestori del rifugio e pochi altri, tra cui lo zio di Costanza e Michele.
"Aspettate qui", ordin lei, "vado a chiamare Michele".
Si sedettero a un tavolino all'aperto, ordinarono birre e Coca-Cola. Lele si accese una sigaretta.
Andrea lo imit, poi tir a s Sabrina e la fece sedere sulle sue ginocchia.
"Tanto Michele non ti vede", pens lei e si stup di quel pensiero cattivo, quasi come se non
fosse stato elaborato dalla sua mente ma da una voce proveniente dall'esterno. Voleva bene ad Andrea,
stava bene con lui, ma per la prima volta, tra le sue braccia, avvert una sensazione di prigionia.
Un'impressione di soffocamento simile a quella che provava se guardava le cime delle montagne.
Mancanza di ossigeno. Si scopr a tremare. Aveva paura dell'effetto che le avrebbe fatto il viso senza
sguardo di Michele.
Sonia era sempre pi nervosa. Bevve la sua birra quasi d'un fiato. Lele le lanci
un'occhiataccia. Anche lui non era particolarmente a suo agio.
Manuela sembrava ancora stravolta per la camminata e teneva la testa sulla spalla di Mauro.
Mori e abbronzati entrambi, risaltavano in modo particolare in quel chiarore estivo. Una coppia di
modelli in vacanza a Cortina. Peccato che avessero tutti quell'espressione di imbarazzo spalmata in
faccia.
Il gestore del rifugio e la moglie avevano portato dei salumi, il "tagliere del rifugista", avevano
spiegato orgogliosi. Ma nessuno aveva toccato cibo. Anche le vette attorno a loro parevano in attesa.
"Eccoci qua", fece Costanza, riapparendo alle spalle di Lele. Aveva usato un tono di voce pi
alto del normale.
Lo zio di Michele aveva una barba folta, grigia e scomposta e i suoi stessi occhi azzurri. Forse
erano il marchio di famiglia. Li scrut uno per uno, con aria ostile, senza salutare. Ci pens Michele a
fare gli onori di casa, avanzando sorridente verso i suoi amici. Sabrina prov l'impulso di lanciarsi su
di lui e abbracciarlo, proteggerlo dagli sguardi di amici che erano rimasti gli stessi dopo che lui era
tanto cambiato. Michele portava un paio di occhiali scuri e si era lasciato crescere i capelli. Riccioli
biondi gli incorniciavano la fronte abbronzata. Muoveva un bastone per orientarsi, e lo appoggi
accanto a s non appena si fu seduto.
"Ciao ragazzi,  un piacere rivedervi", mormor e poi rise della sua battuta. Solo lui. Costanza
rimase in piedi e Sabrina rabbrivid nel vederla imponente in tutta la sua rabbia. Qualcosa, in quel
silenzio, urlava il suo desiderio di vendetta. La vendetta di una sorella che si era vista portare via
Michele da un giorno all'altro, umiliato, cieco, solo. Nessun colpevole. Almeno cos pens Sabrina,
mentre Michele annusava l'aria e si voltava proprio verso di lei.
"Sabrina, sono contento che tu sia qui", disse Michele. Allung una mano e le sfior i capelli.
Andrea, che la teneva ancora sulle ginocchia, si irrigid. Anche Lele sembr infastidito da quel gesto.
Sabrina avrebbe voluto abbandonarsi sul palmo di quella mano e lasciarsi accarezzare da lui. Si stup
nel ricordare solo in quel momento quanto erano preziose per lei, quando stavano insieme, quelle
carezze. Forse, se non fosse successo quel che era successo, lei sarebbe tornata con Michele e Andrea
sarebbe stato solo la debolezza di un momento.
"Te la passi bene qui, eh?", attacc Mauro, sporgendosi verso Michele per dargli una pacca
sulla spalla.
"Meglio di quel che pu sembrare", rispose lui. "Qui si sta al fresco, ma c' un sole gradevole.
Da maggio in poi il rifugio  sempre pieno di gente, e ho conosciuto un sacco di belle persone. Molte
anche straniere".
Sabrina non pot far a meno di ricordare che il progetto di Michele era di iscriversi a Lingue e
partire per l'Erasmus.
"Ma com' d'inverno?". Manuela aveva buttato l la domanda, ma Michele non la colse. Cal
di nuovo il silenzio.
Sabrina bevve la sua Coca. Aveva il disperato bisogno di una doccia. Michele sembr leggerle
nel pensiero.
"Sarete accaldati", disse. "Facciamo cos, andate a darvi una rinfrescata, poi vi porto a
conoscere un amico".
Lo zio di Michele non aveva smesso di studiarli, senza proferire parola. Si alz e aspett il
nipote all'ingresso del rifugio. Sabrina si sentiva lo sguardo di quel signore addosso, non vedeva l'ora
che se ne andasse.
Avevano un'unica camera, con otto letti. Andrea guard Sabrina con aria malinconica. Avevano
fantasticato su come avrebbero passato la notte del weekend, stretti sotto un'unica coperta. Lei si
sorprese a sentire un certo sollievo. Mai fino a quel momento aveva visto Andrea come un impiccio.
Sotto la doccia, con l'acqua calda che lavava via il sudore della camminata, si disse che avrebbe
fatto di tutto per rimanere sola con Michele.
Pier, il gestore della cooperativa, era un signore attempato, ma molto simpatico. Li accolse con
un sorriso e port birra per tutti. Michele gli diede una pacca sulla spalla. Coglieva sempre il punto
giusto, con le mani. Sabrina cerc di immaginarsi l'esercizio e i silenzi che gli erano serviti per affinare
gli altri sensi. La fatica. La disperazione.
Lo zio di Michele era sparito.
"Scusatelo", disse lui, " un tipo un po' brusco. Ma non  cattivo".
"Non ti devi scusare per nostro zio", ribatt Costanza. "Dopo quello che  successo, 
comprensibile che non apprezzi questa rimpatriata. E poi, sapete come sono le persone di montagna".
"Le persone sono persone e basta", replic Pier, strizzando l'occhio a Sabrina.
"Domani vi porter a fare un giro decente", li inform Michele. "Ma dovrete alzarvi presto...".
Sabrina guard Sonia. Teneva la testa bassa e trafficava con il telefono. Non era contenta di
essere l e la sua testa vagava altrove. Non partecipava alla conversazione e non aveva mai guardato
Michele dritto in faccia. Lele era annoiato: era appoggiato al tavolo di legno e sorseggiava birra in
continuazione. Era gi alla seconda. Costanza aveva la solita aria irritata, ma era attenta a ogni loro
mossa. Una cacciatrice. Mauro aveva il braccio intorno alle spalle di Manuela e fumava. Non si sapeva
mai cosa pensare, di Mauro. Non lasciava trapelare niente. La sua bellezza argentina splendeva sempre
in ogni gruppo in cui si ritrovava. Si era guadagnato un posto nella loro compagnia a furia di risse. Con
le ragazze aveva sempre avuto successo.
Manuela si appoggiava a lui, docile. Con Sabrina non parlava mai, perch era convinta che
fosse colpa sua se Michele l'aveva lasciata. Ma Sabrina non aveva fatto nulla. Tra lei e Michele c'era
sempre stata un'attrazione strana, incontrollabile. Un'alchimia. Anche adesso che lei era seduta vicino
ad Andrea, immersa nelle chiacchiere dei ragazzi per evitare di pensare, anche adesso che aveva un
nuovo ragazzo, Sabrina sentiva che il suo posto era dall'altra parte del tavolo, accanto a Michele. Non
sarebbe mai dovuta venire.
Non dopo quello che era successo un anno prima.
C'erano tutti loro. Era la festa di maturit. Quella non ufficiale. Una festa privata, organizzata
dai fratelli pi ricchi della scuola: Costanza e Michele. Mauro si era improvvisato DJ e sparava un
disco dopo l'altro. C'era tanto alcool. Forse troppo. Avevano un'estate davanti e progetti per il futuro.
Tutti, anche Michele. Sabrina era bellissima, quella sera. L'avevano detto tutti. Indossava un vestito
nero, con una scollatura a V che lasciava intravedere parte del seno. Aveva i capelli sciolti. Ballava.
Non ne era capace, ma aveva bevuto tanto, come tutti del resto. Andrea le stava addosso. Michele se
n'era accorto. Se n'erano accorti tutti. Andrea non aveva smesso di farle complimenti e battutine e di
ballarle vicino. Troppo vicino. Talmente vicino che avvertiva il suo respiro sul collo e le sue mani a
sfiorarle la vita. Era una sensazione nuova. Proibita. A Sabrina non interessava Andrea, ma era la prima
volta che si trovava in una situazione del genere e non le dispiaceva, per una sera, essere contesa.
Michele aveva preso in disparte Andrea e gli aveva detto di smetterla. Poi aveva baciato Sabrina a
lungo, sulle labbra, e le aveva sussurrato: "Tu sei mia". Michele non si comportava mai cos. Non era
per niente geloso. Ma quella sera tutto aveva una piega insolita: Costanza sorrideva e ballava con
Mauro, che aveva abbandonato Manuela a se stessa e alla consolle improvvisata. Sonia sembrava bella,
Lele non si stava lamentando con nessuno. Era la loro festa di maturit.
Erano abbastanza maturi per essere violenti.
Sabrina non avrebbe saputo risalire al momento esatto in cui successe. A un certo punto la
musica si spense. Le luci saltarono. Qualcuno url, qualcuno si mise a ridere. Volarono bottiglie. Da
pi parti. Qualcuno disse: "Smettetela, deficienti!". Sabrina si mise le mani sulla testa e and a sbattere
contro uno di loro. Avrebbe potuto essere chiunque. La luce ricomparve. Il pavimento si era tinto di
rosso. C'era del sangue sulla bottiglia spaccata in due e Michele giaceva per terra. Si teneva la faccia
con le mani e gemeva. Nessuno, apparentemente, si era mosso da l. Tutti urlarono. Le pareti della
stanza iniziarono a vorticare, Sabrina vedeva sempre pi scuro, cercava di rimanere lucida ma qualcosa
la trascinava verso il pavimento. Stava affondando. Lele chiam un'ambulanza. Andrea abbracci
Sabrina. Lei ritrov l'equilibrio.
Furono indagati tutti, ma il caso venne archiviato come incidente. Non ci fu modo di scoprire
chi fosse stato, perch tutti ammisero di aver fatto volare in aria qualche bottiglia. Persino Sonia.
Sabrina fu l'unica ad affermare che non le era proprio passato per la mente di fare una cosa tanto
stupida.
Michele rimase tutta l'estate in ospedale. Non volle vederla. Non volle vedere nessuno. I suoi
genitori, almeno, dissero cos. Lei prov a chiamarlo, ma il telefono era sempre staccato. Costanza
rifiut di portargli i suoi messaggi. Da quel giorno divenne pi aggressiva e ingestibile. Trattava male
tutti, rispondeva a tono e li accusava di aver ucciso suo fratello. Poi vennero a sapere che Michele
aveva perso la vista in maniera irreversibile. Insieme a un occhio. Sabrina and all'ospedale, ma
Costanza non la fece entrare. Disse che fino a che non fosse venuta fuori la verit, nessuno si sarebbe
pi potuto avvicinare a Michele. Due mesi dopo, lui si trasfer dallo zio e non si fece pi sentire. Fino a
qualche giorno prima, quando tutti avevano ricevuto una lettera...
"La cosa bella della montagna", stava spiegando Michele, quando Sabrina riemerse dal mare
del ricordo, " che non ci si sente soli mai. Nemmeno quando si  soli per davvero".
"Questo  perch tu hai imparato ad ascoltare", fece Pier, sedendosi con loro. "Non credo che i
tuoi amici la penserebbero allo stesso modo".
"Io morirei di noia, se dovessi passare tutta l'estate qui", comment Mauro.
"Un'estate intera? Ma neanche una settimana!", replic Manuela.
"Ragazza mia", l'apostrof Pier, "faresti bene a coprirti quelle gambe nude. Qui, fa freddo
anche d'estate".
Aveva ragione. Quando uscirono, l'aria si era fatta quasi gelida e il sole era scomparso dietro a
una montagna. Andrea cinse la vita di Sabrina. "Vuoi rientrare?".
Michele si avvi in un'altra direzione. Non era ancora ora di cena e Sabrina avrebbe voluto
seguirlo. All'epoca in cui stavano insieme, era sempre Michele ad avere bisogno di rassicurazioni. Ora
no. Tutto in lui esprimeva la forza di chi non ha pi niente da perdere. L'orgoglio di chi ha imparato a
convivere con la solitudine. Sabrina era attratta da lui e da quel mondo scuro che le era sconosciuto.
Avrebbe voluto entrare nel suo nero.
"E se facessimo due passi?", propose, sperando che Andrea rifiutasse. Lui tentenn.
Sonia intervenne: "Andrea, perch non mi accompagni al rifugio a prendere una felpa? Poi li
raggiungiamo".
Andrea si avvi con Sonia, ma si era rabbuiato. Lele era sparito, aveva la capacit di
volatilizzarsi. Manuela e Mauro si erano separati: lei stava andando verso il rifugio di corsa, forse
piangeva. Costanza usc dalla cooperativa per ultima. Rideva.
"Che fine ha fatto Mauro?", le chiese Sabrina.
"E io cosa ne so?", rispose Costanza. "Non sono la sua ragazza".
Sabrina si affrett a raggiungere Michele.
"Michele, aspettami!", url, infischiandosene della smorfia di Costanza.
Michele si ferm. Camminarono insieme fino alla chiesa. Sabrina non era pi abituata al suo
profumo e si rese conto di quanto le fosse mancato e di quanto quello di Andrea non le appartenesse,
anzi, a pensarci bene la infastidiva persino.
"Sono contento che tu sia qui", le disse lui, fermandosi sulla panchina accanto al portone della
chiesa. Sabrina, prima di sedersi accanto a lui, lanci un'occhiata al panorama al di l del muretto che
delimitava l'edificio. Erano in alto. Tanto in alto. Dominavano un paesaggio che si estendeva fino a
dove le montagne permettevano di guardare. La brezza estiva le accarezzava i capelli. Savogno, quel
giorno d'estate, era un trono tra le montagne, sudditi in adorazione. A Sabrina venne voglia di
inginocchiarsi.
"Anch'io sono contenta di rivederti. Ho cercato a lungo di mettermi in contatto con te...".
"Lo so. E so anche il resto. Costanza mi ha tenuto informato".
"Lo immaginavo".
"Come  andata quest'anno? Ti piace l'universit? Ti sei iscritta a psicologia, giusto?"
"S. Mi piace. Mi piace l'ambiente che frequento... sai che amo la citt".
Michele annu, poi aggiunse: "Una volta la amavo anch'io".
"Perch non torni a vivere a Milano?".
Michele sorrise. Le prese una mano. Sabrina gliela strinse.
"Forse dopo l'estate. Chiss. Qui sono diventato forte, sai".
"Non ti sei annoiato?"
"Ho dovuto ricominciare da capo. Con l'aiuto di mio zio e di Pier. La montagna  una grande
insegnante. Impari nel silenzio...".
"Ma quest'inverno...".
"L'inverno  stato lungo. L'inverno a Savogno  una cantilena sommessa. Una nenia sempre
uguale. Sembra di stare soffocati sotto una coperta bianca e gelida, senza poterne uscire. In inverno
l'unica cosa che ti tiene vivo, qui,  il pensiero che prima o poi l'estate torner".
Sabrina trattenne il respiro. Michele era diventato saggio. Era cresciuto pi di lei, persa tra
aperitivi e lezioni e chiacchiere. Forse aveva capito pi lui di psicologia, stando su quei monti, che lei
all'universit. Michele si tolse gli occhiali. Lei non si mosse. Lo scrut di sottecchi come se lui potesse
accorgersi del suo sguardo. E forse era cos.
Aveva un solo occhio, ormai. Azzurro come il cielo di montagna in una giornata estiva. Non la
guardava. Ma la sentiva. Sabrina si sent spinta verso di lui da una forza che era impossibile
contrastare. Le loro labbra si incontrarono e lei si strinse forte a lui mentre il cuore ricominciava a
batterle per davvero. Rivide il suo sorriso, quello che aveva prima dell'incidente, gli tocc i capelli e
ricord i suoi occhi quando erano aperti, quando c'erano entrambi, quando erano vivi. Le venne da
piangere, ma si tuff in quell'odore famigliare, di legno e sapone.
"Vieni con me", disse Michele, che non sembrava per niente sorpreso da quel bacio. Era come
se l'avesse aspettato, insieme all'estate. La condusse davanti a un cartello che raccontava la storia di un
prete divenuto santo, che aveva vissuto a Savogno.
"Leggi qui", le disse e indic una scritta al lato del cartello.
"La santit salver il mondo", lesse Sabrina, "l'invidia e la falsit lo danneranno".
"Tutto avviene per una ragione, Sabrina. Non sono diventato cieco per caso. Mi sono arreso, 
vero. Ma adesso  arrivato il momento di tornare".
Sabrina era confusa. Anche lei aveva pensato che quanto accaduto quella sera non fosse stato un
semplice incidente. Ci rifletteva spesso, ma poi preferiva abbandonare quelle congetture. Per stare
meglio. Ma era ovvio che Michele ci pensasse. Aveva il diritto di conoscere la verit.
Andrea comparve alle loro spalle. Michele avvert la sua presenza prima di lei e lo salut. Non
c'era rancore nella sua voce. Sabrina si sent come in mezzo a due fuochi, e per un attimo prov a
immaginarsi mano nella mano con Michele. Si sarebbe sentita in imbarazzo. Nonostante questo,
avrebbe voluto sgusciare via da Andrea. Essere libera.
"Tra poco si cena", li inform Andrea. "Michele, ti fermi con noi?"
"No, grazie. Credo vi raggiunger dopo. Vado a vedere cosa combina mio zio".
"Corro a preparami", disse Sabrina e si allontan in fretta. Sperava che Andrea non si fosse
accorto del suo disagio. Aveva passato un anno con lui, stavano bene insieme. Davvero era bastato un
momento con Michele per farle cambiare idea?
Camminava a testa bassa, cos non si accorse del suo gemello che arrivava in direzione
contraria e gli piomb addosso.
"Lele!", url Sabrina. Lui la prese per le spalle.
"Che hai? Un altro fantasma?"
"Scemo. Mi sono spaventata. Ma dove vai?"
"Stiamo facendo un gioco idiota con Sonia, Costanza e Mauro".
"E cio?"
"Mauro si  nascosto e l'ultimo che lo trova ha perso. Il problema  che ci sono talmente tanti
posti in cui nascondersi, qui".
"Mauro  sbronzo. E tu di pi. Manuela dov'?".
Lele scosse la testa. "Tu dove stai andando?"
"Al rifugio. Vi aspetto l".
"Fai attenzione".
"A cosa?"
"Non lo so. Ma non mi piace l'atmosfera che si  creata".
Lele l'aveva sempre protetta. Fin da piccoli, all'asilo, quando qualche bambino le alzava la
gonna. Lele era l per lei. Ci sarebbe sempre stato. Sabrina, d'istinto, lo abbracci. Lele rise.
"Ci vediamo dopo".
Arrivata al rifugio, Sabrina salut il gestore, scese in camera e scelse una felpa pesante. Mentre
prendeva i vestiti dallo zaino, scivol fuori la lettera di Michele. Era un invito personalizzato, senza
dubbio.
Cara Sabrina,
 tempo di incontrarci ancora. L'estate, finalmente,  arrivata e mi ha colto con il sole negli
occhi. Non posso vederlo, ma lo sento. Come ti sentir, senza vederti, quando e se deciderai di
accettare questo invito...
Manuela entr nella stanza. Aveva l'aria sconvolta. Sabrina si affrett a nascondere la lettera.
"Scusa, pensavo non ci fosse nessuno".
"Figurati. Qui non c' molta privacy, eh?  successo qualcosa?"
"Perch me lo chiedi?"
"Sembri distrutta".
"Senti, Sabrina. Non sei proprio la persona con cui vorrei parlare in questo momento".
"Per via di Michele? Ma adesso stai con Mauro...".
Manuela croll. Riusciva a essere bellissima anche accasciata sul letto, scossa dai singhiozzi,
con i capelli arruffati che mescolandosi alle lacrime le si attaccavano alle guance.
"Io non ce la faccio pi. Perch devo sempre lottare per tenermi un ragazzo? Perch per me
deve essere tutto cos difficile?"
"Non dire stupidaggini...".
"Proprio tu parli? Ma non lo vedi? Andrea ti adora... Farebbe di tutto per te. E Michele... Dal
primo momento che ti ha vista ho capito di averlo perso. Lui ha negato, fino all'ultimo. Fino a quando 
stato sicuro di mettersi con te. E ora Mauro...".
"Mauro vuole te, Manuela. Vuole te".
Manuela non riusciva a calmarsi. Sabrina lasci che si sfogasse tra le sue braccia e inizi ad
accarezzarle i capelli nerissimi. Solo allora si accorse di una macchia bianca, una specie di voglia
appena sotto la nuca. Le venne la tentazione di leccarla. La pelle in quel punto era ancora pi liscia.
Manuela continuava a piangere, Sabrina non le vedeva il viso, nascosto contro il suo petto. Port
entrambe le mani sul collo della ragazza e inizi a massaggiarlo. D'improvviso si rese conto di premere
sempre pi forte. Le sue dita erano come radici di un albero che tentano di immergersi nella terra.
Stavano cercando di affondare nel collo di Manuela. Di strozzarla. Sabrina moll la presa, spaventata, e
le parve di sentire l'eco di una risata lontana. La voce che veniva dalle montagne.
"Questa sera polenta e brasato!", annunci il gestore del locale. Non erano soli. C'erano un
altro gruppo di turisti, forse tedeschi, e una famiglia con due pastori tedeschi accucciati ai piedi dei
bambini.
"Tanto per rimanere leggeri", brontol Sonia.
Sabrina si sedette, mise a posto il tovagliolo, lasci scorrere lo sguardo su tutti i presenti, si
rialz. La voce non aveva ancora smesso di ridacchiarle nelle orecchie. Se avesse continuato, una volta
a casa, avrebbe consultato un medico.
"Che ti prende?", le chiese Lele.
"Andrea", disse, "manca Andrea".
"Sar andato a farsi la doccia", disse Costanza.
"Di sotto non c'era pi nessuno", s'intromise Manuela.
"Chi di voi l'ha visto l'ultima volta?", domand Mauro.
"Stava con Michele", rispose Sabrina, "l'ho lasciato con Michele".
"Potrebbe essere un problema", scherz Lele.
"Arriver, si sar fermato da qualche parte", ribatt Mauro.
"Dove?", ringhi Sabrina. "Dove vuoi che si sia fermato a quest'ora?"
"Vado a cercarlo", disse Sonia, mollando sul tavolo la fetta di pane che stava sbocconcellando.
"Veniamo anche noi", tagli corto Costanza, e tutti si precipitarono fuori dal rifugio.
Il cuore di Sabrina batteva all'impazzata, quando si tuff nell'oscurit insieme ai suoi
compagni."Andrea!", urlavano tutti, e rispondeva il vento, che si era alzato all'improvviso e soffiava
loro in faccia la sua rabbia.
Andrea. Non poteva essere successo niente. Ma pi cercava di convincersene, pi sapeva che
era una bugia. Andrea. Rispondevano le stelle, accecate da una luna a met. Ridevano, loro, ridevano i
ciuffi d'erba che Sabrina calpestava mentre correvano alla cieca, ridevano i rami degli alberi, ridevano
le case, con le ante serrate, rideva quella voce lontana, l'eco del bosco.
Andrea. Michele li raggiunse. Lui non brancolava nel buio come loro. Il buio era il suo
compagno ideale.
Accesero le torce.
Andrea. Il gestore del locale li raggiunse. Si offr di dare una mano. Prov a chiamare i soccorsi
con il cellulare, ma non c'era campo. Il cuore di Sabrina si dibatteva nella prigione delle costole e lei
non poteva controllarlo.
"Succede spesso?", chiese Lele. Sembrava perso.
"Che cosa?", ribatt il gestore.
"Che non ci sia campo, succede di frequente?"
"Succede, a volte. Quando piove, soprattutto".
Continuarono a chiamarlo fino a che si resero conto che Andrea non avrebbe risposto.
Si separarono. Sabrina teneva stretta la mano di Lele, affondandogli le unghie nella carne. Non
avrebbe cercato il contatto di nessun altro. Non si sarebbe fidata di un'altra persona, in un momento
simile.
Si diressero verso la chiesa. Lele punt la torcia in direzione dello strapiombo, protetto dalla
recinzione di pietra. Sabrina si sporse per guardare. Andrea era l, con la faccia nella terra, le braccia
allargate con i palmi rivolti al cielo. Sabrina ascolt l'urlo che proveniva dal proprio corpo e si rese
conto che stava urlando gi da molto prima, insieme alle stelle, insieme ai suoi capelli, alle dita, alle
gambe. Si accasci a terra e sent l'odore dell'erba bagnata.
"Andrea!", gridarono il fegato e la milza, mentre il cuore si spaccava in due.
"Resta qui", disse Lele, "magari  ancora vivo".
Lei gli fece luce con la torcia mentre Lele compiva il giro del muretto e si calava lentamente in
direzione di Andrea. Stava per chiamare gli altri, quando una mano gelida le tocc il collo. Sabrina
punt la torcia dritta davanti a lei.
Era il vecchio con gli occhi azzurri che aveva incontrato quella mattina. Vestito esattamente
allo stesso modo. Sogghignava. Il suo sorriso era un taglio nel buio della notte.
"Vattene via!", grid Sabrina, sventolandogli la torcia in faccia. "Vattene via!".
La luce della torcia giocava a nascondino con le ombre sulle guance del vecchio.
Riusc a farlo indietreggiare di qualche passo. Per un attimo Sabrina ebbe l'impressione che
stesse fluttuando in aria.
"La santit salver il mondo", sussurr l'anziana figura, con una voce rauca, pi bassa di quella
che Sabrina ricordava. Era simile alla voce che lei continuava a sentire nella sua testa. Di umano, in lui,
c'erano solo gli occhi azzurri. Era uno spirito, il ricordo di una persona sparita da tempo, che odorava
ancora di esistenza, ma non c'era pi. Sabrina fu avvolta da una spirale di freddo, che part dalla nuca e
le abbracci la schiena e per un istante le parve che i suoi piedi non toccassero pi terra, che lei non
fosse l.
"L'invidia e la falsit lo danneranno".
"Vattene via!", ripet Sabrina, in preda a un attacco isterico. Il vecchio rise. La torcia le scivol
dalle mani. L'eco della risata risuon nelle sue orecchie mentre annaspava con le mani nella terra alla
ricerca della luce.
Due braccia l'afferrarono da dietro le spalle. Sabrina grid ancora.
Era Michele. Lo strinse forte, come ci si aggrappa alla vita quando si  stati sul punto di
lasciarla. Lele torn pochi minuti dopo, e furono raggiunti anche da tutti gli altri, compresi lo zio di
Michele e Pier. Sabrina aveva accettato la giacca di Michele, ma stava ancora tremando. Nessuno volle
ascoltare quello che lei aveva visto. Andrea era pi importante, in quel momento.
" morto", disse Lele, "non c' pi niente da fare".
"Non possiamo nemmeno avvisare qualcuno", brontol lo zio di Michele, l'unico che dopo
l'annuncio aveva ancora la forza di parlare, "questi dannati telefoni non prendono pi".
Sabrina non riusciva a piangere. Guardava Manuela e Sonia sciolte in lacrime di terrore e
disperazione e provava a singhiozzare, risultando patetica. Qualcosa aveva smesso di funzionare
correttamente in lei. Un ronzio nella testa non le permetteva di essere lucida. Morto. Andrea era morto.
E con ogni probabilit non si era suicidato. Ripens al cadavere con i palmi rivolti in alto, illuminato
dalla pallida luce dalla torcia, e non pot fare a meno di provare vergogna per i suoi sentimenti cos
contrastanti. Da una parte era ci che si era augurata: che Andrea sparisse. Ma non cos. Si sentiva
come se l'avesse ucciso lei. L'aveva ucciso con il pensiero. Dall'altra le sembrava di sentire ancora la
stretta calda di Andrea, il corpo che si allineava perfettamente al suo, le sere in cui dormivano insieme,
il suo respiro contro il collo, le mani grandi sulla sua faccia.
Lele la scosse e le disse di affrettare il passo.
Si tenevano tutti per mano, diretti alla cooperativa di Pier, mentre lo zio di Michele correva a
chiamare il gestore del rifugio, per coprire il corpo e scendere al primo paese per avvisare ambulanza,
polizia, carabinieri, tutti. Nella fioca luce delle torce, le case prendevano vita e sogghignavano. I
portoni in legno erano fauci spalancate e piene di risa indistinte, le finestre occhi vigili e sbarrati, gli
occhi di un cieco senza volto.
Si tenevano tutti per mano e camminavano, e Sabrina pensava solo a una cosa: una delle mani
che qualcuno di loro stava stringendo era la mano di un assassino.
Il secondo pensiero, quello che non voleva ammettere neppure a se stessa, era di un'altra natura:
lei stava impazzendo. Oppure, e forse questo la sconvolgeva ancora di pi, quella notte aveva visto un
fantasma.
All'interno della locanda di Pier dominava la penombra. Michele stringeva a s Sabrina. Lele,
in un angolo, li guardava. Manuela non smetteva di singhiozzare. Sonia aveva lo sguardo perso altrove.
Mauro fumava. Costanza sorrideva, come intontita.
"Bevete un po' di t caldo", disse Pier, poggiando sul tavolo un vassoio con tazze e caraffa. "Vi
far bene. Non avete nemmeno mangiato...".
L'assassino era tra loro e stava afferrando una tazza. L'assassino stava bevendo da quella tazza.
L'assassino forse era la stessa persona che aveva accecato Michele. O forse l'assassino era Michele
stesso, che le cingeva la vita e non parlava. Forse era stato Andrea ad accecare Michele e lui l'aveva
capito e si era vendicato. Sabrina bevve il suo t, ma non riusc a fermare il vortice dei pensieri.
"Bene", fece a un certo punto Mauro, "vogliamo farla finita con questa pagliacciata?"
"Cosa intendi?", replic Pier.
"Credo solo che qualcuno qui debba fornire delle spiegazioni. Michele?"
"Che cosa vuoi da me?", ribatt Michele. "Per quanto ne so io potresti essere stato tu a spingere
Andrea".
"Chi ci dice che  stato spinto?", replic Costanza. "Non potrebbe essersi buttato da solo?".
Si sollev un coro di voci rabbiose, che si accusavano a vicenda. Sabrina aveva smesso di
tremare, ma non di avere paura. Qualcosa o qualcuno urlava vendetta, e le aveva ricordato che fare
finta di nulla non serve. Non serve quando una persona  stata accecata e si  rinunciato a trovare il
colpevole. Se nessuno era colpevole, allora lo erano tutti, senza distinzioni. E se tutti erano colpevoli,
erano tutti in pericolo.
Sabrina inizi a sentire le voci distanti da lei, come se fosse rinchiusa in una gigantesca bolla di
sapone. Le orecchie le fischiavano e la testa si era fatta pesante, tanto che dovette prendersela tra le
mani per sorreggerla. Riusc a guardare davanti a s e vide che Sonia aveva il viso sul tavolo e le
braccia abbandonate lungo i fianchi.
"Ma che cosa...", fece a tempo a sentire, dopodich intorno a lei si strinse il buio.
Era un sogno. O forse no. Camminava fluttuando. Non era una strada conosciuta. Percorreva un
sentiero fatto di ciottoli, ci passava sopra senza toccarlo. Era sospesa in aria, era lei stessa aria, leggera,
poteva essere trapassata da chiunque. Vulnerabile. Stava spiando qualcuno, senza volerlo. C'erano due
uomini, su quel sentiero. Parlavano di una terza persona. Uno aveva gli occhi azzurri e le sembr di
riconoscerlo. Fece per parlargli, ma si rese conto che lui non poteva vederla.
"Voglio solo sapere se c' stato qualcosa tra voi", diceva l'uomo con gli occhi scuri, che
sembrava pi giovane, all'uomo con gli occhi azzurri.
"E anche se fosse?", rispondeva l'altro. "Cosa cambierebbe? Io la amo. L'ho amata da sempre.
Ma lei amava te. Ha sempre preferito te".
"Solo per questo hai indossato la tonaca, vero? Tu non ci credi, non ci hai mai creduto".
"Non ti permetto di parlarmi cos".
L'uomo con gli occhi azzurri si scagli contro l'uomo dagli occhi castani. I due rotolarono gi
per il pendio, a fianco del sentiero.
"Vuoi saperlo, stronzo? Siamo stati insieme. Pi di una volta. Ogni volta che la lasciavi sola".
L'uomo con gli occhi castani era pi forte. Sbatt la testa dell'uomo con gli occhi azzurri su un
sasso. L'uomo con gli occhi azzurri si immobilizz. Dal suo corpo usc una folata di vento. Sabrina
sent di nuovo freddo.
L'uomo con gli occhi castani lo guard, recuper il cappello che gli era caduto dalla testa, si
pul via la terra dai vestiti e torn a camminare sul sentiero. Sabrina url, ma l'uomo non la sent. Si
volt solo una volta, perplesso, come se qualcuno avesse chiamato il suo nome, come se avesse sentito
una voce provenire da bosco, poi aggrott la fronte e riprese a camminare.
I suoi occhi ci misero un po' per abituarsi all'oscurit. Sent un dolore lancinante ai polsi e
scopr di avere le mani e i piedi legati ai braccioli di una sedia. Non sapeva quale dei due fosse il vero
incubo, ma per un attimo sper di essere ancora in un sogno.
Scorse i suoi compagni seduti su altre sedie, alcuni dormivano, altri erano mezzi intontiti come
lei.
"Sabrina", chiam Lele alla sua destra, "sei sveglia? Stai bene?"
"Cos' successo?", chiese lei, mentre l'inquietudine si trasformava in terrore.
"Qualcuno ci ha trascinati qui...".
"Hai idea di chi possa essere stato?"
"Chi se non lo zio di Michele? Hai visto come ci guardava?"
"Mio zio non avrebbe mai fatto una cosa simile", ribatt Michele, dall'altra parte della stanza.
Sonia si svegli di colpo e inizi ad ansimare. I suoi respiri erano a tempo con il cuore di
Sabrina.
"Michele, tu sai dove ci troviamo?".
Lele rise.
"Sabri, non essere ridicola. Perch dovrebbe saperlo proprio lui?".
Michele non le rispose, ma si mise a singhiozzare. E questo la inquiet ancora di pi.
" stato quel vecchio", si mise a urlare Sabrina, "quel vecchio che ho visto vicino alla chiesa.
Non era umano. Dobbiamo scappare. Chiamare aiuto. Aiuto! Aiuto!".
"Sta' zitta!", url Lele. "Non serve a niente perdere la calma".
Pi Sabrina tirava i lacci che la legavano, pi le sembrava che stringessero.
La porta si apr proprio nel momento in cui Mauro tirava su la testa e chiedeva: "Dove sono?".
Sabrina spalanc gli occhi per scrutare l'alta figura incappucciata che era comparsa di fronte a
loro.
"Benvenuti all'inferno", sibil l'ombra.
Sonia si mise a urlare. Era un grido rauco, basso, sembrava venire dai sotterranei del suo
stomaco. Sabrina non sapeva se fosse pi spaventata per il tizio incappucciato o per la trasformazione
dell'amica. Le montagne l'avevano indurita in poco tempo e il terrore la rendeva bestia. Non si conosce
davvero una persona, fino a che non la si vede di fronte alla paura.
"Il motivo per cui siete qui", disse l'uomo con il cappuccio in un bisbiglio, " cercare di capire
cosa  successo la sera in cui Michele ha perso la vista".
"Noi non lo sappiamo!", protest Manuela. " stato un incidente".
"Certo, proprio come quello di Andrea  stato un suicidio, vero?", replic Michele. Per la prima
volta, Sabrina colse un tono aspro nella sua voce. L'uomo si mise al centro della stanza e accese una
torcia elettrica. Prima che venisse puntata in faccia a Costanza, la luce illumin una fotografia appesa
alla parete. Sabrina rimase per un attimo paralizzata. Ne era certa: era il vecchio che aveva incontrato
alla chiesa. Non poteva sbagliarsi. Gli stessi occhi. La stessa espressione. C'era lui dentro quel manto
nero? Se era cos, per loro non c'era speranza. Quel vecchio non esisteva. Non era di quel mondo,
perlomeno. Gli spiriti abitano una dimensione parallela al nulla, intessuta di ricordi e vendette. Sabrina
ricord la frase della sua saggia nonna: quando uno spirito si ferma sulla terra e non prosegue il suo
cammino,  perch deve aspettare il momento giusto per manifestarsi. Uno spirito  energia pura, l'eco
di chi ha abitato un corpo che ha subito un torto, una violenza a cui non era destinato. Gli spiriti sono
come ciechi al loro primo giorno di buio.
"Costanza", mormor il loro aguzzino.
"Come conosci il mio nome?"
"Io vi conosco tutti".
"Non  possibile, io non ti conosco".
"Ne sei sicura?"
"Che cosa vuoi da me?"
"La verit su quella sera. Hai tirato tu la bottiglia?"
"Ho tirato qualche bottiglia, questo s. Ma tutti l'abbiamo fatto".
"Tutti tranne me", aggiunse Sabrina.
"S, ma se non ci fossi stata tu...", ringhi Costanza.
"Cosa? Cosa sarebbe cambiato?"
"Tu e i tuoi vestitini scollati", aggiunse Sonia, che si stava riprendendo.
"Sonia, ma cosa stai dicendo?"
"Non avevano occhi che per te", continu Manuela. "Tu... avresti potuto avere chiunque,
quella sera. E anche adesso".
"Cos sarebbe colpa mia?"
"Tua e del tuo essere cos ignara della tua bellezza", disse ancora Costanza.
"Tu credi che non sia offensivo, per le altre, starti vicino", ammise Sonia, "ma chiunque, vicino
a te, scompare".
Non stavano parlando sul serio. Non stava accadendo davvero. Era tutta colpa di Costanza.
Sonia era sua amica da sempre. Non le avrebbe mai parlato cos.
"Qualcuno deve pagare per quella notte. Qualcuno deve pagare per l'omicidio di Andrea. E se
dite di essere tutti colpevoli, nessuno lo ".
" colpa di Sabrina", url forte Sonia. " solo colpa sua".
Il terrore di Sabrina cresceva a ogni frase dei suoi amici. Sentiva odore di foglie umide, come se
la stanza si stesse riempiendo d'autunno. Pi loro gridavano e pi l'aroma di marcio s'intensificava,
tanto da ferirle le narici. Le sembr che all'odore di foglie si fosse aggiunta una ventata di sangue.
Stava impazzendo, ne era sempre pi convinta. Forse aveva pi paura delle urla di quei finti amici che
della figura in ombra. Le orecchie iniziarono a fischiarle e si rese conto di veleggiare a met tra sonno e
veglia, come se fosse stata di nuovo sedata.
La colpa  solo tua, Sabrina. Tu li hai presi in giro tutti. Tu calpesti tutto ci che ti intralcia. Tu
hai mollato Michele per uno sguardo di Andrea.  a causa tua che Michele non vede pi. Le loro voci
si intrecciavano e alcune forse partivano direttamente dalla sua testa: sei tu che sei sbagliata, Sabrina.
Sei tu che non vedi. L'invidia e la falsit danneranno il tuo mondo. Avrei dovuto uccidere Manuela.
Questo pensiero la colse impreparata.
"Quindi siete tutti d'accordo", disse l'uomo in nero, avvicinandosi a lei. Le punt un coltello
alla gola. Sabrina avvert la lama sfiorarle le vene. Si sorprese a sperare di non sentire dolore. Sarebbe
stato un attimo. Un attimo solo. Inizi a vedere il viso di Andrea e le parve anche di sentire il suo
respiro sul collo. Ancora una volta.
"No", urlarono insieme Lele e Michele. Il coltello cadde a terra. " colpa mia", disse Lele.
"Sono stato io. Lasciala stare".
"Perch dovrei crederti?", rispose l'uomo. " la tua gemella. La stai solo proteggendo".
"La proteggo perch non merita di morire per un errore mio. Sono stato io a far del male a
Michele. Se ha perso la vista, deve ringraziare me".
"Racconta cos' successo, allora".
Lele parl lentamente, soppesando ogni parola come se fosse l'ultima. Le frasi scandivano i
passi dell'uomo in ombra, che si spostava da Sabrina a lui.
"Quella sera Sabrina era bellissima. Pi del solito, intendo. Andrea continuava a stuzzicarla e
Michele era teso. Io... io non lo so cosa mi  preso. Volevo solo proteggerla. Colpire Michele o Andrea
per me era indifferente. Li avrei fatti a pezzi entrambi. Per me erano cretini allo stesso modo. Tutti e
due. Dovevano lasciarla in pace. Tutti e due".
"Lele!", bisbigli Sabrina, allibita. Avrebbe voluto vedere i suoi occhi, ma erano in ombra. Nei
suoi occhi Sabrina si era sempre specchiata. Era il suo gemello. Era parte di lei.
"Sapevi come far saltare la luce?", chiese Costanza.
"Non sono stato io. Ho solo preso la palla al balzo".
Sabrina sent qualcuno piangere. Si volt verso Sonia, ma la sua amica era immobile. Respirava
a stento, adesso, ma almeno aveva smesso di lamentarsi. Il suo viso, nella penombra, sembrava
cambiato: gli occhi erano pi lucidi, brillavano come quelli di Michele. Una forza oscura stava
passando in mezzo a loro, Sabrina ne era sempre pi convinta. Aspettava il momento in cui avrebbe
sentito anche lei il morso che l'avrebbe trasformata in animale.
"Sono stata io", ammise Manuela tra i singhiozzi, che si interruppero quando riacquist la voce.
Un ruggito incalzante. Manuela sfoder gli artigli: "Ne avevo abbastanza di vedere Mauro e Costanza
fare gli scemi insieme. Mi dispiace, Michele".
Il confine tra finta amicizia e odio  pi sottile di una corda di spago.
"Bene, vedo che state ragionando", approv l'uomo, che sembrava il pi umano di tutti. "Lele,
perch hai ucciso Andrea?"
"Non sono stato io", disse Lele, e Sabrina rabbrivid. Era lo stesso tono, poco convincente, che
usava per giustificarsi quando era piccolo. Riconosceva le bugie di Lele anche al buio. Nessuno gli
credette. Nel silenzio che segu, i sospiri di Lele si tramutarono in confessione. Raccontava a se stesso
quello che ancora non era convinto di aver fatto.
"Siamo arrivati alla chiesa, io e Andrea. Michele se n'era appena andato. Andrea non si era mai
trovato solo con me, dopo l'incidente. Abbiamo iniziato a litigare. Lui mi ha detto che sapeva chi era
stato ad accecare Michele, che l'aveva capito appena la luce si era riaccesa. Avrebbe voluto dirlo a
Sabrina, ma non ci riusciva perch temeva di farla soffrire. Si  girato a guardare il panorama. Non ho
resistito. Lui era ci che mi impediva di stare tranquillo. Per me conti solo tu, Sabrina. Io ti amo".
Cadde il silenzio.
Sabrina pens che quelle tre parole in fondo alla raffica di frasi dette dal fratello erano ci che
la sconvolgeva di pi.
"Come hai fatto con la linea telefonica?", s'intromise Costanza, e un lampo di luce inond i
suoi capelli biondi. Sabrina strizz gli occhi, convinta che il veleno ingerito le stesse provocando delle
allucinazioni.
"Io non c'entro con quello". Questa volta tutti gli credettero.
"Lasciaci andare stronzo", disse Mauro e si dimen talmente tanto sulla sedia da cadere per
terra.
"Mauro, calmati", grid Michele.
"Prima di lasciarvi andare, bisogna vendicare Michele", continu l'incappucciato.
"Non ce n' bisogno!", fece Michele.
"Bene, allora vendicher Andrea".
L'uomo si avvicin lentamente a Lele, che non profer parola. Sabrina, Costanza e Sonia si
misero a urlare. Stavano ululando, ormai Sabrina ne era certa. Il suono che usciva dalle loro bocche era
antico come la caccia. L'odore della paura impregnava la stanza, insieme al sapore di sangue e foglie.
L'estate era finita.
Il coltello si abbass sul collo di Lele. Tutti chiusero gli occhi. Si sent uno sparo.
Quando Sabrina torn a guardare, l'uomo giaceva per terra privo di sensi, mentre Mauro gli
toglieva il cappuccio.
"Ero sicuro fosse tuo zio", disse a Michele, "ma mi sbagliavo".
Era Pier. Aveva il viso rivolto verso il pavimento e mugolava, tenendosi la gamba che Mauro
gli aveva colpito.
"Come hai fatto a slegarti?", domand Costanza, ammirata.
"Sono nato e cresciuto a Buenos Aires", rispose sorridendo Mauro.
"E la pistola? Dove l'hai presa?", chiese Sabrina.
"Vale la risposta di prima. Basta domande. Siamo liberi, no?".
"Tu lo sapevi?", chiese Sonia a Michele.
"S. Ho riconosciuto la voce".
"Perch non hai detto niente?".
Michele non rispose, ma il suo silenzio parl per lui. L'altra faccia del bene  sempre un lato
oscuro, una sorta di speranza dal lieve profumo di vendetta.
Lele stava in un angolo, con le mani dietro la schiena nonostante gliele avessero slegate.
Sabrina si tenne lontano da lui, senza smettere di osservarlo. Il cellulare di Mauro squill.
"Ma allora prende?", esclam lui.
Sabrina guard i suoi amici, mentre si liberavano a vicenda e telefonavano per avvertire polizia,
genitori, gestori del rifugio.
Non c'era nessuno in quella stanza che riconoscesse davvero. Lele era il suo fratello gemello, la
persona con cui era cresciuta. Era un assassino. Michele nascondeva una doppia anima, assetata di
vendetta. Sonia aveva tirato fuori un lato debole e oscuro. Mauro teneva sempre una pistola in tasca.
Manuela non sapeva controllare la rabbia. Costanza era pi ragionevole del previsto. Ognuno di loro
aveva un motivo per odiarla. E lei...c'era mancato poco.
Arrivarono tutti insieme: la polizia, i carabinieri, i medici, lo zio di Michele. Tutti chiesero.
Prima di uscire dalla stanza, Sabrina si sofferm a guardare la foto del vecchio che aveva notato
in precedenza.
"Che cosa guardi?", domand Michele, alle sue spalle.
" la foto di un signore molto anziano. Occhi azzurri, come i tuoi. L'ho incontrato tre volte in
queste ore. Mi ha ripetuto la frase che c'era scritta sul cartello, vicino alla chiesa".
"La frase del santo... Non  possibile...", mormor Michele.
"Che cosa?"
"Niente, forse sto uscendo fuori di testa".
"Forse no. Ci che ho visto non sembrava umano".
"Il fratello di mio nonno... Potrebbe essere lui. Era un prete.  morto dieci anni fa. Era molto
amico di Pier...".
"Come  morto?", domand Sabrina.
" scivolato. Su queste montagne. Un giorno d'estate. Da allora si raccontano cose strane".
"Di che tipo?"
"Le solite storie dei monti, Sabrina. Lascia perdere".
"Devo sapere. Ti prego".
"Dicono che appaia alle persone... Che sussurri nella notte, ripetendo le frasi del santo... Che
entri nei sogni degli altri per raccontare come sono andate davvero le cose... Sono convinti che sia
stato spinto... La gente di qui dice un sacco di cavolate".
"Tu l'hai mai sentito?".
Michele sospir. Rimase in silenzio e a Sabrina sembr che stesse guardando un'immagine
visibile solo a lui, qualcosa di indefinito sepolto nella sua testa. L'ombra di uno spirito.
"Lo sento in continuazione".
Un brivido di terrore percorse la schiena di Sabrina. Michele l'avvert e le prese una mano.
"Ma sono sicuro che sia solo suggestione. In ogni caso, stai tranquilla. Lui non pu
abbandonare queste montagne". Fece una pausa, poi aggiunse: "Mi spiace per tuo fratello", e lei sent
che era sincero.
Si abbandon a un abbraccio che sapeva di casa, consapevole che quello sarebbe stato l'ultimo
momento della sua adolescenza. Un weekend d'estate aveva cambiato le loro vite. Mentre scendevano
lungo il sentiero, infreddoliti, senza parlare, scortati dalla polizia, Sabrina non la smetteva di fissare
Lele.
Che ne sarebbe stato di lui?
Le vennero in mente i pomeriggi in salotto a giocare con i soldatini, le spremute d'arancia che si
facevano da soli, gli scherzi a mamma e pap quando si infilavano dentro l'armadio per poi comparire
all'improvviso. La prima volta che si erano sfiorati. Il bagno nel mare a mezzanotte insieme. Schegge
di fraintendimenti che si sarebbe portata dentro per sempre.
Sabrina si volt a guardare il sentiero che aveva appena percorso. Sembrava pi ripido che mai,
eppure ogni gradino a scendere era un passo che la allontanava da Michele.
Non era voluto tornare. Lui non aveva colpe. Se ce n'era una, di colpa, era nascosta a fondo nel
suo dolore.
L'aveva amato dal primo istante. L'avrebbe amato fino alla fine. Forse non l'avrebbe pi
rivisto.
Le sembr di avvertire una folata di vento gelido e percep una mano che le accarezzava la
guancia. Si ferm di nuovo, questa volta non aveva paura. Qualcuno la stava guardando. Non erano gli
alberi, n le loro radici risucchiate nella terra, e non erano gli uccelli stretti ai loro rami, sicuri nel loro
nido, non erano gli occhi a finestra delle baite che si erano lasciati alle spalle. Era qualcuno che le
aveva voluto bene e che forse era rimasto l, insieme a un uomo dagli occhi azzurri, a gridare il dolore e
la rabbia di non essere riuscito a rimanere aggrappato alla terra ancora per un po'. La disperazione per
essere stati vittima dell'invidia.
Sabrina chiuse gli occhi. Non le avrebbe fatto alcun male. Non a lei, perlomeno.
"Ciao Andrea", sussurr e per la prima volta, da quando aveva messo piede su quella
montagna, il bosco le strapp un sorriso.

6. IL KILLER DI PIAZZALE DATEO.
di Paolo Roversi.
1.
Nervetti. Prima di trasferirsi a Milano, ormai dieci anni prima, Enrico Radeschi non aveva
nemmeno idea che si potessero mangiare. Ora, nonostante trentacinque gradi esterni bench fossero le
nove di sera, era gi al terzo piatto. Andava apposta all'osteria della Madonnina, sui Navigli, dove gi
dal nome si capiva quali fossero le specialit della casa. E quello era solo un antipasto: avrebbe
continuato, infatti, con la cotoletta di vitello con l'osso, la milanese appunto, e si sarebbe portato a casa
l'osso, il suo, e un'altra mezza dozzina che il padrone del locale gli teneva da parte per Buk, il suo
labrador dagli occhi quasi umani, che lo attendeva nella casa di ringhiera di via Venini. Un bilocale
tutto parquet, senza spigoli n lampadari, il cui unico ornamento era un ficus beniamino alto quasi due
metri e sempre mezzo morto di sete.
Il problema fu che quella sera Radeschi non pot spingersi oltre l'antipasto. Mentre aveva
ancora la bocca piena di nervetti sent squillare il cellulare, un vecchio Motorola che teneva la carica a
giorni e momenti alterni. Quella sera, giusto per rovinagli la cena, funzionava che era un piacere.
Inconfondibile la voce dall'altro capo del filo: quella del suo caporedattore, Beppe Calzolari, un
milanesone che l'italiano non lo parlava nemmeno per sbaglio. Si esprimeva solo in meneghino e lo
faceva a modo suo. Con ruvidezza e autorit.
"Sarai minga a taula, vero?"
"Ma tu non sei in ferie sul Gargano?"
"U pirletti, certo che sono in ferie. Tu per no, l' vera?".
Radeschi non fece nemmeno in tempo ad articolare una scusa plausibile che gi l'altro aveva
ripreso a parlare.
"Cipa su la vespeta e vai in piazzale Dateo".
"Cos' successo?"
"Un brdel. Non ti sto gnanca a spiegare. Mi ha chiamato il direttore in persona, da Porto
Rotondo, pensa te. Mi ha chiesto chi si poteva occupare di quello che diventer, parole sue, "il giallo
dell'estate". T cap che ucasin?"
"L'occasione sar per un altro visto che io domani parto per...".
"Fermo l pirletti. Domani, e per una settimana intrega, tu segui questo fatto. L' gros. Uno dei
pi importanti che...".
"Quanto grosso?"
"Tre morti ammazzati".
"Non c' nessun altro vero?"
"Nisn. Solo te. Tutti in ferie. Chi casso vuoi che stia a Milano il 14 d'agosto se non i pirletti
come te?"
"Guarda che io...".
"Guarda che ti paghiamo il doppio del solito".
"Tutto qui?"
"No, domani vai anche in prima pagina sul nazionale. Alra?".
Radeschi sospir, si alz in piedi e si avvi verso la cassa. Per ogni cronista la prima pagina del
"Corriere" rappresentava l'orgasmo, l'estasi, la libidine, le quaranta vergini se fosse stato musulmano,
il giardino dell'Eden...
Senza contare che fare il giornalista a cottimo - o meglio "free lance" come si fanno chiamare
quelli che pensano di darsi delle arie senza apparire dei miserabili - non ti d molte possibilit di scelta:
se lui e il suo labrador volevano mangiare dovevano accettare i diktat di Calzolari. I soldi gli servivano
come l'aria. Fine della storia.
"Dammi l'indirizzo esatto", sospir cavando di tasca un taccuino.
L'oste lo scrut da dietro il bancone.
"Che succede?".
Il giornalista si strinse nelle spalle.
"Succede che io non mangio, ma Buk forse s".
L'uomo sorrise e gli porse il sacchetto con gli ossi.
"Quanto ti devo?"
"Niente per stasera. Mi pagherai quando mangerai ok?".
Radeschi ringrazi e usc portando con s la doggy bag. Fuori si crepava dal caldo. L'asfalto
rilasciava tutto il calore che aveva incamerato durante il giorno e il clima era insopportabile gi cos,
figurarsi con l'umidit che lo rendeva ancora pi terribile. Non si respirava e chi poteva - ovvero otto
milanesi su dieci stando alle statistiche ricavate chiss come da quel finto telegiornale che va in onda
alle 18:25 - erano fuggiti dalla metropoli alla ricerca di refrigerio. Li aspettava un ponte di quattro
giorni che nessuno aveva intenzione di lasciarsi sfuggire. Nessuno, ovviamente, tranne i diseredati, i
disoccupati, i vecchi all'ospizio, gli assassini, i pazzi con la pistola e Radeschi, che aveva s intenzione
di partire per la sua adorata Bassa il mattino successivo ma che, visto come si erano messe le cose,
sarebbe rimasto a crepare di caldo sotto la Madonnina.
Cos, sudato e imbruttito oltre ogni dire per non essere nemmeno riuscito a cenare, sal in sella
al Giallone, la sua Vespa del 1974 pitturata a bomboletta di giallo canarino, che inaspettatamente si
accese al primo colpo. Il caldo esaltava il suo vecchio cuore meccanico che, spinto a tavoletta, almeno
gli permetteva di respirare.
Per strada non c'era nessuno, e corso San Gottardo, solitamente intasato dal traffico di auto e
tram, era pressoch deserto. La Vespa gialla sfrecci davanti alle vetrine illuminate della libreria del
Corso, dove Radeschi si specchi sconsolato. Ci era passato prima di cena per procurarsi un paio di
libri da leggere durante il suo buen ritiro nella Bassa. Gialli e noir, tanto per stare in tema con il suo
mestiere. Mentre tirava la Vespa a chiodo, tuttavia, si fece largo in lui il presentimento che, nei giorni
seguenti, di riposo ne avrebbe visto ben poco e, di conseguenza, il tempo per leggere sarebbe stato un
miraggio.

2.
"Piazzale Dateo sta sulla strada per Linate", almeno questa era la percezione di Radeschi, che
c'era sempre e solo passato per andare all'aeroporto. Un crocevia circondato da grandi viali su cui
passeggiavano, sventolando ventagli multicolori nella vana ricerca di un po' di refrigerio, un paio di
prostitute dell'Est vestite meno del meno possibile. Si sarebbero cavate anche la pelle se fosse servito
ad assicurar loro un po' di fresco. Il resto del paesaggio appariva altrettanto desolante: un fazzoletto di
terra per far pisciare i cani e correre i maniaci del fitness, uno scivolo mezzo arrugginito, un'edicola
chiusa, qualche pianta ad alto fusto per simulare una parvenza di area verde.
Il piazzale, dopo essere stato un cantiere per mesi e mesi, era da poco tornato a nuova vita.
Modernizzato e ripulito. In quella notte preferragostana, per, Radeschi lo vedeva solo come uno
sconfinato piano d'asfalto tiepido.
Quando spense il motore una bolla d'aria calda lo invest; aveva la camicia appiccicata alla
schiena e i jeans che gli prudevano da morire sul cavallo. A tracolla un borsello demod in pelle che
conteneva il suo mondo di cronista: il cellulare, il taccuino per gli appunti e la macchina fotografica
digitale. Non aveva bisogno d'altro per il suo mestiere, se non di un po' d'incoscienza e di molta faccia
tosta.
Ad attenderlo il solito comitato. Il medico legale, il dottor Ambrosio, un omone sul quintale,
madido oltre ogni immaginazione; un paio di volanti della polizia; il nastro bianco e rosso per tenere
lontana la decina di curiosi gi radunatasi; e uno di quegli sbirri che non avrebbe mai voluto incontrare:
il sovrintendete Mascaranti. Lui e Radeschi si detestavano da tempo immemore e nessuno dei due
faceva nulla per dissimularlo. La colpa del giornalista era quella di essere amico del suo capo, il
vicequestore Loris Sebastiani, quindi raccomandato per definizione. Fino all'arrivo di quest'ultimo,
quindi, Radeschi avrebbe dovuto muoversi con i piedi di piombo perch il comando era in mano
all'energumeno in divisa che lo accolse con un grugnito e una battutaccia.
"Pure le zecche ora", sbuff Mascaranti vedendolo avvicinarsi.
Radeschi non raccolse la provocazione. Si limit a osservare il cielo. Un lampo aveva
rischiarato la notte e un tuono aveva fatto tremare i vetri dello stabile di fronte. Solo quando torn ad
abbassare lo sguardo sull'asfalto torrido inquadr la scena del massacro.
Tre corpi, tre lenzuoli impregnati di sangue. Meglio ripararli dalla vista, e dagli obbiettivi dei
cellulari dei curiosi, piuttosto che preoccuparsi di "non inquinare la scena del crimine". Quelle
sceneggiate andavano bene per le serie televisive. Nella realt nessuno si sognerebbe di lasciare in bella
vista tre morti ammazzati nel pieno centro di Milano!
Quando l'attenzione del cronista torn a concentrarsi sulla figura imponente e ottusa di
Mascaranti, Radeschi ne sapeva gi pi dello sbirro. I suoi pensieri correvano veloci. Lui immaginava
scenari, interpretava le tracce.
Tre morti ammazzati e dodici cerchi tracciati con il gesso sul selciato. Dodici bossoli.
Gli restavano da capire due cose soltanto: se il killer avesse o meno agito da solo, e l'identit
delle vittime.
Entrambe le risposte sarebbero arrivate dalle testimonianze che i colleghi di Mascaranti stavano
verbalizzando. A lui quelle informazioni sarebbero rimaste precluse almeno fino all'arrivo di
Sebastiani. Sempre che fosse arrivato...
In quel momento, proprio come se un genio della lampada avesse intercettato i pensieri del
giornalista, da viale Abruzzi spunt il muso nero dell'alfa GT del vicequestore. La distanza che lo
separava dalla scena del delitto non lo aveva fermato: un'ora e venti secca di lampeggiante e sirena -
quando necessario - lo aveva portato dal lungomare affollato di Santa Margherita a piazzale Dateo,
centro del nulla, di quella Milano deserta.
L'auto inchiod e Sebastiani scese con l'immancabile toscanello fra le labbra. Non lo
accendeva mai, gli serviva per pensare, diceva. Come sempre era elegantissimo. Completo di lino
marrone, cravatta chiara, mocassini fratelli Rossetti. Abbronzato, con i capelli dal taglio fresco,
perfettamente a suo agio nonostante il caldo.
Ebbe appena il tempo di muovere un passo verso Mascaranti che il cielo tuon ancora e si ruppe
in mille rivoli di pioggia. Era scoppiata la tempesta perfetta. Quella che i milanesi aspettavano da
giorni, forse da settimane. Quella che sarebbe servita a dare un po' di respiro alla citt. Quella che,
per, davanti agli occhi increduli dei poliziotti cancell d'impeto tutte le prove. Addio rilievi, sangue
sul selciato, tracce di pneumatici, mozziconi di sigarette. Tutto venne spazzato via dal fiume in piena
che si cre in un batter d'occhio.
Radeschi osserv la scena riparandosi alla meglio sotto un cornicione. Disilluso. La Scientifica
doveva ancora arrivare: solo nei film ci mettono un minuto, nella realt, specialmente se si tratta della
notte prima di ferragosto, forse stavano mettendosi in strada proprio in quel momento, quando ormai
non c'era pi nulla da rilevare se non i corpi di tre poveri cristi stecchiti sul selciato.

3.
La pioggia batteva dura sul parabrezza e i rumori della metropoli erano inghiottiti da quello
dell'acqua che cadeva.
In silenzio, in attesa delle parole giuste, Loris Sebastiani masticava il suo sigaro come fosse
tabacco, mentre Radeschi guardava fuori, dove alcuni poliziotti s'inzuppavano fino alle ossa per
stendere dei teli di plastica sopra i cadaveri perch non si bagnassero. Prima di rifugiarsi in macchina,
Sebastiani aveva confabulato a lungo con Mascaranti, che doveva averlo ragguagliato su tutto.
Radeschi era come un felino in agguato: attendeva il momento buono per saltare addosso alla sua preda
e carpirne le informazioni.
La prese alla lontana.
"Che spettacolo deprimente", comment a un certo punto.
Il vicequestore annu brevemente, aveva dei pensieri che gli giravano in testa.
"Ti  dispiaciuto rientrare dalle ferie?"
"Macch meglio cos".
Radeschi sorrise perch intuiva la ragione di quella risposta.
"Colpa di una donna?".
Sceglieva accuratamente le parole per colpire il suo amico. Non che bisognasse essere fini
psicologi comunque: era sempre colpa di una donna con Sebastiani. Dopo il divorzio aveva imboccato
una strada senza uscita: si era ammalato della sindrome di Peter Pan. Il suo target preferito erano donne
giovani, possibilmente commesse dei negozi del centro.
"Sono belle, curate, depilate, sorridenti e non ti stanno addosso perch devono sempre stare in
negozio, spesso anche il week end".
Portarsene una in vacanza per una settimana in Liguria non era stata una buona idea,
evidentemente. Ma questa considerazione Radeschi la tenne per s.
"Non siamo qui per parlare di donne Enrico, ok?"
"Messaggio ricevuto".
Il giornalista sapeva che rischiava di ritrovarsi in mezzo alla tempesta e, per di pi, senza lo
straccio di un'informazione. Meglio scendere a pi miti consigli e smetterla di elucubrare sulla vita
amorosa dello sbirro.
Radeschi lasci che l'acqua scorresse ancora un po' sui vetri prima di azzardare la mossa
successiva.
Quando Sebastiani smise di masticare il tabacco e si volt verso di lui, cap che era il momento
di parlare.
"Un triplice omicidio  una bella rogna".
"Non fare della retorica, Enrico, e arriva al punto. Non ho tempo per le cazzate".
"Ok. A quanto ho capito l abbiamo tre persone che, apparentemente, non c'entrano una con
l'altra. Magari viene fuori un legame, oppure...".
"Oppure?"
"Oppure l'obiettivo era uno dei tre e gli altri due sono stati ammazzati perch hanno visto in
faccia l'assassino".
Sebastiani contrasse brevemente le labbra. Doveva averci gi pensato.
"Conosciamo le loro identit?", lo incalz il giornalista. Su questo punto Mascaranti era stato
irremovibile.
"S".
Radeschi esit. L'altro gliela stava facendo sudare.
"E me le potresti dire?"
"No. Devi aspettare l'annuncio formale in questura. Niente favoritismi".
"Aspetter, Loris. Per, senza fare nomi, almeno dimmi chi sono".
"Ti far ridere".
"Risata macabra immagino".
"Gi. Abbiamo un italiano, un brasiliano e un cingalese".
"Cazzo, sembra davvero una pessima barzelletta".
Nessuno dei due per era in vena di ridere. Anche Sebastiani abbandon l'aria distaccata e
inizi a snocciolare i dettagli. Aveva collaborato mille volte con Radeschi e sapeva che il cronista non
avrebbe scritto nulla che potesse danneggiare le indagini. Anzi l'idea era, come gi tante volte in
passato, di coinvolgerlo per approfittare delle sue doti di hacker. Internet  una fonte infinita
d'informazioni ma bisogna sapere dove andarle a cercare. E il cronista, nonostante quell'aria bohmien
e trasandata, lo sapeva fare egregiamente. Radeschi attese che il poliziotto, fra domande e silenzi, gli
snocciolasse quello che sapeva, ovvero che qualcuno aveva sparato a bruciapelo a un viado brasiliano,
l sul marciapiede di fronte a loro, aveva poi proseguito impallinando un cinquantenne italiano accanto
alla sua auto per concludere infine il lavoro ficcando tre palle in corpo a un cingalese a una decina di
metri di distanza.
"Le tre vittime si conoscevano fra loro?", chiese alla fine Radeschi.
"Ancora non lo sappiamo. La cosa strana per  un'altra".
"Ossia?"
"I bossoli raccolti: sono di due calibri diversi".
"Due pistole, due killer".
"No,  stato un uomo solo".
"C' qualche testimone a confermarlo?"
"Tre".
"Caso chiuso quindi?"
"Magari. Purtroppo non ci sono telecamere di sorveglianza in quel tratto di strada. Ci vorr un
secolo per far quadrare le differenti versioni. Sai quanto siano poco attendibili i testimoni oculari!
Mascaranti sta ancora raccogliendo le deposizioni".
In quel momento la pioggia cess di cadere. Segu un lungo istante d'inaspettato silenzio.
Sebastiani, come se si fosse risvegliato da un lungo letargo, si scosse e scese dall'auto. La
conversazione era finita.
Radeschi lo imit, e dopo aver scattato un paio di fotografie con la sua digitale, si diresse verso
il Giallone. Non aveva pi nulla da fare l. Il resto delle informazioni di cui aveva bisogno sarebbero
arrivate dall'ufficio stampa della questura. La dinamica ormai l'aveva in testa: doveva scrivere il pezzo
e mandarlo al giornale prima della chiusura.
Chi per non condivideva i piani del cronista era la sua Vespa, che proprio non voleva saperne
di accendersi. L'acquazzone aveva colpito il cuore meccanico del Giallone e per farlo ripartire ci
sarebbe voluta parecchia pazienza. Che Radeschi non poteva proprio permettersi.
Non gli restava che una soluzione: incamminarsi verso casa a piedi con il sacchetto di ossi per
Buk sotto braccio.
Sebastiani lo intercett sul marciapiede.
"Sembri un barbone".
"Ho avuto giorni migliori, in effetti".
"Quando ti decidi a rottamarlo quel catorcio?"
"La Vespa  una missione, Loris. Lo sai bene".
"S? Allora buona passeggiata".
"Certo potresti offrirmi un passaggio...".
"Gi potrei. Peccato che debba rimanere qui fino all'arrivo del GIP. Vuoi fare a cambio?".
Radeschi salut sventolando la doggy bag sopra la testa mentre si avviava a passo lento lungo
viale Abruzzi dove i ventagli colorati delle prostitute erano gi ritornati al loro posto. Certe attivit non
chiudono mai bottega, nemmeno a ferragosto.

4.
La mattina giunse inaspettata come una pugnalata nella schiena. Ma soprattutto caldissima e
indisponente. Radeschi si alz sudato, con la gola riarsa e pochissime ore di sonno addosso. Scrivere il
pezzo sul triplice omicidio, alla fine, aveva richiesto pi tempo del previsto e le informazioni dalla
questura erano arrivate proprio sul filo di lana, un attimo prima che la tipografia chiudesse i battenti e
che lui fosse costretto a fare harakiri per sfuggire alle ire di Calzolari.
Quella mattina di ferragosto, erano da poco passate le otto e il termometro gi segnava trentuno
gradi. La ragione avrebbe consigliato di rimanersene in casa, sotto la doccia e con il condizionatore
acceso al massimo, ma il giornalista aveva un appuntamento a cui non poteva mancare. In realt non
era un vero appuntamento, visto che se l'era fissato da solo, ma nella sua testa poteva funzionare.
L'obiettivo era incontrare una ragazza, e l'esca era sempre lui: il vecchio Buk, il suo labrador che, in
quel momento, giaceva in stato di semincoscienza sul parquet con tanto di lingua penzolante.
Il cagnolone si rassegn alla decisione del padrone e lo segu lento fuori dall'appartamento.
In strada si schiattava di caldo. I due rincorsero l'ombra dei cornicioni fino a un'edicola di viale
Monza aperta nonostante il giorno di festa. Sul "Corriere", Radeschi si compiacque di trovare il suo
pezzo che faceva bella mostra di s in prima pagina. Come macabro corredo le foto delle tre vittime.
Avevano fatto i salti mortali per andare in stampa, tenendo in attesa il tipografo e i camion della
distribuzione. Ma ce l'avevano fatta. Un colpaccio: nessuno degli altri quotidiani aveva le foto e un
reportage. Si limitavano a riportare in breve la notizia sulla prima pagina. Gli articoli li avevano
pubblicati sulle versioni online, niente sulla carta. Tranne loro, ed era una bella soddisfazione! Anche
in considerazione del fatto che il giorno successivo i quotidiani non sarebbero usciti.
Ma non c'era molto tempo per compiacersi, perch Radeschi era gi in ritardo sulla tabella di
marcia, che prevedeva di arrivare fino al parchetto di via Morgagni, nell'area attrezzata per i cani,
prima della sua preda. Peccato che il suddetto parchetto si trovasse a quasi due chilometri da casa. L,
ogni mattina alle nove precise, appariva lei, Chiara, insieme al suo pinscher femmina, Mimi. La
cagnetta era letteralmente da prendere a calci, sempre a ringhiare e abbaiare contro il giornalista al
punto che Radeschi sperava segretamente che Buk ne facesse un solo boccone, anche se sapeva che
questo avrebbe significato andare in bianco con la padrona.
Chiara, per, con la sua coda di cavallo, il sorriso aperto, gli occhi nocciola, l'aveva stregato.
L'aveva incrociata un giorno, per caso, mentre passava di l in Vespa dopo aver raccolto
informazioni per un pezzo di nera. Erano bastati quei pochi secondi per fargli perdere la testa. Al punto
che si era messo a frequentare assiduamente la zona sperando di reincontrarla. Prima di capire a che
orari portasse il cane al parco - le nove del mattino e le sei di sera - Radeschi aveva impiegato molto
tempo e fatica. Era arrivato a portare il suo labrador a pisciare anche nove volte al giorno pur di
vederla, tanto che a Buk non era parso vero di uscire cos tanto di casa.
Dopo un paio di occasioni in cui l'aveva osservata a debita distanza, si era fatto coraggio e si
era avvicinato per parlarle. Sempre pochi minuti, qualche battuta. Il tempo che la piccola bestiaccia si
scaricasse. Quel mattino sarebbe stato il loro terzo incontro.
Quando Radeschi e Buk con la lingua penzoloni raggiunsero il parchetto, Chiara era gi l.
Indossava degli shorts rosa e una t-shirt bianca. Aveva un bel fisico atletico anche se non era
particolarmente alta.
Radeschi si avvicin un po' in imbarazzo per salutarla. Sudava, ma con quel caldo era normale.
Lei si guardava intorno. Sembrava cercasse qualcosa o qualcuno. Quando Enrico entr nel suo campo
visivo, lei sorrise e Radeschi per un lungo, interminabile attimo ebbe la sensazione che stesse
aspettando proprio lui.
"Ciao", lo salut con la manina.
Il cuore di Enrico martellava mentre rispondeva al gesto e faceva allungare il passo al povero
Buk ormai stremato. Il quadrupede aveva i suoi anni e quelle corse con trentadue gradi pi umidit gli
stavano scavando la fossa sotto le zampe. Ma il suo padrone, tanto per cambiare, era innamorato e lui
non poteva tirarsi indietro. Cos inizi ad annusare il culo di Mimi mentre quella ringhiava al
giornalista come se non ci fosse un domani.
"Come va?", esord imbarazzato Radeschi, tenendo il giornale bene in vista, in modo che
Chiara potesse leggere il suo nome sulla prima pagina. Le aveva detto che faceva il giornalista e voleva
mostrarle quanto fosse importante. Lui era uno da prima pagina!
Le avrebbe raccontato del caso e poi si sarebbe addirittura spinto a chiederle di uscire. Lei,
per, lo precedette.
Indic il quotidiano.
"L'hai gi letto?", chiese mielosa.
"Certo", balbett lui. "Tieni, prendilo pure".
Lei sorrise, afferr la prima pagina del giornale e... il mondo di Radeschi croll. Il cuore smise
di martellare e si ferm. Non credeva ai suoi occhi: Chiara si era chinata e con la carta del quotidiano -
con il suo articolo - stava raccogliendo la merda di Mimi!
Dopo aver gettato tutto nel cestino, la ragazza torn da lui, che era rimasto l immobile e imbambolato.
"Grazie ancora Enrico. Avevo scordato i sacchetti".
Lui continu a sorridere ebete mentre lei se ne andava tenendo il cagnolino ringhiante in braccio.
Buk sdraiato su un fianco, nonostante sembrasse morto, sollev appena la testa per lanciare uno
sguardo compassionevole al suo padrone.
Radeschi era consapevole di aver perso una grande occasione. Se solo Chiara avesse gettato uno
sguardo al giornale avrebbe potuto leggere il suo articolo a pagina otto, con richiamo in prima, dove
tutta la faccenda veniva riassunta cos:
Inaudita esecuzione la scorsa notte in piazzale Dateo a Milano.


6. Il killer con la Porsche.
di Enrico Radeschi.
MILANO. Paulo Bardosa dos Santos, 29enne, meglio conosciuto come Paula, viado brasiliano.
 stata la prima vittima del killer, che ieri sera, poco dopo le 21, ha freddato lucidamente tre persone.
Bardosa  stato centrato per primo ma finito per ultimo quando agonizzava sul selciato. Gianfranco
Torti, 51enne bergamasco,  stata la seconda vittima. Gli inquirenti l'hanno trovato a una ventina di
metri da Bardosa, nei pressi della sua Suzuki Maruti verde. Stando a un testimone, il killer si sarebbe
avvicinato a Torti e gli avrebbe sparato un colpo all'orecchio sinistro con una pistola Beretta
(identificata grazie ai proiettili rivenuti). La Tanfoglio (anche questa identificata grazie ai bossoli) con
cui l'assassino aveva sparato la prima volta, sempre secondo un testimone, si era inceppata.
Terza e ultima vittima Clay Nilson Tarige, 27enne cingalese. Stando alla ricostruzione della
polizia, al semaforo di via dei Mille, dove abitava, aveva salutato alcuni conoscenti e probabilmente si
era trovato di fronte l'assassino che, glaciale, l'ha freddato con cinque colpi. A quel punto l'assassino,
sentendo i lamenti di Bardosa,  ritornato sui suoi passi e l'ha finito con due pallottole prima di
dileguarsi in una stradina laterale senza uscita. Un altro testimone riferisce che dal vicolo in cui 
sparito l'omicida, qualche secondo dopo,  spuntata una Porsche Carrera cabrio scura che si 
allontanata sgommando.
Mentre Radeschi ritornava a casa, sudato e con Buk sempre pi stremato per il caldo e la sete, il
vecchio Motorola, che di smart non aveva nulla essendo un modello di fine anni Novanta, si mise a squillare.
"Cusa l' questa fantasticheria della Porsche?".
Era il modo che Calzolari aveva per far sapere a Radeschi di aver letto il suo pezzo. Se fosse
buono, l'avesse soddisfatto o altro non era dato saperlo. Quello che voleva sapere il caporedattore era
cosa sarebbe successo adesso e se il suo segugio aveva gi una pista.
"Non sar cos difficile trovare una Porsche, no?"
"A Miln? C' pieno! Comunque, dobbiamo riempire quattro pagine su questa storia per
dopodomani visto che domani non usciamo. E se avessimo gi il nome del colpevole sarebbe meglio.
T cap?".
Radeschi non aveva n la forza per protestare n la voglia di farlo. Del resto, se non usciva a
cena con Chiara e se non tornava nella Bassa dai suoi, poteva benissimo occuparsi di quel caso giorno e
notte.
"S mio capitano. Ti richiamo appena ho novit".

"Bella stronzata quella della Porsche".
Il commento che accolse Radeschi appena mise piede in questura era di Mascaranti. Nemmeno
un saluto prima di sparire in un ufficio. Il giornalista si strinse nelle spalle; era di casa in via
Fatebenefratelli. I piantoni lo facevano passare senza storie, perch sapevano che era amico di
Sebastiani. E lo stesso vicequestore non parve per nulla stupito quando se lo vide spuntare davanti.
"Sono le dieci del mattino. Sei gi a caccia?".
Radeschi annu e and a sedersi su una delle due scomode poltroncine piazzate davanti alla scrivania dello sbirro.
Niente aria condizionata, ma solo un grande ventilatore, scovato per disperazione in fondo a
uno degli armadi, che ruotava fornendo un poco di refrigerio. Sebastiani teneva un sigaro spento fra le
labbra che faceva correre da una parte all'altra della bocca. Davanti a lui una pila di fogli e una copia
del "Corriere".
Quando reput di aver tenuto abbastanza sulle spine il suo ospite, sollev lo sguardo e inizi a
parlare. Come se avessero interrotto una discussione soltanto qualche istante prima. Ragionavano
sempre dei casi ad alta voce. Si confrontavano. Ed era come se ci fossero sempre delle domande
sospese a cui rispondere. Le parole dello sbirro erano un'implicita risposta al pezzo del giornalista.
"Abbiamo trovato una Porsche. Stamattina all'alba, fuori da un locale di viale Bligny. Una
pattuglia ha fermato il proprietario e l'ha portato in questura".
"Che fate ora? Arrestate tutti quelli in Porsche? Sarebbe un'idea, meglio ancora dell'area C...".
"Ti interessa conoscere il resto o preferisci andare avanti con le tue cazzate?"
"Scusa, parla pure".
"La Porsche corrispondeva a quella della descrizione. Carrera nera cabrio".
"Il tizio chi ?"
"Un pregiudicato. Precedenti per droga. L'auto  di terza mano. Per non sbagliare gli abbiamo
fatto lo stub".
"Il guanto di paraffina per vedere se ha tenuto in mano un'arma che ha sparato nelle ultime
ventiquattr'ore?"
"Esatto".
"E...?"
"E niente, cervellone. Aspettiamo i risultati. Come puoi immaginare sono tutti in ferie e al
laboratorio sono sotto organico. Ci vorr del tempo. Nel frattempo il tizio  sottochiave".
"Caso risolto allora?"
"Non credo. Ci sono un paio di testimoni che l'hanno visto a cena in un ristorante caraibico in
via Col di Lana all'ora del delitto. E il tizio ha pure la ricevuta in tasca".
"Quindi?"
"Quindi aspetto i risultati che lo scagionano e poi lo lascio andare. Siamo a un punto morto".
"Torniamo a quello che sappiamo allora".
"Prego".
"Avete scoperto se le vittime si conoscevano fra loro?"
"Il viado e l'italiano pare di s. Il cingalese deve essere stato un danno collaterale, come li
chiamano...".
"Erano amanti quei due?"
"Non potevano essere semplicemente amici?"
"Certo, e io e te ci vestiamo di rosa e andiamo a raccoglier fragole al parco Lambro...".
"Fai poco lo stronzo. Ovvio che erano amanti!".
"Ok, quindi la domanda : c' un terzo incomodo geloso che li fa fuori?".
Sebastiani inizi a masticare il sigaro.
"E fai una strage cos a freddo? Avrei capito se li avesse sorpresi a letto. Invece ha pianificato
l'azione. Li ha beccati all'aperto e uccisi".
"Aveva due pistole. Chiaramente premeditato".
"Lo penso anch'io. E poi sapeva dove trovare Paula. Quella era la zona in cui batteva".
"E Torti, il suo fidanzato italiano, che ci faceva in macchina l vicino?"
"Forse non era solo il suo fidanzato, ma anche il suo pappone".
"S, quadra. Ma non ci porta a nulla. A meno che il vero obiettivo non fosse Torti...".
Mascaranti irruppe nell'ufficio senza bussare e con una cartelletta in mano.
"Sono arrivati i risultati dello stub", annunci.
"Allora?"
"Niente. Il tizio  pulito".
"Ok, rilascialo"
Il sovrintendete spar senza aggiungere altro.
"Hanno fatto presto", comment Radeschi.
"Il questore si deve essere fatto sentire. Ora aspettiamo i risultati dalla balistica".
"Nel frattempo che si fa?".
Sebastiani si era alzato in piedi.
"Si va a perquisire la casa della vittima. Per ti avverto...".
"Lo so: niente foto e non posso scrivere niente senza il tuo placet".
Non furono n i falli di plastica, n la montagna di preservativi multicolore e multi-gusto, n
tanto meno le manette e i frustini a stupire Sebastiani e Radeschi. Nella casa di un viado che faceva la
vita era quasi normale trovare quel genere di attrezzatura.
Ci che colp maggiormente i due, l per la perquisizione di rito insieme ai ragazzi della
Scientifica nelle loro belle tute candide, furono le medicine. L'armadietto del bagno non bastava a
contenerle; ce n'erano ovunque: sopra le mensole in cucina, nel piccolo salotto, sul comodino del
letto...
"Un ipocondriaco?"
"O un malato?"
"S, di bamba. Guardate qua".
Uno degli uomini in tuta sterile mostr loro un sacchetto di plastica trasparente pieno per met.
"Farina?", ironizz Radeschi.
"Come no? Qui ci saranno almeno due etti di coca".
"Uso personale?"
"Spaccio, bello mio".
"Un viado con la passione per la cocaina, dunque".
"Non solo".
Questa volta la chiamata veniva dall'altra stanza. Una specie di ripostiglio pieno di scarpe con i
tacchi e Dio sa cos'altro.
Le sorprese non erano ancora finite, ma prima di correre a veder di cosa si trattasse, Radeschi si
prese la briga di fotografare l'armadietto dei medicinali e il suo contenuto. Deformazione
professionale.
Quando arriv dove si erano radunati tutti, Sebastiani teneva nelle mani guantate due scatole di
cartone. Al giornalista ci volle un attimo prima di capire cosa contenessero.
"Sono quello che penso?"
"S, Enrico: pallottole".
"C' anche una pistola in casa?".
Uno dei tecnici scosse la testa.
"Abbiamo controllato ovunque. Nessuna arma".
Sebastiani osservava le munizioni con attenzione, passandosi il sigaro da un'estremit all'altra
della bocca, come faceva sempre quand'era concentrato.
"Cosa pensi?", gli chiese Radeschi piegandosi per osservare meglio.
"Sono dello stesso calibro della Beretta utilizzata per ammazzare il padrone di casa".
"Coincidenza?"
"Nessuno sbirro crede alle coincidenze".
"Nemmeno i giornalisti".
Sebastiani porse le scatole a uno degli uomini in bianco.
"Analizzatele e vedete se corrispondono".
L'altro annu mentre il suo collega procedeva a raccogliere le impronte sul letto, in bagno e in
cucina.
Radeschi sollev un sopracciglio. Poi si pieg a sussurrare nell'orecchio del vicequestore.
"Se Paula usava questo posto anche per lavorare, ne troveranno migliaia...".
"Spera che non ci siano pure le tue, Enrico", ringhi Sebastiani di rimando. Quindi imbocc la
porta e usc dall'appartamento.
Fuori faceva un caldo da morire. La pioggia della notte precedente era solo un lontano ricordo.
Adesso a Milano si boccheggiava.
L'appartamento si trovava al piano terreno di uno stabile civile che dava su piazza Agrippa, non
lontano da dove erano state freddate le vittime.
Di fronte c'era un bar, fortunatamente aperto. Sebastiani lo punt deciso e Radeschi gli rimase
alle calcagna.
Quando ebbero davanti due birre ghiacciate, il giornalista ripart alla carica.
"L'hanno ammazzato - o ammazzata, scegli tu - per primo. Era l'obiettivo".
"Come fai a esserne certo?"
"Non lo sono. Ipotizzo, no?"
"Ti sai solo esercitando per le cazzate che metterai nel tuo pezzo".
"Allora continuo, ok? Dunque prima fanno secco lui, poi il fidanzato-protettore e per ultimo il
passante...".
"Bravo. E questo dove ci porta?"
"All'ipotesi che l'assassino sia un cliente insoddisfatto? O un ex sfruttatore? Un amante geloso?
Qualcuno a cui non aveva pagato la coca?"
"S, certo, uno con la Porsche! O forse solo uno che ha sbroccato per il caldo e ha ammazzato i
primi tre che gli sono capitati a tiro...".
"Uno con due pistole non sbrocca. Premedita".
Sebastiani parve riflettere su quell'ultima considerazione, poi il suo cellulare si mise a squillare.
La questura. Lo sbirro rimase qualche istante in ascolto, poi chiuse la chiamata con uno
sbrigativo: "Arrivo subito".
"Novit?", chiese Radeschi, gi con l'iper salivazione del cronista che ha fiutato la notizia.
"Forse", rispose Sebastiani uscendo dal bar.
"Non mi dici nulla?", protest il giornalista dopo aver saldato il conto delle birre.
"Abbiamo trovato un'altra Porsche. Mascaranti pensa che questa sia la volta buona".
Radeschi non pot trattenere una risata. Sebastiani sapeva della ruggine fra i due. E ci marciava.
Ma non replic. Ormai erano gi arrivati nei pressi della GT dello sbirro.
Radeschi tent un'ultima carta: istillare un dubbio nel vicequestore sperando di ottenere qualche
ulteriore informazione in cambio.
"E se quello della Porsche fosse solo un grande abbaglio?", chiese, quando il motore dell'Alfa
era gi acceso. "Se l'assassino fosse scappato a piedi e quello in Porsche non c'entrasse nulla?".
Sebastiani si pass il sigaro da un'estremit all'altra della bocca e prima di partire concesse
un'unica frase sibillina al cronista: "Questo lo sapremo solo quando lo beccheremo".

Dentro l'ufficio ci si squagliava. L'aria condizionata non funzionava e per ripararla, visti i
giorni di ponte e ferie, si sarebbe dovuto attendere almeno una settimana. I due poliziotti sudavano e
cercavano refrigerio come meglio potevano con l'aiuto del vecchio ventilatore.
Nonostante il clima tropicale, Mascaranti gongolava. Aveva gi rintracciato e fermato il tizio
con la Porsche sospetta. E smaniava per raccontare al superiore quello che aveva scoperto.
Sebastiani prese posto dietro la sua scrivania, si asciug la fronte con un fazzoletto e si
predispose all'ascolto senza troppa convinzione.
"Il nostro uomo si chiama Pino Giuffrida, un pappone siciliano con una sfilza di precedenti
lunga cos".
"Pappone?"
"Esatto. Forse lo  stato anche della vittima".
"Sarebbe un movente".
"Giuffrida controlla viale Abruzzi e anche Dateo, dove Paula batteva. Ha una Porsche cabrio di
seconda mano".
"Uno che la compri nuova mai, vero?".
Mascaranti si strinse nelle spalle.
"Sembra pi un ferro vecchio che un'auto di lusso a dire la verit".
"Dove l'avete preso?"
"Nel suo appartamento di via Argonne. L'auto era parcheggiata l davanti. Ce l'ha segnalata
una pattuglia e siamo andati a prenderlo".
"Va bene. Ora dov' il sospetto?"
"Nella stanza blindata qui accanto".
"Andiamo", disse Sebastiani alzandosi. Non credeva possibile che fossero gi arrivati al
colpevole e, infatti, dopo dieci minuti d'interrogatorio aveva capito che il caso era tutt'altro che chiuso.
Gi il fatto che il presunto assassino non si fosse nascosto o almeno avesse girato al largo per un
po' dopo aver commesso un triplice omicidio, lo lasciava perplesso. Anche perch ad agosto non
sarebbe parso strano a nessuno se fosse partito per le ferie...
Al vicequestore comunque Giuffrida apparve subito per quello che era: un balordo di mezza
tacca, che scoppi in lacrime appena lui e Mascaranti iniziarono a strapazzarlo un po'. Inoltre, ed era
questo che rendeva scettico lo sbirro, l'uomo non aveva un movente credibile per uccidere Paula: era s
stato il suo pappone, ma cinque anni prima. Perch aspettare cos tanto? Inoltre gli inquirenti non
avevano alcuna prova. Nell'auto e nell'abitazione del sospetto, prontamente perquisite, non erano state
rinvenute n le pistole n altre munizioni. Ed era gi passato troppo tempo per la prova dello stub.
Ritornati nell'ufficio di Sebastiani, con Giuffrida che ancora singhiozzava nell'altra stanza,
Mascaranti aveva guardato speranzoso il suo capo.
"Allora?", aveva chiesto.
"Devi dimostrarmi che  stato lui. Con quello che abbiamo non possiamo trattenerlo".
"Ma abbiamo l'auto, abbiamo il collegamento con la vittima...".
"Non  abbastanza. Nessun PM convaliderebbe il fermo".
Mascaranti se ne and scuotendo il capoccione.
Sebastiani inizi a masticare rabbiosamente il sigaro che aveva fra le labbra. Sapeva che se
voleva risolvere quel caso doveva cambiare strategia, e per farlo aveva bisogno d'aiuto. Cos si sporse
sulla scrivania, afferr la cornetta e compose un numero che conosceva a memoria.
La citt era deserta, c'era un caldo da squagliarsi e Buk con la lingua a penzoloni camminava
lentissimamente accanto al suo padrone. Erano da poco passate le diciotto e quello era l'orario della
seconda passeggiatina di Mimi. Radeschi era deciso a riscattare la figuraccia della mattina. Per tutto
il giorno aveva elaborato strategie e discorsi da intavolare. L'emozione per lo blocc.
Chiara apparve all'improvviso in fondo al giardinetto. Bellissima, con indosso un paio di shorts
microscopici e un top di quelli che lasciano scoperto l'ombelico, ornato da un piercing.
Enrico era carico a mille. Aveva persino lasciato a met il pezzo che stava scrivendo per non
perdere l'appuntamento con la pisciata di quel pinscher scassaballe e provare a rimorchiare la ragazza.
Si mosse felino nella sua direzione strattonando Buk per la collottola, visto che il cagnolone non
ne voleva sapere di muoversi. Dovette essere incoraggiato, ma alla fine il labrador si convinse a seguire
il padrone scuotendo ritmicamente il testone.
Quando ormai erano in prossimit della fanciulla, e di Mimi che aveva gi iniziato a ringhiare
a Radeschi, il maledetto Motorola si mise a squillare. Il cronista sospir, sorrise alla ragazza e consult
il display per capire chi fosse lo scocciatore. Non era Calzolari, con cui per altro si era gi sentito tre
volte quel giorno, ma uno a cui non poteva non rispondere: Sebastiani. Avesse riattaccato, l'altro
avrebbe mandato Mascaranti a cercarlo con l'ordine di portarlo in questura "a ogni costo". Insomma si
rassegn a rispondere mentre Chiara gli passava accanto senza fermarsi e gli strizzava l'occhio in
segno di commiato. Mimi gli abbai contro e Buk croll a terra semi svenuto, felice di quella pausa
inaspettata.
Radeschi rispose con tono feroce.
"Per colpa tua ho appena perso l'occasione di...".
"Calma Casanova. Ch non  vero niente".
"Tu come lo sai?"
"Ti conosco. Tu porti a casa il risultato solo quando fanno loro la prima mossa. Non  vero?".
Radeschi esit, punto sul vivo.
"Ma quando mai!".
Sebastiani, per, l'aveva gi smontato.
"Ho bisogno del tuo aiuto", disse.
"Non se ne parla. Ho una marea di cose da fare".
"Tipo?"
"Tipo portare a pisciare il cane".
"Bene. Ti aspetto in questura fra dieci minuti".
"Ti ho appena detto che...".
"Dieci minuti, Enrico. O ti mando Mascaranti".
Il birrificio di Lambrate era desolatamente chiuso. Almeno la storica sede in via Adelchi, l'altro
invece - quello nuovo dietro il Politecnico, dove si sta sul marciapiede e a volte anche sulla strada tanto
che le auto fanno fatica a passare - era pieno fino all'inverosimile.
Sebastiani e Radeschi osservavano la gente, uno di fronte all'altro. I bicchieri di plastica pieni
di birra ghiacciata poggiati sulla sella del Giallone e le fronti corrugate. Non era una serata di svago;
stavano parlando del caso: la birra serviva solo per combattere l'afa.
Enrico non capiva l'urgenza di vedersi e, soprattutto, di allontanarsi dalla questura prima di
parlare. Sapeva per che il suo amico sbirro andava preso cos: bisognava rispettarne tempi e modi.
Erano quindi saliti in sella al Giallone e lui aveva guidato fino al locale. Sebastiani non aveva
commentato la scelta. Si era limitato a masticare il suo sigaro prima di prendere un lungo sorso di
Doom, una delle birre artigianali prodotte dal locale.
"Sputa il rospo, Loris".
Il poliziotto lo guard.
"Sono arrivati i risultati della balistica. Le pallottole estratte dai corpi delle vittime
corrispondono a quelle trovate nella casa del viado".
"Il giorno di ferragosto riesci a ottenere risultati in cos poco tempo?", si stup Radeschi.
"Non io, il questore".
"Quindi abbiamo un collegamento".
"Purtroppo c' dell'altro", annunci lo sbirro a disagio.
Radeschi non lo incalz. Capiva che il resto non sarebbe stato facile da dire. L'espressione di
Sebastiani era contratta, la fronte corrugata, le labbra increspate.
"Ricordi che l'assassino ha usato due pistole?".
Il cronista annu.
"Bene. Dai bossoli raccolti sull'asfalto risulta che i proiettili esplosi dalla Tanfoglio sono dei
comunissimi 9x21. E fin qui nulla di strano, lo sapevano gi. Quello che mi preoccupa sono i calibro
9x19 parabellum sparati dalla Beretta...".
"Perch?"
"Perch si tratta di proiettili Nato, per di pi con un rarissimo difetto".
"Quanto raro?"
"In circolazione ce ne sono solo diecimila, distribuiti dalla ditta fabbricante alla polizia di
Milano, Monza e Varese".
Radeschi attese un attimo prima di porre la domanda successiva, anche se temeva la risposta.
"Quindi?", domand.
"Quindi quello che ha premuto il grilletto, forse,  uno sbirro".
Il cielo di Milano era puntellato da una manciata di stelle. Radeschi per non aveva sgranato gli
occhi per quelle. La notizia che gli aveva appena dato Sebastiani l'aveva ipnotizzato. Cos, come in
trance, con un gesto goffo del braccio aveva ribaltato entrambe le birre sulla sella del Giallone.
Sebastiani l'aveva guardato storto. Era sulle spine e c'era da capirlo: se l'assassino era uno sbirro,
l'inchiesta sarebbe diventata un vero grattacapo. O meglio, una vera e propria bomba a orologeria.
Per dare tempo al poliziotto di riordinare le idee, Enrico and a recuperare altre birre.
Al suo ritorno Sebastiani era pronto a parlare.
"L'informazione ci  praticamente piovuta addosso. Siamo partiti dai bossoli recuperati in
piazzale Dateo e abbiamo inserito i numeri di serie del computer. La sorpresa  arrivata allora: altri
bossoli della stessa partita sono stati trovati sul luogo di due rapine, una al casello autostradale di
Carugate, due mesi fa, e una a quello di Agrate, a fine luglio. In entrambi i casi i testimoni parlano di
un tizio incappucciato che, per mostrare che non scherzava, ha sparato un colpo d'avvertimento in
aria".
"Aveva una Porsche il tizio?".
Sebastiani emise un grugnito.
"No, per entrambe le rapine ha usato delle auto rubate che poi sono state ritrovate a qualche
chilometro di distanza. In pi non ci sono stati morti n feriti, quindi la faccenda  finita un po' nel
dimenticatoio".
"Fino a oggi".
"Esatto. I bossoli sono poi stati recuperati: hanno quel difetto, sono stati esplosi da una delle
due pistole usate per la strage, la Beretta, e i numeri di serie appartengono ad alcune scatole di
munizioni in possesso delle forze dell'ordine".
Radeschi pieg la testa da un lato e guard lo sbirro.
"Sin qui mi  chiaro. Ora dimmi cosa dovrei fare io. Non mi hai raccontato questa storia per
niente".
"Dai numeri di serie devi risalire alla questura che li ha in uso".
"Io?"
"Tu".
Niente di nuovo sotto al sole. Il poliziotto voleva sfruttare le abilit di hacker del cronista.
Lavoro sporco in cambio di notizie sottobanco. Era ci che gli stava chiedendo in quel momento, e che
Enrico cerc di schivare.
"Stiamo parlando di dati molto riservati, Loris".
"Lo so".
"Roba per cui, tipo, ci vorrebbe un mandato. Delle autorizzazioni...".
"Precisamente".
"Protocolli da rispettare...".
"Smettila Enrico! Non abbiamo tempo per le vie ufficiali. Tra ferie e ponti ci vorrebbe troppo
tempo per ottenere le autorizzazioni e, nel frattempo, l'assassino potrebbe sparire. La pista va seguita
subito".
Radeschi cerc di capitalizzare al massimo quella richiesta d'aiuto.
"Cosa ci guadagno?".
Sebastiani fu perentorio ed efficace nella risposta. Forse troppo.
"Se non lo fai, stanotte ti sbatto in guardiola con dei motociclisti ubriachi. Ti basta?".

8
La questura deserta faceva un certo effetto al giornalista. Le voci, l'agitazione, i passi frenetici,
perfino le urla di qualche arrestato ne facevano un luogo dove il silenzio non era mai di casa. Tranne in
quella notte bollente di mezza estate. Pochissime persone in giro, solo qualche sussurro e nulla pi.
Radeschi si era sistemato nell'ufficio di Sebastiani. Il ventilatore acceso e le dita che correvano
sulla tastiera. Il poliziotto stava alla finestra e masticava stancamente un sigaro.
"Quanto ci vuole?"
"Violare una banca dati militare non  esattamente una passeggiata, Loris. Devo essere cauto e,
soprattutto, cancellare le tracce. O vuoi che tutti scoprano che l'attacco  arrivato dall'ufficio del
vicequestore Sebastiani?".
Come risposta ottenne un grugnito. Poi pi nulla per una mezz'ora buona quando, finalmente,
Radeschi ottenne le chiavi del regno.
"Ci siamo", annunci.
"Allora?"
"Le scatole di quella partita di munizioni sono state assegnate a... Non ci crederai mai".
"Non fare il coglione e parla".
"Qui Loris. Alla questura di Milano. Sono arrivate tre mesi fa e, stando a quello che c' scritto,
venticinque scatole dovrebbero trovarsi in...".
"...deposito", termin il poliziotto uscendo di slancio in corridoio.
L'omone si aggiust gli occhiali sul naso. Aveva degli occhietti da topo che strizzava in due
minuscole fossette quando si doveva concentrare per leggere il registro. L'avevano tirato gi dal letto e
convocato d'urgenza in questura. Il tipo, un grassone che certo l'agilit l'aveva smarrita da tempo,
sudava da matti e sulle prime era anche parecchio spaventato.
Sebastiani non gli aveva spiegato molto, gli aveva solo detto di cercare quelle scatole di
munizioni. E di farlo in fretta.
Dopo aver scartabellato per un bel pezzo, l'agente, che si chiamava Martino Dubecco, venne a
capo del rebus.
"Eccole", annunci.
"Dove sono?", chiese ruvido Sebastiani.
"Ci sono state segnalate come difettose e perci le abbiamo relegate in uno scatolone, gi in
magazzino: settore D, terza corsia. Saranno ancora l, immagino".
Mentre Dubecco faceva strada fra gli scaffali alti e polverosi del deposito, sia il vicequestore
che Radeschi avevano un pessimo presentimento che, puntualmente, si rivel fondato quando aprirono
la cassa che doveva contenere le scatole di proiettili.
Completamente vuota.
"Io, io... non capisco", inizi a balbettare Dubecco.
"Meglio se ti spremi le meningi", lo assal Sebastiani. "Dove sono quei proiettili?"
"Io non lo so. Forse sono stati smarriti o usati per sbaglio".
"Gi, come no".
"Davvero...".
Sudava davvero troppo ora il ciccione e Radeschi aveva perfino paura che gli prendesse un
colpo.
Sebastiani decise di cambiare tono.
"Va bene agente: in quanti hanno accesso a questo luogo e avrebbero potuto prenderle senza
destare sospetti?"
"Oltre a me intende?"
"S, genio. Oltre a te. Ed  meglio che ti fai venire fuori un nome altrimenti sei nei guai fino al
collo".
Prima di riprendere il discorso, Radeschi attese che fossero nuovamente nell'ufficio del
vicequestore.
"Che ne pensi? C' da credergli al grassone?". La diplomazia non era certo il suo forte.
Sebastiani stava giocherellando con il sigaro mentre si sedeva dietro la sua scrivania. Non si
prese il disturbo di rispondere e, anzi, si mise a consultare alcuni documenti che aveva davanti.
Radeschi and alla finestra. In attesa. Lo sbirro stava decidendo il da farsi. Per la smania era
troppa, cos il giornalista ripart a testa bassa.
"Certo non ha il fisico dell'assassino che ammazza con un'azione fulminea e poi scappa a
piedi".
Il vicequestore alz la testa dai suoi appunti.
"Non fa una grinza, Radeschi".
"Lo so. Ti ha fornito un nome quindi?"
"Gi".
"E allora possiamo...".
Lo sbirro fece un gesto di diniego con la mano. "No, il nostro uomo prende servizio fra due ore,
e noi non dobbiamo far altro che aspettare. Hai qualche idea per passare il tempo?"
"No".
"Io s".
Cos dicendo Sebastiani apr un cassetto della scrivania da cui cav una bottiglia di Pampero e due bicchieri.

9.
Alle sei di mattina Radeschi si sentiva la testa pesante e gli occhi impastati di sonno. Sebastiani,
invece, al solito, pareva fresco come una rosa nonostante la notte insonne. Il loro uomo avrebbe preso
servizio fra poco, proprio l in questura. I due si preparano ad accoglierlo. Anche Mascaranti era
arrivato per dare man forte; di fronte ai due bicchieri vuoti, nonostante un moto di stizza, fece finta di
niente. Anzi mascher il disappunto con l'efficienza.
"Il nostro soggetto si chiama Maurizio Sivelli.  un'agente addetto all'archivio e al magazzino
insieme a Dubecco. Attacca fra dieci minuti. Come ci comportiamo?"
"Fallo venire qui con una scusa. Rientra oggi dalle ferie giusto? Bene, allora digli che ci manca
una firma o roba simile".
Mascaranti annu e senza aggiungere altro usc dall'ufficio.
" sempre cos affabile?", domand Radeschi.
"Solo quando ci sei tu".
"Volevo ben dire".
Nemmeno il tempo di arrivare e prendere un caff e Sivelli gi sedeva a disagio su una delle
due poltrone dell'ufficio. Dietro di lui, pronto ad afferrarlo caso mai tentasse di scappare o, peggio,
gettarsi dalla finestra - era gi successo, s -, incombeva Mascaranti.
Radeschi aveva preso posto sull'altra sedia e osservava il tizio. Un uomo sulla quarantina,
faccia butterata dall'acne giovanile, capelli neri corti e ispidi, baffi e occhi sfuggenti. Se non avesse
avuto la divisa indosso nessuno l'avrebbe mai preso per uno sbirro.
"Non sono qui per una firma quindi?", chiese l'uomo, appena Sebastiani chiuse la porta
dell'ufficio dietro di lui.
"No, agente. Sei qui per questi".
Cos dicendo il vicequestore gett sulla scrivania una manciata di proiettili.
Sivelli non mosse un muscolo.
"Non capisco. Sono qui per delle munizioni?"
"Non sono munizioni qualsiasi. Sono di una partita difettosa. Ti sta tornando la memoria ora?".
L'agente si mosse a disagio sulla sedia, ma non emise un fiato.
"Il tuo collega", lo stuzzic Sebastiani, "ci ha detto che solo tu e lui avete accesso a quella
partita di munizioni. Quindi o  stato lui oppure...".
Nessuno in quella stanza era disposto a credere che il ciccione avrebbe potuto appropriarsi
indebitamente di quelle scatole e mettersi a correre dopo aver fatto secche tre persone. Ragionamento
puramente lombrosiano, certo, ma evidentemente plausibile anche per Sivelli, che non cerc di
addossare la colpa al collega.
"Non so", balbett. "Non capisco come...".
A Sebastiani bast un'occhiata e la manona di Mascaranti part. Un colpo secco alla nuca, una
sventola che quasi fece cadere dalla sedia il sospetto e lo incasin a tal punto che per qualche istante
non fu in grado di parlare.
"Non sono qui per farmi prendere per il culo agente!", grid Sebastiani. "Sai come funziona.
Sappiamo che quelle munizioni le hai prese tu. Ora devi solo convincermi che non hai ammazzato tre
persone".
"Tre persone? Ma voi siete matti! Io ero in vacanza con mia moglie. Sono tornato stanotte dalla
Romagna...".
Mascaranti questa volta ci and pi piano, ma la botta fu comunque decisa.
Sivelli inizi a piangere in silenzio. A quel punto per Sebastiani fu una passeggiata cavargli
tutto. Riemp un bicchiere di rum fino all'orlo, glielo fece buttar gi d'un sorso e quello se la cant.
Non era un'omicida, solo un puttaniere. La passione per le prostitute e i trans l'aveva reso
schiavo. E rovinato economicamente. Doveva andarci ogni giorno, quando poi non era di servizio
anche due volte, mattina e sera come fosse una medicina. E con il suo stipendio non poteva certo
permetterselo. Cos gli era venuta l'idea di approfittare del magazzino della questura. C'era una
santabarbara che poteva essere alleggerita senza che nessuno se ne accorgesse: specialmente i materiali
difettosi, quelli di scarto. Tutto liscio fino a quando aveva incontrato Paula - s, la conosceva e
l'adorava, una vera dea del sesso secondo Sivelli - e il suo compagno. Ci era andato cos tante volte
che alla fine quei due si erano decisi ad accettare il baratto: era finita quindi che non sempre pagava
con i soldi ma, a volte, con pistole, fucili, munizioni, perfino con della cocaina sequestrata a chiss chi
e seppellita nel magazzino prove... Loro poi li rivendevano chiss a chi.
"Ripeti un po' quest'ultimo passaggio", lo esort Sebastiani anche se ormai aveva capito di che
pasta fosse fatto Sivelli.
"Ve l'ho detto: pagavo o con soldi o con quello che trovavo. Paula e il suo uomo si
accontentavano. Una volta, per una notte intera con lei, li ho pagati con una Beretta con il numero
abraso e con quei proiettili difettosi. Ho pensato che sarebbero rimasti per sempre in quella cassa.
Dimenticati...".
"Invece...".
"Che fossero difettosi io non lo sapevo nemmeno. Cio, me ne sono accorto durante...".
Si interruppe bruscamente.
"Le rapine, Sivelli. Lo sappiamo".
"S, le rapine. Ne ho fatte un paio fuori Milano: non volevo essere beccato dai colleghi. Rubavo
un'auto e assaltavo i caselli autostradali. Ma era pericoloso e rendeva poco...".
Alla fine dell'interrogatorio l'agente era uno straccio. Sebastiani gli riemp nuovamente il
bicchiere e lo lasci a macerare nel suo brodo.
In corridoio Mascaranti scuoteva la testa.
"Cosa succede?", gli chiese il superiore.
"Ho fatto qualche ricerca. E un paio di telefonate. Il 14 agosto Sivelli era a Lido degli Estensi.
Lo pu testimoniare mezza dozzina di persone, fra cui due colleghi che erano con lui. Ci sono anche
delle foto di una festa sulla spiaggia. Non  stato lui ad ammazzare quei tre".
"Allora Paula deve aver venduto la pistola e le munizioni a qualcuno", intervenne Radeschi.
"Gi, e quello li ha usati per farla fuori".
"Di lui cosa ne faccio?", chiese Mascaranti indicando Sivelli.
"Mettilo sottochiave. Prima, per, fagli firmare una confessione".
Il sovrintendente fece alzare l'agente con uno strattone e lo condusse via.
Quando Sebastiani e Radeschi rimasero soli, fu quest'ultimo a prendere la parola.
"Una cosa non mi tornava, infatti".
"Vale a dire?"
"Nessuno sbirro possiede una Porsche".

10.
Dopo la notte insonne, a Radeschi e Sebastiani ci voleva una scossa per rimettersi in sesto.
Niente d'illegale intendiamoci. Nemmeno una brioche o simili, ma qualcosa di pi sostanzioso.
Siccome erano le sette del mattino ed era tutto chiuso - il ponte di ferragosto  peggio della peste: la
metropoli si svuota e chiude bottega - decisero di fare tappa a casa del giornalista per una carbonara.
Erano digiuni dalla sera prima e un piatto di pasta a quell'ora, quando ancora il caldo non si faceva
sentire, sembr a entrambi un'ottima idea.
Appena misero piede nell'appartamento, Buk salt addosso al vicequestore. Si conoscevano da
anni e il cuore duro di Sebastiani s'intener al punto che si offr di portare lui gi il cagnolone per i suoi
bisogni mentre Radeschi si dava da fare con la pasta.
Tre etti in due e quattro bottiglie di birra artigianale - sempre del Birrificio Lambrate - pi
tardi, la conversazione ripart sui giusti binari.
"Spesso le migliori soluzioni ai problemi si trovano con un bicchiere pieno davanti",
filosofeggi Radeschi.
Sebastiani sorrise. Si era slacciato la cravatta e finalmente appariva rilassato. Anche se
l'indagine era tutt'altro che finita. Restava da capire quale fosse la prossima mossa da compiere. Quella
risolutiva magari. Lo sperava soprattutto Radeschi, per confezionare un pezzo con il nome dell'omicida
che avrebbe sbaragliato la concorrenza.
Il cellulare del cronista si mise a squillare. Calzolari voleva sapere se c'erano sviluppi. Appena
Enrico lo prese in mano per rispondere, per, il vecchio Motorola si spense.
"Ora lo riconosco", osserv Sebastiani. "Mi sembrava impossibile che la carica durasse cos
tanto...".
Enrico annu e lo attacc alla corrente. Quell'arnese lo piantava in asso continuamente; questa
volta per gli aveva suggerito un'idea.
"I tabulati del cellulare di Paula ve li siete fatti mandare?".
Sebastiani scosse la testa.
"Come no. Li abbiamo richiesti ma ci vorr del tempo.  ferragosto anche per le compagnie
telefoniche: ci toccher aspettare".
"A meno che...".
Lo sbirro lo guard. Radeschi l'aveva gi fatto, ne era capace. La domanda era: ne valeva la
pena dato che era illegale?
Sebastiani si mostr possibilista.
"Non potremo usare queste informazioni per il processo...".
"Per quello ti farai mandare i tabulati ufficiali. Ora, per, io potrei accorciare i tempi d'attesa".
"In cambio di...".
"Dell'esclusiva sull'arresto".
"Scordatelo".
"La foto dell'omicida in manette. E una tua dichiarazione in esclusiva. Prendere o lasciare".
Sebastiani sospir.
"Prendo".
Radeschi con un sorriso a trentadue denti era gi schizzato alla tastiera mentre lo sbirro si era
rassegnato a carezzare il capoccione di Buk in attesa, al solito, che le alchimie informatiche del suo
amico si compissero.
Dopo un'ora di frenetica digitazione, finalmente qualcosa si mosse.
"Ci siamo", annunci Radeschi. "Ecco la lista delle chiamate effettuate e ricevute da Paula
nelle ultime ventiquattr'ore".
"Quante sono?"
"Diciotto".
"Troppe. Dobbiamo restringere il campo. Quante si ripetono?"
"Solo un paio".
"Bene. Partiamo da quelle. Puoi risalire agli intestatari?"
"Posso fare di meglio".
"Cio?"
"Incrocio i dati della compagnia telefonica con il database della motorizzazione civile; lo stesso
che quei bastardi usano per le multe, cos sapremo che auto guidano".
"Mi bastano i nomi dei due intestatari delle utenze".
"Ormai ci sono. Ecco uno  il compagno, Torti, e sappiamo gi che ha una Suzuki".
"E l'altro?"
"L'altro si chiama Gianpiero Villa e indovina che macchina ha?".
Radeschi era raggiante mentre lo diceva.
"Una Porsche?"
"Bingo!".
"Dammi l'indirizzo di questo tizio".
Cinque minuti pi tardi, Mascaranti era gi sotto casa di Radeschi con la volante.
Gianpiero Villa era uno abbastanza noto in citt. Un imprenditore sulla sessantina che abitava in
uno stabile signorile di viale Majno.
"Un cumenda", lo boll Radeschi.
"Proprio cos", conferm Sebastiani tenendo il telefono all'orecchio. "Dalla questura mi hanno
appena comunicato che ha anche il porto d'armi. E possiede una Tanfoglio regolarmente denunciata".
"Una delle due pistole...".
Mascaranti intanto li aveva portati a destinazione con il lampeggiante e la sirena ululante. In
capo a qualche minuto arrivarono anche altre auto della polizia e tutto il palazzo dove abitava Villa
venne circondato. Peccato che il sospetto non fosse in casa.
"Se l' squagliata?", domand retorico Mascaranti mentre si aggiravano nel grande
appartamento deserto.
Sebastiani non rispose. Il sigaro che vorticava sulle sue labbra raccontava gi abbastanza del
suo stato d'animo.
Ben presto arrivarono altre notizie su Villa: dalla questura, dai vicini, dall'ex moglie.
Sebastiani snocciol le informazioni stando in piedi nel centro dell'ampio salone al cospetto di
Radeschi e Mascaranti.
"Non  certo una pasta d'uomo. Divorziato dopo che la moglie l'ha beccato a letto con la
segretaria. Appassionato di armi, va regolarmente al poligono. E, dulcis in fundo, si sussurra che abbia
una passione per i travestiti...".
"Questo spiega le telefonate alla vittima".
"Esatto. Paula avr venduto a lui la pistola e le munizioni di Sivelli, per far cassa", azzard
Radeschi.
"Se avesse saputo per cosa le avrebbe usate...", comment Mascaranti.
"Perch fare una strage, per?"
"Lo ricattavano forse?".
Sebastiani scosse la testa.
"Non credo. A quanto pare tutti sapevano del suo vizietto. Anche i vicini. Ma lui se ne
fregava".
"Cosa allora?"
"Continuiamo a dare un'occhiata in giro e vediamo se troviamo qualcosa".
L'appartamento era enorme. Due stanze da letto, due bagni, un salone, uno studio, la cucina
grande quanto l'appartamento di Radeschi. Il giornalista si guardava intorno cauto. Non aveva il
permesso di toccare nulla. Solo di osservare. Se avesse visto qualcosa di sospetto doveva avvertire i
poliziotti. Questo il diktat di Sebastiani per permettergli di stare l.
A un certo punto capit davanti al bagno di servizio. Quello pi piccolo. E siccome gli scappava
ne approfitt. Certo quello non costituiva inquinamento delle prove. O s? In ogni caso, Radeschi se ne
fotteva. Mentre espletava le sue funzioni fisiologiche, il suo sguardo si pos sull'armadietto situato
sopra al lavandino. Fu un'intuizione.
Lo spalanc e si trov di fronte a uno spettacolo che aveva gi visto il giorno prima: scatole e
scatole di medicinali.
"Ti avevo detto di non toccare niente!", gli url Sebastiani irrompendo nel bagno.
"Guarda qui".
Lo sbirro gett un'occhiata dentro l'armadietto.
"E allora? Sono medicine, anch'io le tengo in bagno!".
Radeschi nel frattempo aveva recuperato sulla digitale la foto scattata a casa del viado.
"Guarda. Molte sono le stesse di Paula!".
"Quindi?"
"I risultati del tossicologico su Paula non sono ancora arrivati, immagino".
"Immagini bene. Sai che...".
"Che siamo a ferragosto e niente funziona! S, conosco il ritornello".
"Proprio cos, stronzetto. Non siamo a CSI. Per le analisi e l'autopsia, specialmente ora, non ce
la caveremo in qualche giorno. Forse neppure in qualche settimana...".
"Va bene, non ti scaldare. Vorr dire che faremo senza".
"Bravo".
"Ho bisogno di un computer".
Lo sbirro trattenne un gesto di stizza.
"Ho visto un portatile sulla scrivania dello studio".
Radeschi si era gi infilato nell'altra stanza, e senza chiedere ulteriori permessi l'aveva acceso.
"Siamo fortunati", spieg sotto lo sguardo tagliente dello sbirro. "Niente password e
collegamento a internet attivo".
"Cosa stai facendo?"
"Inserisco i nomi delle medicine che avevano sia Paula che il nostro cumenda e vedo cosa salta
fuori".
"Allora?"
"Allora quello che abbiamo trovato  il cocktail di medicinali che si prescrive a un
sieropositivo".
"Avevano l'AIDS! Lei deve averlo contagiato...".
"Gi e sai cosa significa?"
"Certo cervellone: significa movente. Ora per abbiamo un problema pi urgente: dove lo
troviamo secondo te?".
Radeschi sorrise e digit qualcosa sulla tastiera.
"Se sa che siamo qui - e con questo carnevale di lampeggianti e divise l sotto ormai l'ha capito
tutto il quartiere - credo ci sia solo un altro posto dove possiamo provare a cercarlo...".
"Dove?"
"Ecco qui".
Sebastiani si sporse a leggere l'indirizzo sullo schermo del portatile.
"Perch proprio l?"
" l'unica di turno in zona. Tutte le altre sono chiuse".
Sotto al sole accecante del mezzogiorno, la Porsche cabrio, nera e lucida, si ferm a due passi
dall'hotel Diana. Radeschi e Sebastiani si dividevano l'ombra di uno dei pochi alberi di porta Venezia,
dove una macchina come quella non dava certo nell'occhio. Loro per la notarono subito. Tenevano
d'occhio l'unica farmacia aperta del quartiere e l'auto si era fermata proprio l davanti.
Lo sbirro consult la foto segnaletica che teneva in mano.
" lui", conferm via radio, e subito Mascaranti e un altro sbirro, spuntarono dal nulla e
ammanettarono Villa.
Radeschi si avvicin e lo fotograf con il placet di Sebastiani. Gli accordi andavano rispettati.
Mentre lo portavano via, i due si avvicinarono all'auto. Quel gioiello non era di seconda mano,
si notava subito. Motore ancora accesso, il pieno di benzina e una valigia sul sedile del passeggero.
"Stava scappando".
"Gi. Gli mancavano solo le medicine che non poteva recuperare da casa sua".
"A quanto pare i soldi non fanno la felicit, caro Radeschi".
"Figurati la miseria".
Lo sbirro annu, poi osserv Enrico avvicinarsi alla sua Vespa.
"Vai a scrivere il pezzo?"
"Per quello mi rimane ancora mezza giornata; vista l'ora per avrei un'altra idea".
Cos dicendo sal in sella al Giallone e porse il casco di riserva che portava sempre con s a
Sebastiani.
"Sono due giorni che ho appuntamento con una cotoletta con l'osso".
"Sar aperto?"
"La Madonnina  sempre aperta per me, Loris".
"Ok, per vengo solo se alla milanese ci aggiungi un piatto di nervetti. Ne vado matto".

7. L'ENIGMA DEL VIOLINO
di Marcello Simoni.
Roma, palazzo Doria Pamphilj. 13 agosto 1791.

Il violino suonava ora languido ora furioso, con slanci di virtuosismo degni della passione di un
amante. La Follia di Arcangelo Corelli si librava tra le pareti del salotto, quasi cercasse di involarsi
attraverso le finestre affacciate sulla via del Corso. Per qualche istante Vitale Federici riusc ad
abbandonarsi alla melodia, indifferente all'afa serale e soprattutto alle occhiate roventi di Giulia
Carafa, che si ostinava a fissarlo con malizia, senza curarsi di dare spettacolo. D'altronde nessuno
pareva far caso a lei. Gli spettatori - tutti esponenti della nobilt romana - boccheggiavano per il caldo,
in attesa che l'esecuzione terminasse per ritirarsi nelle camere da letto o cercare frescura nel giardino
del palazzo.
Allettato dalla situazione, Vitale fu sul punto di incoraggiare la donna con un cenno galante e
invece fin per ignorarla del tutto, rivolgendo l'attenzione al violinista. Lo osserv ergersi solitario
dinanzi all'uditorio, una smorfia febbrile sul volto e le membra quasi contratte in uno spasimo. Ne
rimase affascinato, come gli capitava sovente quando si imbatteva in atteggiamenti somiglianti alle
crisi dei lunatici. In quei momenti rimuginava sulle teorie dello psichismo, interrogandosi sulla
possibilit di un'origine comune per la follia e la genialit. I movimenti frenetici dell'archetto parevano
voler confermare le sue supposizioni.
Tanto bast per farlo scivolare in uno stato di raccoglimento capace di distoglierlo dalla
chiusura della sonata. E quando d'un tratto non ud pi la musica, si accorse che i presenti si stavano
alzando dalle poltrone per lasciare la sala. Riprese il completo controllo dei sensi al risuonare di una
voce.
"Villano". Tra l'irritato e il divertito, Giulia avanz tra la piccola folla che sciamava verso
l'uscita e gli si par di fronte a braccia conserte. Ancora molto giovane, era gi alla rottura del terzo
fidanzamento per l'assoluta incapacit di mantenersi fedele. "Mi avete ignorata per tutto il tempo. Di
proposito, per giunta".
"Chiedo venia, madonna". Vitale si espresse con sottile ironia, ma pure con schiettezza. "Se
avessi ricambiato le vostre attenzioni, sarei stato causa di imbarazzo per entrambi". Da oltre un anno
era ospite della famiglia Doria Pamphilj, con l'ordine categorico di non allontanarsi da Roma e
soprattutto di seguire una condotta irreprensibile.
Bench contrariata, la donna dovette cogliere il sottinteso. "Prima o poi dovrete dirmi cosa vi
ha costretto ad abbandonare la vostra Urbino".
Lui si strinse nelle spalle. Non poteva certo rivelarle di essere stato esiliato dalla citt natale per
aver causato imbarazzi a un porporato, e neppure dirle che la sua decisione di proseguire gli studi
presso il Collegio Romano era un pretesto per motivare un soggiorno tanto prolungato nell'Urbe. "A
ognuno i propri segreti", ribatt laconico.
"Forse un amore infranto?".
Anche quello, pens Vitale, sorpreso dal ricordo di un volto di donna. Un volto che aveva
versato lacrime per la sua inettitudine a gestire gli affetti. Mascher le emozioni con un gesto ambiguo.
Giulia lo fiss intensamente, incapace di celare il desiderio. "Non importa. Me ne parlerete
stanotte, quando mi porterete visita".
Come la notte precedente e quella prima ancora. Nelle ultime due settimane, Vitale aveva
dedicato fin troppe attenzioni alla bella Giulia, al punto da temere di aver insospettito i suoi genitori,
che insieme a lei erano ospiti nella residenza dei Pamphilj per festeggiare la ricorrenza
dell'Assunzione. "Parlate piano, madonna", la preg, indicandole con discrezione un capannello di
persone dinanzi all'uscio. "Vostra madre potrebbe udirvi".
"Figurarsi", ribatt lei. " troppo impegnata a trastullarsi con il suo nuovo cicisbeo", e
congedandosi con un inchino, si accert di mettere in evidenza la scollatura per sottolineare l'invito.
Il grido risuon nel cuore della notte, destando di soprassalto tutta l'ala meridionale del palazzo.
Vitale balz sul letto con un sussulto, chiedendosi se quel rumore fosse uscito da un incubo o dalla gola
di un uomo in carne e ossa. Asciugandosi il sudore dalla fronte, si volt alla propria sinistra, verso
Giulia che giaceva in un groviglio di ombre e coperte, e intravedendo la sua espressione appagata fu
tentato di credere alla prima ipotesi.
"Non avete udito nulla?", le chiese, tendendo l'orecchio.
"Forse", bisbigli lei, stiracchiandosi come una gatta.
"Un urlo".
"Non agitatevi, mio caro, fa troppo caldo... Di certo proveniva dalla strada".
Vitale fece per ribattere, ma d'un tratto ud un rumore di passi lungo i corridoi del palazzo.
Diverse persone si muovevano in fretta. Sempre pi curioso, scese dal letto e accost l'orecchio al
battente dell'uscio, cogliendo esclamazioni e frasi allarmate. Doveva essere accaduto qualcosa di
grave. A quel pensiero, rivolse un'ultima occhiata all'amante, una sagoma inquieta nella notte, poi
raccolse le brache da terra e accese una bugia.
"Dove andate?", chiese Giulia, ormai del tutto sveglia.
"Restate qui", si raccomand lui, abbottonando la camicia alla bell'e meglio. Poi usc dalla
stanza.
Una decina di persone, ospiti in abiti da notte e guardie del palazzo, si era radunata davanti
all'ingresso di una stanza del secondo piano. Vitale giunse in tempo per ascoltare i loro discorsi. Pareva
che il grido fosse uscito da l. Anzi, le grida. Erano state due, di intensit decrescente. Lo sosteneva
una nobildonna avvizzita alloggiata nella camera attigua, ancora mezza morta per lo spavento.
"Sembrava il verso di una bestia", squittiva, stringendosi nella vestaglia nonostante il caldo umidiccio.
"Uno di quei grossi uccelli da preda, ma pi acuto...".
Dopo averla ascoltata, una guardia buss ripetutamente al battente ma non ottenne risposta.
"Chi alloggia qui dentro?", volle sapere.
"Il violinista", rispose uno dei presenti, mentre il soldato si ostinava a battere il pugno contro la
porta.
Vitale segu la scena mantenendosi in disparte e covando un oscuro presentimento. Inutile
continuare a bussare, si disse. Chi prima grida e poi non si palesa all'uscio, o  fuggito o non ha pi
fiato in corpo. Sempre che non sia impedito a muoversi, pens poi. "Forse  stato colto da un malore",
esclam d'un tratto. "Aprite la porta!".
"Non posso", ribatt la guardia. " serrata".
In quel mentre giunsero altre persone: il principe Andrea IV Doria Pamphilj, padrone di casa,
accompagnato da una coppia di servitori. "Cosa accade?", chiese trafelato, illuminando i presenti con
una piccola lanterna. Doveva aver corso per i corridoi di mezzo palazzo, attraversando l'ala nobile in
pantofole e vestaglia. Ma anche cos serbava un aspetto virile, con i suoi mustacchi neri e il fisico
asciutto da spadaccino.
"Pare siano provenute della grida da qui dentro, eccellenza", spieg il soldato. "Ma la porta 
serrata".
"Ebbene, usate il passepartout", esclam il Pamphilj, invitando il maggiordomo a porgergli una
lunga chiave.
"Inutile", grugn la guardia, dopo aver tentato di infilarla nella toppa. "La serratura  ostruita,
forse dalla chiave infilata dall'altro lato".
"Allora forzatela", insistette il principe, in un crescendo di impazienza. "Ve lo ordino".
Il soldato annu e, con l'aiuto di un commilitone, sfond il battente a suon di spallate. Al cedere
dei cardini, si trov quasi proiettato dentro la stanza. Mantenne l'equilibrio aggrappandosi allo stipite e
si sofferm sull'uscio, mentre una smorfia di sconcerto gli si dipingeva sulla faccia.
Dall'interno si propagava un barlume giallognolo. A parte ci, Vitale non riusc a scorgere
altro, ma le esclamazioni esterrefatte di chi stava davanti a lui lo spinsero a farsi largo verso l'ingresso.
Non gli fu difficile, dato che fra tanti curiosi nessuno sembrava volersi decidere a entrare per primo.
Quando varc la soglia, si trov in una camera da letto illuminata a giorno da candele e lampade a olio,
con il giaciglio ancora intatto e il resto della mobilia perfettamente in ordine. Agostino Sperti,
musicista di circa trent'anni con i lineamenti da efebo, sedeva su una poltrona al centro della stanza.
Ancora vestito di tutto punto, cos com'era apparso durante la sua ultima esibizione, teneva le dita
aggrappate ai braccioli e la testa piegata all'indietro, la bocca spalancata e le palpebre strette in una
smorfia di dolore. La pelle aveva gi assunto una colorazione grigiastra, il corpo la rigidit di un
animale imbalsamato.
"Fulminato da un malore".
Vitale si volse di scatto, accorgendosi di avere dietro di s il principe Andrea. Not la sua fronte
imperlata di sudore e si rese conto che in quella stanza si moriva dal caldo. Fu allora che not le
finestre, tutte sprangate. "No, qualcosa non torna", disse, pervaso dal dispiacere per un giovane che
non conosceva di persona, ma di cui aveva potuto apprezzare il talento. Un giovane dotato, proprio
come lui, capace di farsi strada nel mondo puntando soltanto su se stesso. Ma se le doti dello Sperti
avevano trovato sbocco nella musica, quelle di Vitale erano versate a ben altra materia. Il suo acume
provava piacere nello sciogliere ogni enigma ritenuto insolvibile.
Il Pamphilj trov la prontezza di ribattere: "Spiegatevi, signor Federici".
" solo una congettura, eccellenza", anticip il giovane. "Pare che prima di morire, il violinista
si sia asserragliato qui dentro, come se temesse qualcosa".
"L'ho notato anch'io, ma se fosse come dite, ci troveremmo dinanzi a un omicidio". Il
nobiluomo si adombr. "La porta per era serrata dall'interno. Se qualcuno avesse ucciso lo Sperti,
l'avremmo trovato ancora dentro la stanza. Non siete d'accordo?".
Bench irritato dal sentirsi trattare come un ingenuo, Vitale fren l'orgoglio e si strinse nelle
spalle. "Non  da escludere che la situazione sia pi complicata di quanto appaia".
"Al contrario,  tutto fin troppo chiaro. Il poveretto dev'essere morto per un'indisposizione
improvvisa, magari dovuta al caldo. E consentitemi di dirlo, signor Federici, siamo di fronte a una
tragedia. Mastro Agostino era nostro ospite su raccomandazione di Sua Santit in persona, che lo
teneva in grande stima per via del suo talento".
Vitale sapeva bene quanto fosse inutile insistere senza il supporto di prove certe. Tanto valeva
tacere e guardarsi intorno, per farsi un'idea di cosa potesse essere accaduto fra quelle mura. Fu come
uscire da una sorta di letargia. Dopo circa due anni di vita ordinaria, dedita allo studio e alle avventure
amorose, si sent stimolato dal trovarsi di fronte a un evento misterioso, anche se in presenza di un
cadavere. Pareva che Agostino Sperti, una volta entrato in quella camera, non si fosse curato nemmeno
di sdraiarsi sul letto. Le coperte sarebbero rimaste perfettamente intatte se non fosse stato per il violino,
riposto sul guanciale. Era lo stesso violino usato poche ore prima per eseguire con maestria la Follia
del Corelli. A giudicare dalla lavorazione e dalla verniciatura, si trattava di un oggetto di notevole
pregio. La custodia era rimasta aperta sul pavimento, ai piedi del letto, come se il musicista fosse stato
in procinto di riporlo, per poi cambiare idea.
Oltre ad accendere le luci e a sprangare porta e finestre, sembrava che lo Sperti non avesse fatto
nient'altro prima di sedersi sulla poltrona dove era stato trovato morto. Non si era tolto la giacca della
marsina, n le scarpe, n tantomeno la parrucca, nonostante il caldo soffocante di quella notte d'estate.
Se avesse davvero sofferto l'afa, avrebbe per lo meno tentato di spogliarsi, e invece... All'improvviso
Vitale scorse qualcosa sul cadavere e si avvicin per osservare meglio quello che pareva un livido sotto
il mento. Strano, si disse. Poche ore prima non l'aveva notato. Era sul punto di farlo presente al
principe Andrea e alle guardie quando, al pari di tutti i presenti, fu colto di sorpresa dall'ingresso di una
giovane donna.
Avvolta in un elegante abito da notte, Giulia Carafa attravers la stanza come se niente fosse e
guard il cadavere senza tradire il minimo sussulto. Sembrava incuriosita e al tempo stesso indifferente
all'orrore della morte, infine si diresse verso il letto e si sedette.
"Madonna, cosa ci fate qui?", la rimprover il Pamphilj, incredulo. "Non  luogo adatto a una
signora, questo, specie se non indossa gli abiti per mostrarsi in pubblico".
"Ho udito del trambusto", si giustific Giulia, rivolgendo un'occhiata di sfida a Vitale. "So
bene che avrei dovuto restare in camera mia, ma ero sola e mi sono spaventata. Volevo sapere cosa
fosse successo".
"Ebbene, ora sapete". Il nobiluomo le indic l'uscita. "Esigo che ve ne andiate. Subito".
Ben lungi dal mostrarsi intimidita, la donna esit a obbedire. "Nessuno mi accompagna?". La
sua voce risuon esageratamente drammatica. "Entrando, vi ho sentito parlare di omicidio. E al solo
pensiero di ripercorrere tutta sola i corridoi del palazzo...".
"Nessun omicidio, ci mancherebbe!", la interruppe il Pamphilj, irritato.
Vitale comprese l'imbarazzo del padrone di casa. La morte del violinista rappresentava di per s
una disgrazia a cui dover far fronte. Se poi fossero seguite voci su delitti commessi nel palazzo, il
principe sarebbe stato oggetto di chiacchiere e sospetti, con ripercussioni pi o meno gravi sulla sua
reputazione. Ecco perch si era mostrato restio a formulare ipotesi sulla morte dello Sperti, tagliando
corto con il discorso del malore. La nobilt di Roma, come quella di ogni altra parte del mondo, era pi
propensa a salvarsi la faccia che a pescare nel torbido. A quel punto Vitale si sent chiamare in causa e
fiss d'istinto Giulia, poi il Pamphilj.
"Ebbene, signor Federici", stava dicendo il principe, "acconsentireste ad accompagnare
madonna Carafa nelle sue stanze?"
"Ma io...", farfugli, colto alla sprovvista. Avrebbe preferito trattenersi, per continuare a
curiosare.
"Avete qualcosa da obiettare?", ribatt Giulia, mettendo il broncio.
"Assolutamente no. Forse, per, sarebbe pi sicuro farvi scortare da una guardia", propose
Vitale.
"Corbellerie". Il principe lo scrut torvo, lasciando intendere parole molto meno cortesi.
Toglietevi dai piedi, parve suggerirgli, e smettete di accennare a pericoli inesistenti.
Nel frattempo la donna, irritata dal titubare dell'amate, raccolse il violino dal capezzale e se lo
pose in grembo, iniziando a pizzicare le corde. Di fronte a quel gesto, Vitale prov un improvviso
disgusto. Quello strumento era l'estensione di un corpo appena morto, l'arto acquisito che aveva reso lo
Sperti un grande musicista. Trattarlo con simile trascuratezza gli parve quasi una profanazione, oltre a
infondergli un senso di macabro. E, al pensiero che una creatura dai lineamenti tanto soavi non
riuscisse a rendersene conto, si chiese se la bellezza non fosse altro che un inganno della natura per
farsi beffe del genere umano. "Suvvia, madonna, lasciate stare quel violino", disse con freddezza,
facendole cenno di seguirlo.
Tutta soddisfatta, Giulia depose lo strumento nella custodia e si avvi con lui.
Vitale prese congedo dai presenti e fece strada con passo pesante, combattuto tra l'umiliazione
e il disprezzo. La donna era venuta a riprenderlo come un cagnolino smarrito, per riportarlo nella sua
alcova senza curarsi del disagio che avrebbe potuto procurargli. Non c'era da stupirsene. Che Giulia
Carafa fosse un'aristocratica viziata e possessiva, Vitale l'aveva compreso dal primo momento e in
parte ne era rimasto affascinato. Ma dopo aver notato la sua mancanza di tatto persino di fronte alla
morte, giur a se stesso di non giacere mai pi con una femmina arida di sentimenti.
La luce intensa del mattino si insinu tra le finestre della camera da letto. In seguito agli eventi
della notte, Vitale non era riuscito a chiudere occhio. Aveva accompagnato Giulia nella sua stanza per
lasciarla di nuovo sola, senza darle spiegazioni, poi si era ritirato nel proprio alloggio senza trovare
pace. Aveva continuato a rigirarsi tra le coperte, tormentato dal caldo e dal pensiero della morte del
violinista, finch non era scivolato in un tedioso dormiveglia che l'aveva accompagnato fino all'alba.
Fu allora che sent bussare alla porta.
Si alz dal capezzale e rimase seduto ai bordi del letto per opporsi a un senso di vertigine,
cercando di abituarsi all'aria calda che penetrava dalla finestra. Frattanto il percuotere persisteva,
accompagnato da una voce robusta: "Signor Federici! Signor Federici!".
Incapace di comprendere tanta premura, Vitale si diresse verso la porta e l'apr. Gli si par di
fronte una guardia. "Signor Federici, siete convocato al cospetto del principe".
"Cos di buon'ora?". Vitale scrut l'uomo con disappunto. "E per quale ragione, di grazia?"
"Vestitevi in fretta, eccellenza", insistette il soldato. "C' stato un altro decesso".
Vitale fu scortato in un'anticamera dell'ala nobile comunicante con lo studio del principe
Andrea. Si accomod su una sedia priva di braccioli, piuttosto scomoda, e attese in presenza di due
soldati di essere convocato. Conosceva bene simili espedienti. Era improbabile che il Pamphilj avesse
valide ragioni per farlo attendere come un postulante, se non quella di metterlo in soggezione e di
innervosirlo. Restava da comprendere il perch di quel trattamento.
Ingann l'attesa studiando il grande quadro che campeggiava di fronte all'ingresso dello studio.
Vi era ritratto un anziano signore vestito di scuro, austero ma elegante, con una mano a riposo sull'elsa
della spada e le labbra tirate in un'espressione inquieta. Alle sue spalle, un mare in burrasca veniva
solcato da una galea da guerra con l'insegna dell'aquila nera. Era Andrea Doria, l'ammiraglio genovese
che pi di due secoli prima aveva combattuto contro il corsaro turco Khayr al-Din Barbarossa. Il
ritratto di quel lontano avo valeva da monito per i visitatori, lasciando intendere che la casata dei Doria
Pamphilj, oltre ad aver dato a Roma un papa e fior di cardinali, serbava la tempra di un principe del
mare.
"Potete entrare", disse una guardia, al palesarsi di un valletto all'ingresso dello studio.
Vitale varc la soglia, ignaro di cosa lo aspettasse. Nonostante ci, prov una piacevole
sensazione nel trovarsi in un ambiente circondato da scaffali di libri. A suo giudizio, quella biblioteca
parlava della famiglia Doria Pamphilj assai meglio di qualsiasi ritratto, distinguendosi per la scelta
coraggiosa di annoverare le edizioni a stampa delle opere di Goethe, Voltaire e altri pensatori malvisti
dalla Chiesa. I mari di carta e inchiostro, a volte, potevano rivelarsi pi insidiosi di quelli infestati dai
corsari.
Il principe Andrea stava in piedi di fronte a un'ampia finestra, in maniche di camicia e gilet, con
la mano destra posata sul fianco allo stesso modo in cui l'ammiraglio Doria accarezzava l'elsa della
spada. Lo sguardo tradiva un umore burrascoso, bench predominasse il risentimento. "Parlatemi di
questa notte", esord, senza voltarsi.
Colto alla sprovvista, Vitale si ferm a met inchino. "Eravamo insieme, eccellenza", disse,
omettendo di rispondere a un saluto che non gli era stato rivolto. "Abbiamo visto le stesse cose".
"Davvero?". Il principe us un tono eccessivamente cupo. Dovette accorgersene, poich schiar
la voce nel tentativo di addolcirla. "Davvero?", ripet.
"Chiedo venia, ma il sottinteso mi sfugge".
"Ebbene, sar pi esplicito. Cosa avete fatto dopo esservi allontanato dalla stanza dello Sperti?"
"Ho accompagnato madonna Carafa, come da voi richiesto".
A quel punto il Pamphilj si volt, puntandolo come uno sparviero. "E poi?".
Vitale fiut l'insidia, ma evit di tentennare. "Ho preso congedo anche da Giulia, quindi mi
sono diretto nel mio alloggio".
"Giulia". Il principe pronunci quel nome come se si trattasse di una violazione al galateo.
Soltanto Giulia. Nessuna madonna Carafa, nessuna eminenza o altro titolo pomposo. Soltanto un nome
che trasudava intimit. "Prima di congedarvi da lei, so che siete entrato nella sua stanza".
Il giovane avvamp. "Eccellenza, non  come pensate...".
"Tacete". Il Pamphilj si diresse verso un mobile a scomparsa ed estrasse un indumento. "La
riconoscete?". Era la giacca di una marsina. " stata trovata nelle stanze di madonna Carafa".
"Non saprei", disse Vitale, ben coscio di mentire.
Il nobiluomo gli rivolse un'occhiata inquisitoria, poi frug in una tasca della giacca per estrarre
un libricino. "Le Meditationes di Cartesio, edizione di Amsterdam". Lo apr alla prima pagina. "Il
frontespizio reca una dedica a vostro nome, da parte di un certo professor Lamberti".
Nella mente di Vitale balen una frase. "Il dubbio  l'origine della saggezza". Le parole che
l'avevano fatto innamorare della filosofia, molti anni prima, quando era un orfano di dieci anni al
cospetto di un frate scolopio. "Avete ragione, eccellenza", rivel, ormai persuaso dell'inutilit di
mentire. "Il libro  mio, come pure la giacca che mi avete mostrato. Li ho dimenticati ieri notte
nell'alloggio di madonna Carafa... Prima della morte del violinista, per l'esattezza".
La fronte del principe Andrea si aggrott. "Eravate amanti?".
Il giovane annu, e nel tentativo di vincere l'imbarazzo prov a cambiare discorso. "Lasciate
che esprima il mio sconcerto, illustrissimo. Pensavo mi aveste convocato per parlarmi di ben altro. Un
secondo decesso, mi  stato riferito, e invece... Un attimo! Eravate?", esclam d'un tratto, perdendo il
filo del discorso. "Per quale ragione vi siete espresso al passato? Non mi direte che...". Fu folgorato da
un pensiero, un dubbio terribile, e per poco non cadde in ginocchio. Si port le mani alle tempie, quasi
per trattenere un violento intrecciarsi di fantasie, mentre il cuore e il respiro parvero fermarsi. No, non
era possibile! Non poteva essere!
Il Pamphilj gli rivolse un sorriso amaro. Le sue parole lo ferirono come colpi di frusta. "Invece
s, purtroppo. Sua madre le ha portato visita all'alba, come di consueto. Credeva dormisse
profondamente, ma nel posarle la mano sul petto non ha sentito battiti... Morta nel sonno, nel fiore
degli anni".
Vitale era diviso tra il senso di rifiuto e la nausea. Giulia... Giulia! Ramment le ultime parole
che le aveva rivolto e la superficialit con cui l'aveva giudicata, sentendosi l'uomo pi crudele del
mondo. Nel frattempo la voce del principe continuava a tormentarlo, priva di inflessioni emotive, senza
lasciargli il tempo di accettare la scomparsa di quella splendida donna piena di difetti.
"Il motivo per cui vi ho convocato  duplice". Il nobiluomo fece una pausa, e con uno slancio di
indignazione gli diede un leggero schiaffo. "Non c' tempo per cedere al dispiacere, ho bisogno che mi
ascoltiate! Ci siamo intesi?".
Scosso da quel gesto, il giovane annu.
"Molto bene, signor Federici", continu il Pamphilj, tornando vicino alla finestra. "In questi
mesi ho avuto modo di apprezzarvi, notando in voi un talento spiccato nel riconoscere i legami tra
causa ed effetto, anche nei casi pi bizzarri. Spero possiate mettere un simile talento al mio servizio,
offrendomi un parere sull'accaduto".
Come tutti gli aristocratici, il principe Andrea mostrava il suo vero carattere soltanto in privato,
in assenza di testimoni. Vitale non pot evitare di rammentare l'atteggiamento sbrigativo ostentato la
notte precedente, trovandolo quantomeno contraddittorio con quell'improvviso interesse sui decessi.
"Non posso pronunciarmi con certezza senza aver svolto delle indagini". Si sforz di mantenersi ritto,
e di scacciare l'immagine del volto di Giulia dalla testa, ma fu costretto a interrompersi per asciugare le
lacrime. "D'altro canto, converrete con me che le due morti devono essere collegate".
"Sono d'accordo, anche se avr difficolt a spiegarlo ai gendarmi del papa. Questi decessi si
sono verificati in casa mia, non dimenticatelo. Capirete dunque quanto mi prema trovare una
spiegazione logica in via ufficiosa, e nel pi breve tempo possibile".
"Vi comprendo, eccellenza, e sar ben lieto di mettermi al vostro servizio. Per ci vorr del
tempo, dato che al momento non possiedo elementi sufficienti per farmi un'idea. Una simile attesa
potrebbe causarvi qualche imbarazzo".
Il Pamphilj annu. Parve sul punto di aggiungere qualcosa, ma fren la lingua. A giudicare dalla
sua espressione, Vitale avrebbe scommesso che stava per dire "Anche a voi". Quindi lo fiss
intensamente, intuendo che ci fosse dell'altro. "Non  soltanto per il mio acume che mi trovo al vostro
cospetto, dico bene?"
"Avete colto nel segno, signor Federici. Vi ho convocato anche per informarvi che siete
sospettato dell'omicidio di Giulia. Io vi conosco abbastanza da essere persuaso della vostra innocenza,
ma la famiglia Carafa pretende che siate messo agli arresti ed esposto a giudizio".
"Assurdo! Perch mai?"
"A quanto pare, siete stato l'ultimo a vederla in vita".
"Non potete mettere a tacere le accuse?"
"Soltanto per un giorno.  il tempo che vi resta per scoprire la verit, e scagionarvi".
Il corpo del violinista giaceva su un catafalco di marmo, nella cappella privata dei Pamphilj,
con gli abiti della sera prima ancora indosso e il volto coperto da un panno di lino. Non avrebbe potuto
restare in quel luogo per molto tempo ancora, dato che il calore estivo iniziava gi a corromperlo.
"Sarebbe bene esaminare anche la salma di madonna Carafa", disse Vitale, cercando di mettere
da parte le emozioni. "Per cogliere eventuali punti di comunanza, intendo. O se non altro, per porgerle
un estremo saluto".
"Impossibile", ribatt il principe Andrea, appoggiato a un bastone da passeggio. "I genitori
l'hanno reclamata per deporla nella cripta di famiglia".
"Voi l'avete vista?"
"In tutta sincerit, non ne ho avuto occasione. Dobbiamo fidarci di quanto ci  stato riportato.
All'apparenza, il decesso  avvenuto senza traumi. Nessun segno di violenza, nessuna traccia di
intrusione nella camera da letto... A parte la vostra, naturalmente".
"Non avrei mai potuto farle del male. Inoltre, quale ragione avrei avuto?"
"Comunque sia, la famiglia sostiene il contrario. La madre mi ha confidato che eravate
ossessionato da lei".
Vitale evit di commentare e si accost al cadavere, riprendendo l'esame da dove l'aveva
interrotto quella notte. Dopo un breve silenzio, si rivolse di nuovo al Pamphilj. "Gradirei un vostro
parere sulla chiazza scura sotto il mento".
"Quale chiazza?". Aiutandosi con la punta del bastone, il nobiluomo sollev il panno che
copriva il volto dello Sperti. "Ah, quella. Sembrerebbe un livido".
"In principio lo pensavo anch'io".
"Siete giunto a conclusioni differenti?"
"Non sono un medico, ma so per certo che un livido tanto esteso tende a scurirsi soltanto dopo
un iniziale gonfiore. Un gonfiore che non mi  parso di scorgere ieri, durante l'ultima esibizione dello
Sperti. Inoltre...", e indic la mano sinistra della salma, indirizzando l'attenzione del principe verso i
polpastrelli. Recavano macchie dello stesso colore.
Il Pamphilj ne parve molto stupito. "Davvero singolare, non avevo fatto caso neppure a quelle".
"Le ho appena notate anch'io", rivel Vitale. " naturale non averle viste prima. Quando
abbiamo trovato il cadavere, aveva i polpastrelli rivolti verso il basso".
Il nobiluomo gir intorno al cadavere, per controllare la mano destra. "Sono presenti anche qui,
ma meno evidenti". Incroci le braccia, pensieroso. "A vostro giudizio, simili macchie potrebbero
collegarsi al decesso?".
Vitale ne era convinto, ma non sapendo ancora di cosa si trattasse, ritenne opportuno non
sbilanciarsi. "La loro presenza  quantomeno sospetta, non credete? Prima di abbandonarmi a
congetture, tuttavia, vorrei farmi un quadro pi preciso", rispose. "Mi avete detto poc'anzi di aver fatto
perquisire la stanza del violinista. I vostri uomini hanno trovato qualche traccia utile?"
"Nulla di interessante, a quanto mi  stato riferito".
"Anche un banale dettaglio potrebbe rivelarsi prezioso".
"Lo Sperti possedeva soltanto abiti e spartiti musicali. Nella sua stanza non c'era nulla fuori
dall'ordinario".
"E addosso al corpo?", chiese Vitale. "L'avete fatto perquisire?"
"A dire il vero, non ne ho visto il motivo. Mi sono limitato a ordinare di trasportarlo fin qui, in
attesa delle esequie".
"Non sempre l'etica e la logica vanno di comune accordo, eccellenza. Vi rincrescerebbe se
controllassi almeno le tasche? Tanto per non lasciare nulla di intentato".
Il Pamphilj parve contrariato, poi si strinse nelle spalle. "Fate pure, se credete, bench me ne
sfugga l'utilit".
L'utilit era un concetto relativo, consider Vitale, mentre esaminava gli abiti di Agostino
Sperti. Indossava un completo a frac, secondo la moda degli ultimi tempi. Usando discrezione,
controll prima le tasche esterne della giacca, trovandole vuote, poi quelle interne. Fu da l che estrasse
un biglietto stropicciato. Riportava una breve annotazione: "Da rendersi al mastro Angelo De Rub".
"Angelo De Rub", mormor. "E chi sarebbe mai?"
" evidente che conosciate ancora poche cose di Roma", replic il Pamphilj. "Si tratta di un
liutaio piuttosto rinomato".
Senza smettere di fissare il biglietto, Vitale medit su quelle parole. Era soltanto una
sensazione, ma avvertiva qualcosa di sbagliato, come se fosse entrato in una stanza e avesse trovato un
mobile palesemente fuori posto. Perch mai lo Sperti avrebbe dovuto consegnare qualcosa a un liutaio?
Anzi, non "consegnare" ma "rendere". Si trattava dunque di un oggetto non di sua propriet. Un
oggetto prezioso, per giunta, altrimenti non si sarebbe disturbato a scrivere un promemoria. E mentre
iniziava a tracciare il profilo di un'ipotesi, il suo sguardo si spost dal biglietto alle macchie sotto il
mento e sui polpastrelli. "Ecco l'elemento che mancava!", esclam d'un tratto. "Ora so cosa fare".
Il principe lo guard basito. "Spiegatevi".
"Come detto poc'anzi, preferirei farlo soltanto dopo aver maturato delle certezze. Ma perch
questo sia possibile, ho bisogno del vostro permesso per uscire dal palazzo".
"Sta bene, ma non andrete senza scorta".
"Do la mia parola che non tenter di fuggire".
"Pu anche darsi, ma preferirei che gli uomini dei Carafa non vi trovassero solo per strada.
Meglio che andiate con Cosimo, una delle mie migliori guardie". E cos dicendo, il principe Andrea
indic un giovane sgherro armato di pistola e pugnale che attendeva all'ingresso della cappella.
"Ve ne sono grato, eccellenza", concluse Vitale. "Ora manca soltanto che mi procuriate un
certo oggetto".
La via dei Leutari correva sotto l'arsura di mezzogiorno dalla piazza dei Parioni alla parrocchia
di San Lorenzo in Damaso. Vitale dovette percorrerla per intero, aggirandosi per oltre mezz'ora tra i
portoni dei palazzi e le botteghe dei violinari, finch non trov quella di Angelo De Rub. Chiese a
Cosimo di attenderlo in strada e varc l'ingresso. L'interno era ombroso, pervaso da una frescura
aleggiante di polvere che odorava di legno e di vernice a olio. Le pareti erano ricoperte di violini appesi
per il manico, alcuni lucidi, con le volute a chiocciola e le f ai lati del ponticello, altri incompleti, simili
a scheletri di legno. Vitale si guard intorno, quindi si diresse verso un tavolo da lavoro, dove un
ometto completamente calvo era intento ad accordare un sordino1.
L'artigiano alz un sopracciglio, accennando un saluto. "Un attimo di pazienza e sono da voi",
mormor, avvitando un bischero del cavigliere. Pizzic una corda un paio di volte, tendendo l'orecchio
con attenzione, quindi annu tra s e ripose lo strumento sul tavolo.
"Ebbene?", chiese, andando incontro al visitatore. "Come posso servire vossignoria?"
"Dipende", rispose Vitale. "Siete voi Angelo De Rub?"
"Il figlio". L'ometto gli si par di fronte, rivelandosi molto pi giovane di quanto non fosse
apparso da lontano. "Mio padre  spirato un decennio fa, ma continuo a usare il suo nome per
abitudine, anche se ormai lavoro soltanto come accordatore". Si guard intorno con aria malinconica,
mostrando gli strumenti appesi alla parete. "Una volta, qui, si fabbricavano violini... E che violini! Ma
scusate se divago... Non vedo cosa possa importare a voi di questa storia, dato che non siete musicista".
"Come fate a dirlo?"
"Vi portate appresso quella custodia di violino come se fosse un fardello. Un musicista - uno
vero, intendo - non la lascerebbe mai pendere come un insaccato, rischiando di sbatterla qua e l".
Il giovane fu colpito da quella semplice deduzione, raccomand a se stesso di ricordarsene.
Comprendere una persona in base al rapporto con gli oggetti che possedeva gli sarebbe potuto tornare
utile, prima o poi. "Infatti il violino non  mio", rivel. "Era tenuto in custodia da una persona che si 
rivolta a voi di recente". Lasci trascorrere qualche istante per incuriosire il liutaio. "Parlo di mastro
Agostino Sperti".
"Ah, me ne rammento.  passato ieri, nel pomeriggio", conferm l'ometto. "Mi aveva
commissionato una pulitura e una muta completa delle corde. Spero non ci siano lagnanze".
"Se la mettete sul piano delle vostre maestranze, il violino  in perfette condizioni. Non si pu
dire altrettanto del musicista, per".
Il De Rub aggrott la fronte.
"Deceduto stanotte", spieg Vitale, aprendo le braccia.
"Parlate sul serio?". Il liutaio lo fiss con occhi sbarrati, poi si batt la mano sulla fronte e prese
a camminare avanti e indietro per la bottega. "Oh, quel bravo giovane! Quanto mi rincresce... Se ne
vedono pochi di cos dotati, ultimamente...". Poi si ferm, rivolgendosi di nuovo al visitatore. "Ma di
grazia, cosa vi ha spinto a recarvi nella mia bottega con il suo violino?"
"Non ho mai detto che fosse suo". Vitale fiss il De Rub, ripercorrendo mentalmente le proprie
supposizioni. "Al contrario, lo Sperti intendeva rendervelo. Sono qui per rispettare le sue ultime
volont".
Il liutaio parve contrariato. "Chiedo scusa, eccellenza, ma mi sembra un'assurdit. Ne siete
sicuro?"
"Non del tutto, a dire il vero. Gradirei per l'appunto una vostra conferma".
"In tal caso, ve la do seduta stante. Quel violino  dello Sperti".
"Ma non l'avete neppure guardato!", obiett Vitale, fingendosi meravigliato.
"Riconosco la custodia, abbiate fede. Chi fa da anni questo mestiere...".
"Non  detto che la custodia contenga lo stesso violino di cui parlate".
"Ora non ho tempo".
"Soltanto un'occhiata!  pur sempre l'ultima volont di un uomo morto".
"Ma io...".
"Insisto".
Borbottando tra s, il De Rub si arrese, prese la custodia e la pos su tavolo, aprendola con
riguardo. All'interno c'era il violino riposto la notte precedente da madonna Carafa.
"Superbo strumento", disse il liutaio. "Cremonese, senz'ombra di dubbio.  opera di Guarnieri
del Ges. Vedete, eccellenza? Ammirate l'intaglio ardito delle chiocciole, il riflesso soffuso della
vernice sull'abete rosso... Da ogni dettaglio trapelano il genio e il carattere di un artista che super lo
Stradivari in persona. E la voce...".
"La voce l'ho udita", tagli corto Vitale. Aveva l'impressione che l'artigiano divagasse di
proposito, per evitare di estrarre lo strumento dalla custodia. Nel frattempo vedeva la sua testa calva
diventare sempre pi lucida di sudore, le mani agitarsi nervose. Decise di forzare i tempi con una
piccola menzogna. "Cosa mi dite invece degli aloni sulla cassa armonica e lungo il manico?"
"Quali aloni?"
"All'ombra si scorgono appena, ma se provate a toccare...".
L'uomo fece per sfiorare lo strumento, ma titub, mordendosi le labbra. "Ebbene...".
"Che c'?"
"Ebbene, eccellenza... Io non...".
Il giovane gli si appress e richiuse la custodia con uno scatto, costringendolo a indietreggiare.
"Non lo sfiorereste neppure con un dito, dico bene?"
"Sissignore", rispose il De Rub, sospirando di sollievo.
Ormai sicuro dei propri sospetti, Vitale lo fronteggi minaccioso. "Me ne spiegherete il motivo,
altrimenti far entrare la mia scorta, che attende qui fuori. E per vostra informazione, non  un uomo
educato quanto lo sono io".
Il liutaio continu a indietreggiare, rischiando di inciampare. Adesso il suo volto era coperto di
sudore e congestionato dalla paura. "Il violino  avvelenato", confess. " stato asperso di una
sostanza che uccide al semplice tocco".
Vitale lo afferr per il bavero. "Una sostanza... L'avete applicata voi?"
"No, eccellenza. Per carit! Io sono un semplice liutaio".
"Chi allora?"
"Un uomo con il viso coperto da una maschera, giunto nella mia bottega due notti fa". La voce
del De Rub tremava, gli occhi frugavano in ogni dove, tradendo il desiderio di fuggire. "Ha spalmato la
sostanza sul violino con dei guanti particolari, e mentre la lasciava asciugare si  raccomandato di non
farne cenno al proprietario dello strumento, qualora si fosse presentato per ritirarlo. Mi ha minacciato,
capite? Ha promesso che se ne avessi fatto parola con qualcuno...".
Bench si trovasse di fronte al responsabile della morte di Giulia, Vitale prov piet per lui.
Quasi si vergogn di s, e cel quel sentimento dietro uno sguardo sospettoso. "Quanto dite
corrisponde al vero?".
L'artigiano si mise in ginocchio con le mani giunte. "Ogni singola parola, ve lo giuro! Cos
come  altrettanto vero che questo violino non appartiene ad Agostino Sperti. Ho mentito, mi dispiace".
Fece una piccola smorfia di sprezzo. "Lo Sperti ne possedeva uno di fabbricazione romana, di qualit
pi modesta. Un'opera del Platner".
"Dunque avete scambiato gli strumenti".
"Quando lo Sperti  venuto a ritirare il suo violino, gli ho semplicemente detto che non avevo
avuto tempo di sistemarlo, cos gli ho prestato quello avvelenato. Se n' andato ben contento di poter
suonare un Guarnieri del Ges alla presenza del principe Pamphilj".
"Vi rendete conto che a causa vostra sono morte due persone? Perch l'avete fatto?"
"Per paura, eccellenza. Ho pensato soltanto a liberarmi di quel dannato violino prima che
venisse a ritirarlo il suo vero proprietario. Senza pensare alle conseguenze, come un animale
spaventato. Sono mortificato, e me ne vergogno, ma non posso offrirvi altre spiegazioni. Appena si 
presentata l'occasione, me ne sono disfatto e ho sperato di non rivederlo mai pi. All'uomo con la
maschera avrei raccontato che mi era stato rubato. Non avevo scelta, capite? Poich il proprietario di
quel violino, colui che avrebbe dovuto morire,  uno degli uomini pi eminenti di Roma".
"Sua eminenza il cardinal Francesco Saverio de Zelada", disse Vitale.
" un indovinello?", ribatt il principe Andrea, accarezzandosi i mustacchi.
Sedevano su due poltrone al centro dello studio, uno di fronte all'altro, come giocatori di
scacchi. La luce ambrata del pomeriggio irrompeva da una finestra laterale, gettando ombre su parte dei
loro volti. Ed era cos, pens Vitale, che si sentiva. Diviso tra il dispiacere per Giulia e il diletto di
sentirsi un lupo a caccia della preda. "Il violino usato dallo Sperti apparteneva allo Zelada", spieg. "
stato asperso di una sostanza velenosa mentre si trovava in deposito dal De Rub, per una pulitura.
Domattina il cardinale sarebbe andato a ritirarlo, e per lui sarebbe stata la fine. Il veleno, a quanto pare,
 letale al semplice contatto con la pelle".
"E il nostro violinista cosa c'entra?"
"Colpa del liutaio. Per non recare danno al cardinal Zelada, si  disfatto del violino prestandolo
allo Sperti, senza avvertirlo del pericolo. Gli ha dato a intendere che il suo Platner non fosse ancora
pronto per essere suonato. Se non fosse stato per il promemoria dello Sperti, non saremmo mai risaliti
alla verit".
Il Pamphilj annu. "Il colpevole  dunque il liutaio".
"Il De Rub  soltanto la pedina di un gioco pi esteso. Sostiene di aver agito in preda al panico,
disfandosi del violino senza pensare alle conseguenze. Il veleno, a suo dire,  stato applicato due sere fa
da un uomo con una maschera, che  entrato nella sua bottega obbligandolo a collaborare sotto
minaccia di morte".
"State tracciando il profilo di un complotto". Il principe Andrea si era fatto cupo. Quasi
sobbalz nel momento in cui un valletto entr nello studio per servire il caff. "Il liutaio deve aver
scelto il male minore, se cos si pu dire. L'attentato a un porporato conduce dritti al Sant'Uffizio e si
finisce di scontare all'inferno".
"La morte di un uomo qualunque, invece, passa facilmente inosservata. Se non fosse stato per
madonna Carafa, nessuno si sarebbe preso la briga di indagare...", sospir Vitale, mentre il servitore
posava il servizio di porcellana su un tavolino intarsiato. "Ora possiamo ricostruire i fatti. Ieri sera
Agostino Sperti si  recato in via dei Leutari per riprendere il suo violino ma ha ricevuto in prestito
quello dello Zelada, l'ha suonato al nostro cospetto, poi si  ritirato per la notte ed  morto. Siamo
quindi in grado di affermare che i segni trovati sulla sua pelle - sotto il mento e sui polpastrelli - sono
tracce dell'avvelenamento in seguito al contatto con lo strumento".
"Il grido dunque dev'essere stato causato dalle convulsioni, o dal dolore".
"O forse dalla paura".
"Cosa intendete?"
"Dimenticate che lo Sperti si  letteralmente barricato nella propria stanza, quasi temesse un
agguato.  rimasto vestito di tutto punto, in attesa di una minaccia che non  mai giunta".
"Ho sentito parlare di certi veleni in grado di provocare il delirio. Forse ci troviamo di fronte a
uno di questi casi. Madonna Carafa, al contrario, pare sia semplicemente caduta addormentata...".
"Giulia ha tenuto in mano il violino soltanto per un istante. Il contatto dev'essere stato
sufficiente a ucciderla, ma non a provocarle allucinazioni. Se controllassimo le sue dita, scommetto
troveremmo gli stessi segni che abbiamo notato sullo Sperti".
"Mi compiaccio, signor Federici, sar mia cura informare la famiglia Carafa della vostra
innocenza". Il Pamphilj prese una tazzina dal vassoio, invitando Vitale a fare altrettanto. "Veleni del
genere sono assai rari, e non certo alla portata di tutti".
Vitale sorb il caff senza smettere di fissarlo. "Accennavate a un complotto".
Il nobiluomo annu. "Sapete chi  il cardinal Zelada?"
"Viene nominato spesso in ambiente universitario.  segretario di Stato, ma anche bibliotecario
della Santa Sede. Di recente ha ottenuto il titolo di presidente dello Studio di Ferrara".
"Francesco Saverio de Zelada  molto di pi", gli confid il Pamphilj, facendo cenno al valletto
di allontanarsi. "Fu tra i maggiori responsabili della soppressione dell'ordine dei Gesuiti, di cui rilev il
Collegio Romano per diventarne prefetto. Ma  stato in qualit di segretario di Stato che ha saputo farsi
i nemici pi potenti, tra cui alcuni affiliati a logge segrete... Credetemi sulla parola se vi dico che il De
Rub non la passer liscia, in un modo o nell'altro. Mi chiedo perch non sia fuggito. Che sciocco!
L'uomo con la maschera torner di certo per mettere in atto la sua minaccia".
"L'ho pensato anch'io", ribatt Vitale, preparandosi a scoprire il suo gioco. "Ecco perch l'ho
fatto nascondere in un luogo sicuro, mettendo Cosimo di guardia alla sua bottega".
"Siete una volpe, signor Federici. In questo modo sapremo con chi abbiamo a che fare".
Quando Cosimo fece ritorno al palazzo era gi tarda ora, ma Vitale era ancora in piedi ad
aspettarlo insieme al Pamphilj. Lo accolsero nello studio, dandogli il tempo di riprendere fiato. Era
stremato, grondante di sudore, e disse di aver attraversato di corsa le vie dell'Urbe per poter riportare la
propria scoperta il prima possibile. "L'uomo con la maschera si  fatto vivo alla bottega al calar del
sole", esord, senza perdersi in preamboli. "Io ero ben nascosto dall'altro lato della strada, come
suggerito dal signor Federici, e sono rimasto in attesa finch non l'ho visto uscire e allontanarsi a passo
svelto. Era alto e magro, con un mantello nero e una maschera dello stesso colore. L'ho seguito finch
non ha imboccato il rione Campo Marzio... Non potete immaginare dove sia entrato".
"Non teneteci sulle spine", lo spron Vitale.
"In un edificio presso la chiesa della Trinit dei Monti", disse Cosimo.
Il principe Andrea si abbandon sullo schienale della poltrona, scivolando nell'ombra.
"Massoni", mormor lapidario.
Bast quella parola ad acuire la curiosit di Vitale. "Come potete esserne certo?"
"Esistono dei precedenti riguardo quella chiesa", rispose il Pamphilj. "Tutto risale a due anni
fa, prima che giungeste a Roma. Ecco perch ne siete all'oscuro. E tuttavia, avrete certo sentito parlare
dell'eclatante cattura del conte di Cagliostro".
"Me ne rammento, eccome. Fu arrestato a Roma nel dicembre del 1789. La figura di Cagliostro
 controversa. Si dice sia mago, alchimista, guaritore...".
"E massone. In seguito al suo arresto, confess di avere amici affiliati a una loggia che si
riuniva di nascosto presso la Trinit dei Monti. Alcuni di loro furono catturati. Cinque francesi, un
americano e un polacco, tutti esponenti di grandi circoli massonici d'oltralpe. Altri per riuscirono a
mettersi in salvo, portando con s i loro strumenti rituali".
"Ora capisco. Supporre che siano tornati attivi  un'ipotesi verosimile. Ma perch accanirsi
contro il cardinal Zelada?"
"La corte papale esercita una stretta sorveglianza sulle logge massoniche, soprattutto a Roma, e
per farlo si serve di uomini come Francesco Saverio de Zelada. Evidentemente il cardinale sta
conducendo indagini pericolose...".
Vitale era al corrente della lotta della Santa Sede contro le associazioni segrete, a partire dalle
bolle di scomunica emesse nel 1738 da Clemente XII e nel 1751 da Benedetto XIV. Il libertinaggio
religioso, l'ermetismo, la cabala e le pratiche teurgiche erano attivit severamente vietate, ma per
sopprimerle l'anatema non bastava. Servivano uomini di ferro, disposti a operare nell'ombra e a esporsi
a ogni genere di rischio. "Il cardinale va quindi messo in guardia, prima che possa subire altri
attentati".
"Convengo con voi", disse il principe Andrea. "Provveder stanotte stessa".
Il giovane si alz dalla poltrona. "Nel frattempo, con il vostro permesso, far un sopralluogo
alla Trinit dei Monti".
"Siete uscito di senno? Rischierete la vita!".
"Porter Cosimo con me, non temete. Ormai  un fatto personale. Sono ansioso di guardare in
faccia il maledetto che ha causato la morte di madonna Carafa, a costo di strappargli la maschera con le
mie stesse mani".
"Fermatevi qui, eccellenza", bisbigli Cosimo, dopo aver raggiunto la fontana della Barcaccia.
Vitale si appost dietro la bizzarra opera del Bernini, poi osserv la maestosa scalinata della Trinit dei
Monti che si stagliava nel buio, davanti ai suoi occhi. Era decorata con ghirlande di fiori e fiaccole
accese, in vista dei festeggiamenti dell'Assunzione che sarebbero iniziati il giorno seguente. Eppure
non si scorgeva anima viva, l'intera piazza di Spagna era immersa in un silenzio che metteva spavento.
"Prima ho seguito l'uomo mascherato fin qui". Lo sgherro si guard intorno con circospezione.
"L'ho visto varcare un ingresso, ma ho dovuto fermarmi. Il passaggio era sorvegliato da due piantoni".
"Quale ingresso?".
Cosimo indic una fila di vecchi edifici che sorgeva ai margini della scalinata, puntando il dito
verso un'abitazione fatiscente. L'unico elemento di pregio consisteva nell'ampio portale sormontato da
una lunetta, sigillato da un doppio battente.
"Ora non c' nessuno di guardia". Vitale usc allo scoperto, prese una delle fiaccole fissate alla
scalinata e attravers la piazza in direzione dell'edificio, finch non giunse dinanzi al portale. Lo
illumin. I battenti erano di legno borchiato, tenuti chiusi da una catena.
"Credete di riuscire a forzarlo?"
"Sissignore", rispose Cosimo, puntando la pistola contro il lucchetto.
L'esplosione echeggi nella notte, facendo spiccare il volo a uno stormo di piccioni, infine
torn la tenebra. Lo sgherro ripose l'arma e sguain il pugnale, poi spalanc l'ingresso con un calcio.
"Dopo di me, eccellenza".
Vitale avrebbe preferito introdursi con maggior discrezione, per non allertare eventuali
guardiani, ma ormai il danno era fatto. Ci nondimeno, dopo essere entrato tir un sospiro di sollievo.
L'ambiente era completamente deserto, circondato da pareti coperte di muffa. Il bagliore della torcia
non rivel alcunch di interessante finch non si pos su un grande coperchio di metallo sistemato a
terra. Vitale si chin per esaminarlo. Sembrava la copertura di un pozzo, e a giudicare dai segni sul
pavimento era stato spostato di recente. "Forza, aiutatemi a smuoverlo".
Portarono alla luce una cavit profonda circa dieci braccia, con gradini di ferro infissi nella
pietra che li condussero in una sorta di galleria. La discesa risvegli in Vitale il ricordo di un'avventura
vissuta due anni prima nei sotterranei di Urbino, anche se ora si trovava soltanto sotto il piano di
camminamento. Sent l'odore dell'acqua ed ebbe il sospetto di essere giunto all'interno di una vecchia
cisterna. "Ho sentito parlare di questo posto", disse. "Dev'essere una diramazione di un antico
acquedotto. Aqua Virgo, mi pare venisse chiamato".
"Dobbiamo stare attenti", ribatt Cosimo, "o rischieremo di smarrirci".
"Per ora la direzione  una soltanto". Vitale punt la torcia davanti a s e inizi a procedere a
testa bassa, scansando una coppia di grossi ratti che procedeva in senso opposto al loro. Il cunicolo
corse dritto, senza diramazioni, finch la torcia non rivel un ingresso laterale. Sembrava realizzato di
recente, a colpi di piccone. Vitale tent di illuminare l'interno, ma si accorse che quella che aveva di
fronte non era oscurit ma una tenda di velluto nero. La scost con cautela e infil la testa nel
passaggio, poi fece cenno allo sgherro di seguirlo.
Si ritrov all'interno di una sorta di anticamera collegata a un altro ambiente da un ingresso pi
piccolo, sempre coperto da una tenda. Prima di varcarlo, controll un tavolo sistemato contro la parete,
trovandolo ingombro di fogli di carta e di contenitori di vetro simili a quelli adoperati dai chimici. I
fogli erano pieni di appunti scritti in tedesco, alla rinfusa, con disegni di piante e schemi geometrici. Li
scorse in fretta, per cercare di capire di cosa trattassero, finch non trov una lista di nomi.
Cosimo gli si avvicin. "Cosa avete trovato?"
"Vi spiegher dopo", rispose Vitale, infilandosi la lista in una tasca della marsina. Poi continu
la sua ispezione finch non riconobbe tra quegli appunti delle frasi latine. Era un passo tratto dalle
Metamorfosi di Ovidio:
...il cane dibattendosi riemp
di tre latrati il cielo e spruzz i campi
di bianca bava che, coagulando
non si sa come e trovando alimento
in quel terreno fertile e fecondo,
divenne un'erba velenosa: nasce
fra le rocce ed  molto resistente,
ed  per questo ch' chiamata aconito...2
Il testo invocava il mito, descrivendo il momento in cui Cerbero era stato rapito da Ercole. Nel
vedere la luce del sole, il mostro aveva seminato con la bava le sementi di una pianta infernale. E quel
nome, Aconito, spinse Vitale a esaminare con attenzione i vasi di vetro disposti sul tavolo.
Contenevano vegetali, soprattutto radici carnose, simili a tuberi. Vi erano anche fiori secchi di colore
giallo pallido, che avevano l'aspetto di piccoli elmi allungati. "Aconito...", ripet a voce alta, pervaso
da un senso di familiarit, come se quel nome ne richiamasse un altro, pi comune, che per gli
sfuggiva.
All'improvviso percep un fruscio di tendaggi e un movimento alle sue spalle, e per un soffio
non fu infilzato da una spada. Sarebbe stato trafitto alla gola se Cosimo non avesse avuto la prontezza
di spingerlo di lato, restando trafitto lui stesso, al suo posto, alla spalla sinistra.
Vitale cadde a terra ma si rialz subito, per capire cosa stesse accadendo. Un uomo era sbucato
da dietro i tendaggi e aveva tentato di sorprenderli con una spada in pugno. Era altissimo, con ampie
spalle coperte da un mantello del colore della notte. Aveva il volto nascosto da una maschera nera e da
un cappello a larghe tese.
" lui!", grid lo sgherro, lanciandosi all'attacco con il pugnale nonostante la ferita alla spalla.
L'uomo con la maschera respinse l'affondo e rispose con una serie di colpi furiosi. A Vitale
parve impacciato, a disagio in quell'ambiente angusto, e gli diede la sensazione voler tagliare corto per
fuggire. Cosimo per non era della stessa opinione e continu a battersi come un leone, alternando altri
affondi a un abile gioco di gambe. Ben presto costrinse il rivale contro la parete e riusc a pugnalarlo al
fianco, poi lo colp con una gomitata allo stomaco e riusc a disarmarlo. Ma un istante prima che
potesse finirlo, l'uomo in nero si gett in ginocchio per chiedere piet.
E si tolse la maschera.
Madonna Carafa ostentava una durezza impenetrabile. Vitale pens che un tempo dovesse
essere stata una creatura incantevole, proprio come la figlia Giulia, ma ora riusciva a scorgere soltanto
un volto esageratamente truccato sormontato da una parrucca al limite del grottesco, vestigia di una
moda ormai svanita insieme alle ombre dell'Antico Regime. Avrebbe voluto nutrire compassione per
lei, comprendere il dolore che le stava lacerando il cuore e che probabilmente non avrebbe mai smesso
di tormentarla. Eppure non ci riusciva. La colpa era del modo in cui lo stava guardando. Le sue iridi
erano specchi di disprezzo, odio, rabbia. Sentimenti che lui non meritava.
"Lasciate che vi esprima il mio cordoglio...", le disse, inchinandosi.
Per tutta risposta, la donna lo colp con uno schiaffo.
Vitale scatt in piedi e rimase a fissarla in silenzio, mentre intuiva finalmente la vera ragione di
quell'astio. Non dovevi permetterti di toccarla, sembrava ammonirlo madonna Carafa. Non era la morte
a bruciarle nel petto, ma il fatto che la figlia avesse giaciuto con un uomo qualsiasi, poco pi di un
plebeo. Nel comprendere ci, il giovane non fece pi segreto dei propri sentimenti e le rivolse un
sorriso sprezzante.
"Non siate cos severa, madonna", intervenne il principe Andrea. "Il signor Federici ha
smascherato i responsabili della morte di vostra figlia, senza contare che ha sventato una grave
minaccia". Quindi rivolse lo sguardo all'eminenza seduta in fondo allo studio. Si trattava di un uomo
dai lineamenti ispanici, con il naso lungo e gli occhi sporgenti a cui pareva non sfuggire nulla. Prima di
pronunciarsi, Francesco Saverio de Zelada prese una lunga boccata di fumo da una pipa di schiuma.
"Un grande servigio", ripet con soddisfazione. "L'uomo con la maschera catturato alla Trinit dei
Monti  il conte Kolovrat, un cavaliere di Malta noto per essere amico di Cagliostro e affiliato alla
massoneria "rossa", ovvero di rito scozzese. E tuttavia non era a lui che stavo dando la caccia, ma a una
spia appartenente alla medesima loggia insinuata fra i ranghi della Santa Madre Chiesa. Dev'essere
stata proprio quella spia, per sfuggire alle mie inchieste, a ordire un piano per uccidermi con l'aiuto del
conte Kolovrat. Un piano ben congeniato, tra l'altro. Non avrei mai sospettato di rischiare
l'avvelenamento toccando il mio amato violino... Lode a chi ha avuto tanto acume da scoprire il
complotto".
D'un tratto Vitale si accorse che i presenti lo stavano fissando per conoscere ulteriori dettagli
sull'indagine. Ma c'era ben poco da aggiungere. "Aconito", disse. "Questo  il nome della sostanza
aspersa sul violino. Si tratta di una pianta che fiorisce proprio in questi mesi, nota fin dai tempi antichi
per le sue doti venefiche. Dopo essere tornato al palazzo, ho avuto modo di compiere qualche ricerca al
riguardo, e ho scoperto che viene chiamata anche "Lupaia" ed  facilmente reperibile sull'Appennino.
Tuttavia, serve l'esperienza di un chimico per trasformarne la linfa in veleno. Per il resto, non ho fatto
altro che seguire gli indizi".
"Il signor Federici dimentica di aver reso un ulteriore servigio", continu il Pamphilj,
pavoneggiandosi con il porporato. "Come  noto a sua eminenza, ha trovato nel covo dei massoni una
lista di nomi".
"L'ho scorsa con molta attenzione", conferm il cardinal Zelada. "Secondo la mia esperienza, 
possibile che contenga i nomi di altri affiliati alla medesima loggia". E mostrando il foglio, lesse con
attenzione: "Principessa Santacroce, contessa Soderini, principe Cesi, abate Quirino Visconti,
principessa Bezzonico, marchese Vivaldi, marchese Massimi...".
"Forse", propose il principe Andrea, "sono i nomi taciuti due anni fa dal conte Cagliostro".
Vitale annu distrattamente, ormai disinteressato alla vicenda. I colpevoli erano stati scoperti e
tutto ci che gli restava di Giulia era il disprezzo di madonna Carafa. Soltanto amarezza e vuoto, nella
penombra di uno studio fra pompose eminenze. Fu allora che si sent una nullit, un semplice cadetto di
una casata estinta, i Montefeltro, da cui aveva ereditato l'orgoglio e l'intelligenza, ma anche
un'ineluttabile sensazione di solitudine. Per sfuggire a tutto ci prese a fissare una lama di luce che
filtrava dalla finestra, e ud per la prima volta la voce del popolo che sciamava eccitato per le strade di
Roma, in festa per l'Assunzione. Si immagin di trovarsi in mezzo alla gente, tra lo spintonare di corpi
sudati e malvestiti, nella calura aleggiante di afrori pungenti, e fu pervaso da un senso di nausea. Inutile
ingannarsi, sapeva bene da dove nascesse quel fastidio. Era la sua indole superba, che lo voleva simile
alla classe aristocratica che tanto biasimava. E la biasimava soprattutto ora, dopo lo schiaffo ricevuto
da madonna Carafa.
Poi, concentrandosi sui rumori della strada, distinse un suono pi nobile degli altri che tentava
di librarsi sopra il baccano. La voce di un violino. La sent vibrare nell'aria di met agosto, il respiro
effimero di un sogno. E per un istante gli parve di scivolare via nel vento, leggero come una piuma.

1 Il sordino, o pochette, era un piccolo violino usato dai maestri di ballo.
2 Ovidio, Metamorfosi, VII, 404-419, Newton Compton, Roma 2011.
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FINE.